Videsi allora staccarsi dalla lega una città che doveva alla lega la propria esistenza, e che più di tutt'altre doveva esserle fedele. Alessandria temeva la particolare animosità di Federico contro di lei, perciocchè discacciato vergognosamente innanzi alle sue mura, egli risguardava quest'avvenimento siccome un testimonio dell'odio del popolo, e sembrava risoluto di far abbattere le fortificazioni della città tosto che terminasse la tregua, e di rimandare i suoi abitanti negli otto villaggi da cui erano usciti. Per mettersi in salvo dalla sua collera, e procurarsi anticipatamente i privilegi pei quali gli altri confederati erano ancora in disputa, i cittadini d'Alessandria acconsentirono di sottomettersi ad una ceremonia umiliante che doveva appagare l'orgoglio di Federico. Il quinto giorno degl'idi di marzo del 1183 promisero di sortire tutti dalla città per aspettare al di fuori delle mura il deputato dell'imperatore che doveva introdurli di nuovo in città, quasi loro dando una nuova patria, la quale d'allora in poi chiamerebbesi Cesarea. A tali condizioni prometteva loro il diritto d'eleggere i consoli, di averli sotto la sua protezione, e difenderli dalle aggressioni dei loro vicini[238].
Appressavasi intanto il fine della tregua senza che il trattato definitivo fosse ancora conchiuso. Fortunatamente per la lega, che il principe che in appresso regnò sotto il nome d'Enrico VI, desiderava che suo padre nella vicina dieta convocata a Costanza lo associasse alle due corone di Germania e d'Italia. Rinnovandosi la guerra in Lombardia temeva che potesse mettersi ostacolo alla promessagli associazione, onde si adoperò perchè si riprendessero i trattati, ed ottenne dall'imperatore di far partire per l'Italia quattro plenipotenziari, Guglielmo vescovo d'Asti, il marchese Enrico Guercio, il fratello Teodorico e Rodolfo suo gran cameriere[239]. Questi deputati andarono a Piacenza ov'erasi unita la dieta delle città e convennero intorno ai preliminari della pace[240]. Dopo ciò indussero i consoli ed i rettori della lega a seguirli a Costanza, ove in presenza dell'imperatore fa data l'ultima mano al celebre trattato che porta il nome di questa città; trattato che per lungo tempo fu la base del diritto pubblico italiano, ed in conseguenza inserito nel corpo del diritto romano di cui forma l'ultima parte[241]. Fu firmato dalle due parti il giorno 7 delle calende di luglio, ossia il 26 giugno del 1183[242].
L'imperatore cedeva col trattato di Costanza alle città senza eccezione tutti i diritti di suprema signoria ch'egli possedeva nell'interno delle loro mura. Loro cedeva ugualmente nel rispettivo distretto tutti i diritti signorili ch'esse avevano acquistato coll'uso o colla prescrizione; e nominatamente accordava loro il diritto di levare armate, fortificare le città e di esercitare nel loro circondario ogni giurisdizione civile e criminale.
Quando si facesse luogo a contestazioni intorno ai diritti regali riclamati dai comuni in virtù d'una prescrizione, si convenne che il vescovo d'ogni città avrebbe l'autorità di nominare gli arbitri da scegliersi tra i cittadini e gli abitanti del distretto, scevri da parzialità tanto per l'imperatore che per la città. E qualora questi arbitri non credessero di poter sentenziare intorno alle controverse pretese portate al loro giudizio, venivano autorizzati a mutare le prestazioni contestate contro l'annuo censo di due mila marche d'argento, che, volendolo l'equità, potrebb'essere dall'imperatore ridotto a minor somma.
Furono annullate tutte le infeudazioni fatte dopo la guerra in pregiudizio delle città, e restituite senza frutti e danni tutte le possessioni apprese. Prometteva l'imperatore di non soggiornare troppo lungamente in una città o nel suo territorio, onde non arrecarle pregiudizio; ed acconsentì che le città conservassero la loro confederazione e la rinnovassero a loro beneplacito.
D'altra parte furono conservate alcune prerogative all'Impero ancora nell'interno delle nuove repubbliche. Il consolato fu riconosciuto, ma i consoli dovevano ricevere, bensì gratuitamente, l'investitura della loro carica da un legato dell'imperatore, quando però in forza di una costumanza locale non la ricevessero dal vescovo conte della città. L'imperatore venne autorizzato a stabilire in ogni città un giudice d'appello, cui potrebbero deferirsi le cause civili per somma maggiore di venticinque lire imperiali[243]. Questo giudice, entrando in carica, doveva giurare di conformarsi alle costumanze della città e di non permettere che una causa rimanesse indecisa più di due mesi.
Ogni città doveva giurare di sostenere in Italia i diritti imperiali rispetto a coloro che non erano membri della lega. Prometteva all'imperatore di corrispondergli il fodero reale quando entrava in Lombardia, di ristabilire i ponti e riparar le strade, tanto in occasione del suo arrivo, che del ritorno, e di preparargli un sufficiente mercato per l'approvigionamento della sua casa e dell'armata. Finalmente promettevano tutte le città di rinnovare ogni dieci anni il giuramento di fedeltà[244].
In tale maniera ebbe fine la lunga contesa della libertà d'Italia; e le repubbliche lombarde, ch'ebbero fino a tal epoca una precaria esistenza, furono legalmente riconosciute e costituite.