CAPITOLO XII.
Ultimi anni di Federico Barbarossa. — Suo figliuolo Enrico VI riunisce all'Impero il regno delle due Sicilie. — Tumulti eccitati dalla nobiltà nelle repubbliche italiane.
1183 = 1200.
Dopo la lunga e pericolosa guerra che con tanto valore avevano le repubbliche italiane sostenuta per la libertà, non gustarono i vantaggi che loro assicurava la pace di Costanza. Le civili discordie e le rivalità fra gli altri stati vicini sconvolsero ben tosto la pubblica tranquillità; l'autorità nazionale cadde in mano di una nobiltà prepotente, o di sanguinarj tiranni; e più d'una volta il furore delle fazioni ricondusse volontariamente le città a quella dipendenza, per sottrarsi dalla quale avevano versato torrenti di sangue.
Un popolo non può vantare una libera costituzione quando il suo governo non sia contenuto entro giusti limiti da un potere qualunque, che possa continuamente richiamarlo e sottometterlo al tribunale della pubblica opinione. D'uopo è che un sentimento di timore comprima le passioni del governante qualunque volta s'oppongono all'interesse dei governati; ma l'istituzione di un potere repressivo e forse la più difficil parte della legislazione repubblicana. Perciocchè se si stabilisce nello stato un nuovo potere d'un'autorità abbastanza grande per frenare il governo e per giudicarlo, questo stesso potere diventerà la molla principale del governo, onde sarà poi necessario di comprimerlo ugualmente perchè non degeneri in aperta tirannia. Se poi si vuol rendere il popolo depositario di questo poter compressivo, tostochè avrà l'autorità di mutare il governo, o di deporre i suoi magistrati, ridurrà la costituzione ad un'assoluta democrazia, la sua potenza diventerà tirannica, ed egli sarà il principal nemico della libertà.
Ma in tempo che le politiche combinazioni riescono d'ordinario inutili per istabilire un equilibrio manutentore della libertà, accade talvolta che quest'equilibrio sia il risultato d'estranee circostanze, e, per così dire, l'opera dell'accidente. E per tal modo un sommo pericolo nazionale, un eminente interesse comune ai governanti ed ai governati ha potuto alcune volte riunire i loro sforzi per il conseguimento del ben pubblico. In faccia a questo tacciono le private passioni, le rivalità non hanno occasione di manifestarsi, il popolo conosce il bisogno di essere governato da persone che uniscano ai talenti la virtù, e non accorda la sua confidenza che agli ottimi. Gli amministratori della repubblica sentono allora il bisogno di meritarsi questa confidenza onde poter mettere in opera tutta la forza nazionale contro l'imminente pericolo; allora la più grossolana ed imperfetta costituzione basta per contenere ne' giusti limiti i governanti e per rendere i cittadini docili, zelanti, disinteressati. I repubblicani italiani ebbero questi vantaggi finchè durò la guerra di Lombardia, e li perdettero dopo la pace di Costanza. Tosto che l'indipendenza delle città fu riconosciuta dall'imperatore, credette il popolo che fosse venuto il tempo di farsi render conto del potere dei gentiluomini che avevano fino a tal epoca amministrati i suoi affari con sommo patriottismo, valore ed avvedutezza: e quantunque questa nuova diffidenza cadesse sopra uomini cui tanto dovevano le repubbliche, non si deve però attribuirlo soltanto allo sviluppo dell'ambizione e della vanità dei plebei, nè accusarli d'ingratitudine. Cessati i pericoli che minacciavano le città, gl'interessi de' nobili e del popolo si separarono. I primi non avendo più di mira la pubblica difesa, eransi di nuovo abbandonati a progetti d'ingrandimento e d'ambizione. Ad una libertà divisa cogl'ignobili dovevano preferire un'indipendenza solitaria nei loro castelli; e desiderando procacciarsi il favore d'una potenza cui non volevano essere ubbidienti, preferivano l'imperatore al popolo. La quasi assoluta mancanza di storici contemporanei che scrivessero degli ultimi anni del secolo dodicesimo, non ci permette di sapere se prima si manifestasse la gelosia de' plebei, o l'ambizione de' nobili; tanto più che diversi furono in ogni città i motivi delle prime dissensioni, comechè per altro in ogni città queste passioni armassero l'un contro l'altro gli opposti partiti.
Quantunque ne sia incerta l'epoca, sappiamo che dopo la pace di Costanza i Milanesi fecero alcune mutazioni alla loro costituzione, separando con maggior precisione i suoi diversi poteri. Nel 1185, Federico Barbarossa aveva loro accordato il privilegio di nominare il podestà e di conferirgli coi soli suffragi del popolo il titolo e le prerogative di conte della loro città[245]. Privarono perciò degli attributi giudiziarj i loro consoli, dandogli allo straniero podestà, che nominavano ogni anno per essere nel tempo medesimo il depositario della forza pubblica. A questo magistrato spettava esclusivamente il diritto d'ordinare l'esecuzioni capitali, e per insegna di questo poter di sangue, che così allora si chiamava, il podestà era preceduto da un uomo che portava una spada sguainata. Dopo tal epoca v'ebbero in Milano tre diversi poteri, dell'arcivescovo, del podestà e dei consoli. Perchè il primo fu anticamente conte della città, venivano in suo nome pronunciate ancora tutte le sentenze, benchè attualmente non vi prendesse alcuna parte; erasi pure conservato all'arcivescovo il diritto di coniare le monete, di fissare ed alterare il valore della specie; come pure in suo nome e per suo conto esigevasi un pedaggio alle porte di Milano[246]. Quantunque gli fossero dalle leggi conservate queste prerogative, il popolo teneva aperti gli occhi sul suo prelato, pronto a scacciarlo dalla città qualunque volta s'accorgesse che avesse oltrepassati i limiti dei diritti conservatigli. Il podestà era, più che giudice, il generale del popolo, in di cui nome faceva la guerra ai nemici dell'ordine pubblico; ed anco l'amministrazione della giustizia era in sua mano affatto militare. Per ultimo i consoli erano depositari di tutti gli altri diritti governativi. In Milano erano dodici, e la loro adunanza formava il consiglio di confidenza[247], cui erano attribuite tutte le relazioni esteriori dello stato, le nomine degl'impiegati, l'amministrazione delle finanze, tutte in somma le più importanti attribuzioni della sovranità. Pretendevano i nobili che il consiglio avesse il diritto di nominare i consoli dell'anno seguente; e questa prerogativa fu la prima a risvegliare la gelosia de' plebei, onde si alterò la buona armonia dei due ordini. Il popolo emanò una legge che affidava il diritto di eleggere i consoli a cento elettori scelti dal consiglio generale tra gli artigiani della città, obbligando però questi elettori a prendere tutti i consoli nel corpo della nobiltà. Non era dunque ancora il possedimento delle magistrature che si contrastasse ai gentiluomini; si voleva solamente, che fossero gl'immediati rappresentanti della nazione. Ma più volte a dispetto dell'incontrastabile diritto dei cittadini i consoli regnanti s'arrogarono l'elezione dei loro successori.
Forse in un modo più preciso e conveniente aveva la repubblica di Bologna divisi i suoi poteri, comechè non sia facile il precisar l'epoca della costituzione di cui ci danno notizia i suoi storici[248]. L'autorità sovrana era in Bologna divisa fra tre consigli, i consoli ed il podestà. La città dividevasi in quattro tribù e quaranta elettori, scelti a sorte dieci in ogni tribù, eleggevano ogni anno, rispettivamente nella propria, i cittadini degni di formare i tre consigli. Tutti i cittadini giunti all'età di diciott'anni erano ammessi al consiglio generale, esclusi però i bassi artigiani e quelli ch'esercitavano una vile professione; il consiglio speciale era composto di seicento cittadini; e quello di confidenza, nel quale avevano luogo di pieno diritto tutti i giureconsulti di Bologna, di un numero assai minore. Tutte le decisioni di qualche importanza dovevano ricevere la sanzione da questi consigli, ma ne era riservata l'iniziativa ai soli consoli ed al podestà, o per lo meno un cittadino non poteva senza il loro assenso proporre un progetto e prender parte alla discussione. Il più delle volte le proposizioni fatte dai consoli si discutevano soltanto da quattro oratori che avevano l'incarico di parlare a nome del popolo; e gli altri consiglieri non avevano la parola e davano il loro voto con palle bianche e nere. A questa influenza dei magistrati sulle deliberazioni, la nobiltà, in onta d'una costituzione quasi democratica, andò lungo tempo debitrice della conservazione del suo potere. Il Ghirardacci, lo storico migliore di Bologna, non ritrovò sicure notizie intorno al modo con cui eleggevansi i consoli: il podestà nominavasi ogni anno in settembre in tal maniera. Fra i membri del consiglio generale e speciale estraevansi a sorte quaranta cittadini, che venivano rinchiusi assieme, e sotto pena di perdere il diritto d'elezione dovevano entro ventiquattr'ore aver fatta la nomina colla maggiorità di ventisette voti. Spesse volte i consigli indicavano agli elettori la città in cui dovevano prendere il podestà. Questo magistrato non poteva scegliersi tra i parenti di verun elettore fino al terzo grado, non poteva possedere beni stabili nel territorio della repubblica, doveva esser nobile, d'età non minore di trentasei anni, ed avere buon nome. Fatta la scelta, scrivevasi a nome del comune all'eletto per invitarlo a venire a prendere possesso della carica che gli era offerta, ed accettare l'onore che la repubblica gli faceva[249].
Somiglianti leggi press'a poco erano state fatte dalle altre città libere: in ogni luogo la costituzione aveva sofferto qualche cambiamento, e le contrarie pretese dei due opposti partiti che desideravano introdurvene di più grandi, eransi già apertamente manifestate. Le generali rivoluzioni dell'Impero tennero alcuni anni sospesi questi umori, che si svilupparono nuovamente con terribili sintomi quando gl'imperatori ed i papi, venuti tra loro a nuove contese, si procacciarono in tutte le città il favore delle fazioni da loro tenute vive.
Queste rivoluzioni dell'Impero diventano adesso l'argomento delle nostre indagini; ma è d'uopo ricordarsi che nel campo della storia incontransi vasti deserti: sono questi i tempi in cui verun sentimento generalmente diffuso anima i popoli, in cui nessun personaggio d'alta riputazione a se richiama l'interesse generale; i tempi inoltre ne' quali nessuno scrittore mediocre lasciò ne' suoi racconti l'impressione di questi sentimenti, nessuno comunicò alle sue scritture il carattere del secolo. Dalla pace di Costanza al regno di Federico II, abbiamo uno spazio di quindici anni affatto deserto. In questo tempo presentaronsi sulla scena per iscomparire all'istante alcuni personaggi affatto nuovi senza far sugli animi veruna impressione; uomini inetti che non potevano fissare l'attenzione de' popoli. Guglielmo II e Federico, Tancredi e suo figlio Ruggiero, Sibilla vedova del primo, Guglielmo III fratello del secondo; Enrico IV e Costanza; Lucio III, Urbano III, Gregorio VIII, Clemente III, Celestino III, si mostrarono un istante per ricadere in una perpetua oscurità. Il dodicesimo secolo pareva che, terminando, strascinasse con se tutti i nomi che gli appartenevano, per non lasciare al nuovo che personaggi nuovi.