Quest'epoca novella ricevette il suo carattere dall'interregno dell'Impero con cui incominciò: allora fu che le fazioni impiegarono tutta la loro energia; che i nomi dei Guelfi e dei Ghibellini diventarono motivi di proscrizione; che le città toscane fin allora subordinate all'Impero posero i fondamenti della loro libertà, riunendosi al partito della Chiesa; e che molte di quelle della Lombardia e della Marca Trivigiana, abbracciando l'opposto, caddero la prima volta sotto il giogo d'alcuni piccoli ma feroci tiranni.
Dobbiamo perciò chiedere l'indulgenza del leggitore intorno ad aride ricerche e la sua attenzione sopra fatti complicati che mal si legano gli uni cogli altri, e che non ci furono tramandati con sufficienti particolarità per interessarci; ma che non pertanto è necessario di conoscere, perchè spiegano le rivoluzioni cui diedero origine nel susseguente secolo.
La storia della casa di Svevia e dei diritti ch'ella acquistò sul regno delle due Sicilie trovasi essenzialmente legata ai destini di tutte le repubbliche italiane, perchè alcune atterrite da tanta grandezza diventarono implacabili nemiche degl'imperatori, mentre le altre, memori de' ricevuti beneficj, consacrarono i loro tesori, le armi, i cittadini in difesa del vacillante trono dei monarchi di Germania e di Sicilia.
La storia di certe nobili famiglie che ne' quindici anni che abbraccia questo capitolo incominciarono a sortire dall'oscurità, minacciando colle loro querele perfino l'esistenza delle vicine repubbliche, è forse ugualmente arida, ma ugualmente ancora importante per le conseguenze che ebbe, essendo usciti più tardi da queste famiglie i tiranni di tante illustri città.
Questi due oggetti fisseranno dunque pressochè soli la nostra attenzione fino alla fine del secolo dodicesimo: omettendo di fermarci intorno alle animosità di alcune città rivali ed alle passeggieri guerre di alcuni popoli quando non influirono sulla loro sorte, o non furono illustrate da avvenimenti degni della nostra curiosità.
L'anno dopo la pace di Costanza, venendo Federico in Italia con il figliuolo Enrico, cui destinava la corona dell'Impero, quelle città, che avevano più valorosamente contro di lui combattuto, rivalizzarono nell'onorarlo. I Milanesi tra gli altri nulla omisero per guadagnarsi la sua affezione, e l'imperatore dal canto suo, dopo avere sperimentata la debolezza delle comuni già sue amiche, credette di appoggiarsi sopra una lega più potente procacciandosi l'amicizia de' Milanesi, a' quali accordava perciò nuovi privilegi e permetteva di rifare la città di Crema, le di cui mura non eransi più rialzate dopo ch'egli, ventiquattr'anni prima, le aveva spianate. I Cremonesi che vi si erano opposti quando la lega lombarda dispiegava tutta la sua potenza, si offesero gravemente e diedero così aperti segni del loro malcontento verso l'imperatore per avere, mosso dalle preghiere dei Milanesi, perdonato agl'infelici Cremaschi, che Federico irritato si pose alla testa delle milizie di Milano, e, facendo marciare innanzi il Carroccio del comune, entrò nel territorio cremonese, bruciò molti castelli di quel popolo ammutinato, e lo forzò ad implorare la sua clemenza[250].
Federico era venuto in Italia per trattare il matrimonio di suo figlio Enrico con Costanza, la più prossima erede della casa normanna che regnava a Palermo. Questa principessa, figliuola postuma di Ruggiero primo re di Sicilia, quantunque in età di soli trent'anni, era zia di Guglielmo II allora regnante. Prevedevasi che questi, benchè ammogliato, non lascerebbe figli, onde lo sposo di Costanza, Enrico, sarebbe chiamato alla corona delle due Sicilie ed a quella di Lombardia. Sembrava con ciò che la casa di Svevia acquistar dovesse una preponderanza tale, cui non potrebbero resistere nè la Santa Sede, nè le città libere, nè i grandi feudatarj.
Il regno normanno, nato nel precedente secolo, aveva nel corso di due sole generazioni cambiato natura e governo. Ruggiero, primo re di Sicilia, e figliuolo del gran conte dello stesso nome, aveva steso il suo dominio non solo su tutte le province che formano oggi il regno di Napoli, ma inoltre sopra molte città d'Affrica e della Grecia. Temuto dai suoi vicini, veniva in pari tempo servito con zelo da' suoi sudditi malgrado la durezza della sua amministrazione, credendo di essere compensati dei mali che loro faceva soffrire la sua ambizione, dalla gloria delle sue armi vittoriose. I nobili de' suoi stati, parte compressi dalla severità de' castighi, parte guadagnati dai suoi favori, avevano quasi deposto il fiero ed indipendente carattere normanno. Due figliuoli degni di tanto padre, che promettevano alla famiglia accrescimento di gloria, ed un governo vigoroso alla nazione, morirono in fresca età, onde il terzo figlio Guglielmo, di cui il padre ne compiangeva l'imbecillità, si vide inaspettatamente chiamato a succedergli.
Questo principe, detto Guglielmo il cattivo, appena occupato il trono paterno, abbandonossi così ciecamente ai più indegni favoriti, che la nobiltà della corte, per salvargli la vita, dovette congiurare contro le creature del suo re. Majone, oscuro cittadino di Bari, nominato grande ammiraglio, aveva progettato di far morire Guglielmo per montar egli sul di lui trono; progetto che avrebbe avuto intera esecuzione se il pugnale de' cospiratori non veniva in soccorso del re[251]. Durante la debole e burrascosa amministrazione di Guglielmo I, e la lunga minorità di Guglielmo II, l'edificio sociale innalzato con tanta fatica dai conquistatori normanni fu quasi totalmente distrutto. Nelle province di qua dal Faro i Lombardi avevano introdotto il sistema feudale, onde quando pubblicaronsi le loro leggi i signori riebbero un'indipendenza che sarebbe stata assoluta, se la loro ambizione non gli avesse avvicinati alla corte; e le città medesime si eressero in corpi politici talvolta indocili, liberi mai. La Sicilia presentava un aspetto affatto differente. Governata lungo tempo dagli Arabi e prima dai Greci, non conosceva che le costumanze e la politica degli Orientali. Guglielmo era per quest'isola uno di quegli effeminati sultani che tosto o tardi disonorarono tutte le dinastie dell'Asia: circondato d'eunuchi, di donne, di preti corrotti, di vilissimi servi, governava il suo regno come volevano i piccoli intrighi del serraglio di Palermo. Intanto i Saraceni, ridottisi nelle montagne, occupavano ancora la maggior parte dell'interno dell'isola; essi non ubbidivano che ai loro capi, e la fede di questi verso il re era assai sospetta. Altri Saraceni più inciviliti esercitavano la mercatura nelle città, altri avevano il favore della corte e vi occupavano spesso le prime cariche; tutti gli eunuchi erano musulmani e favorivano presso al re col proprio credito i loro compatriotti. I signori cristiani possedevano nell'isola contee e baronie tanto nelle città, che sulle coste, ma questi piccoli governi rassomigliavansi molto più ai pachalicks de' Turchi, che ai feudi dell'Occidente: in ogni luogo vedevasi cadere il despotismo in dissoluzione, dando luogo ad una generale insubordinazione, senza verun principio di libertà. Pure lo storico Ugo Falcando, dietro al quale abbiamo giudicata quest'epoca, parla enfaticamente della prosperità e della pace di cui godeva la Sicilia in sul finire del regno di Guglielmo II, senza però ch'egli abbia scritta la storia di questi tempi di tanta felicità; e siccome le nazioni non passano mai rapidamente dall'estrema dissoluzione d'ogni ordine sociale a tanta prosperità e gloria, così ci dev'essere permesso di credere che lo storico abbia voluto col contrapposto di questa imaginaria felicità, dare maggior risalto alla tirannide da lui descritta sotto il regno di Guglielmo, ed a quella che prevedeva sotto il dominio de' Tedeschi. Vero è intanto e cosa assai notabile, che la Sicilia dopo essere stata tolta agli Arabi non ebbe mai più regolare governo; e che anche il brigantaggio cui trovasi oggi abbandonata è la conseguenza della sua antica anarchia, da cui non si è mai potuta interamente liberare[252].