Qualunque si fosse la debolezza e la dissoluzione del regno sul quale la casa di Svevia acquistava nuovi diritti, Federico ed i suoi successori rinunciarono, per conquistare la Sicilia, ai progetti che il primo aveva formati contro la libertà della Lombardia, e resero perciò la pace alle repubbliche. Di fatti in luogo di alimentare le discordie tra le città, come praticò fin allora, e di sostenere i più deboli contro i potenti, l'imperatore s'adoperava adesso per riunirli onde valersi delle loro forze quando riclamerebbe l'eredità di sua nuora Costanza. E siccome i suoi sforzi per conservar la pace tra le città lombarde erano sinceri, così furono sempre coronati da prospero successo. L'opera di Federico fu potentemente assecondata dalle prediche della religione e dalla profonda impressione che fece sopra tutta l'Europa un avvenimento risguardato dai cristiani come una generale calamità.
Il nuovo regno latino di Gerusalemme aveva nello spazio d'ottant'anni toccati gli estremi della forza e della debolezza. Fondato dalle più potenti armate che militassero giammai sotto lo stesso stendardo, era stato in seguito abbandonato quasi senza difesa alla gelosia ed alla vendetta degli Asiatici che lo circondavano. Talvolta poteva opporgli i formidabili ausiliari che arrivavano dall'Europa; ma ridotto non di rado alle sole sue deboli forze, non poteva riunire che pochi soldati, e questi ancora segreti nemici gli uni degli altri a cagione della diversa loro origine, snervati dal clima e dalle delizie dell'Asia, ed indisciplinati in forza di quelle stesse leggi che avevano portate dall'Europa[253]. I crociati trapiantando in Siria il sistema feudale, ne avevano conservata l'insubordinazione, e perduta l'energia. Intanto dimenticavansi in Europa i pericoli cui trovavasi esposta la santa città, quando nel 1187 si ebbe notizia che Saladino se n'era impadronito, che il re Gui di Lusignano era prigioniere, e che, tranne le città di Tripoli, di Tiro e d'Antiochia, tutta la terra santa era ricaduta in potere degli infedeli[254].
Qualunque sia la nostra opinione intorno al primo motivo delle crociate, poichè fu stabilito il regno di Gerusalemme, e che, confidando nell'appoggio degli Occidentali, tanti coloni di tutte le nazioni d'Europa erano venuti a popolare la Siria, restandovi come ostaggi e come mallevadori della volontà dei Latini di mantenere indipendente la Terra santa, l'onore, il dovere, le più assolute promesse obbligavano gli Occidentali a soccorrere i loro compatriotti, i campioni da loro stessi posti nel territorio nemico. Estrema fu perciò la costernazione cagionata dalla perdita di Gerusalemme, profonda, universale. Gregorio VIII, allora eletto papa[255], impiegò i brevi giorni del suo pontificato a predicare ai cristiani la pace fra di loro e la lega contro gl'infedeli. Spedì lettere circolari a tutti i re, a tutte le repubbliche d'Europa, pregando di deporre le private nimistà e di riunirsi per la causa di Dio, perchè, com'egli diceva, i vizj de' cristiani e le pazze loro discordie avevano loro procurato sì grande calamità e tanta vergogna[256].
Le guerre d'Italia erano allora prodotte dalle passioni dei popoli e non dagli ambiziosi calcoli de' sovrani. Un profondo e doloroso sentimento de' loro errori occupò all'istante l'animo de' cittadini, e l'entusiasmo distrusse le inquiete loro rivalità. Cremona era in guerra con Brescia, Parma con Piacenza, Milano e Pavia si disponevano a nuove battaglie: ma fu loro predicata la pace di Dio, e tutte le repubbliche l'abbracciarono. I più valorosi soldati delle armate nemiche presero la croce, e giurarono di militare assieme. Una sola città diede due mila soldati per questa santa impresa; e perchè gli uomini più caldi ed impetuosi furono i primi ad arrolarsi per la guerra sacra, la loro lontananza riuscì, non v'ha dubbio, utilissima alla tranquillità della loro patria. Due repubbliche rivali, che seppero soltanto per brevissimo tempo comprimere l'odio nazionale, s'incaricarono in ispecial modo di predicar la pace ai cristiani. Furon queste Genova e Pisa, le di cui milizie per un fortunato accidente trovandosi riunite sotto gli stendardi del giovane Corradino marchese di Monferrato, salvarono la città di Tiro nell'istante che Saladino era in procinto d'assediarla con una potente armata[257]. I Pisani sconfissero due volte la flotta musulmana, ed i Genovesi trasportarono gli ambasciatori mandati da Corrado a tutti i sovrani per implorare i loro soccorsi: e se alcuni porti di Terra santa rimasero aperti ai Cristiani, ne andarono soltanto debitori alla potente assistenza di queste due repubbliche.
Clemente III, che del 1188 succedeva a Gregorio VIII, morto dopo due mesi di papato, spedì nuovi deputati a tutti i potentati con prospero successo. I Veneziani ed il re d'Ungheria, che disputavansi la Dalmazia, fecero la pace, come ancora i re di Francia e d'Inghilterra, che ambedue promisero di andare in Oriente alla testa de' loro sudditi. Per ultimo due deputati del pontefice si presentarono alla dieta di Germania preseduta da Federico a Magonza[258], e seppero coi loro sermoni toccare in modo gli uditori, che lo stesso vecchio monarca prese la croce con suo figliuolo Federico, consacrando al servizio di Dio gli ultimi anni d'una vita lungo tempo agitata dall'ambizione, ma resa gloriosa dal suo valore e dai militari talenti.
Di fatti Federico perdette la vita nella guerra santa. Egli condusse in Asia una armata di novanta mila uomini, benchè licenziasse tutti coloro che non avevano del proprio almeno tre marche d'argento per supplire alle spese del viaggio. La sola cavalleria formava un corpo di trenta mila uomini. Aveva attraversata l'Ungheria e la Bulgaria e resi vani gl'intrighi dei Greci che non potevano vederlo senza diffidenza avanzarsi nel cuore della Romania. Nell'inverno del 1189 rimase in Grecia, ed attraversò lo stretto di Gallipoli soltanto in marzo del 1190. Soggiogò in seguito il sultano d'Iconium, che gli si era opposto, e ne bruciò la capitale; e già l'armata crociata era giunta nelle campagne dell'Armenia abitata dagli amici de' Cristiani, quando il 10 giugno Federico perì nel piccolo fiume chiamato Salef annegato, o tocco d'apoplessia a cagione della soverchia freddezza delle acque[259].
La morte di Federico fu compianta da tutte le città che pure furono lungo tempo esposte alla potente sua collera ed alla sua vendetta. I Lombardi e gli stessi Milanesi non potevano non ammirare il suo raro coraggio, la sua costanza nelle avversità, la sua generosità. L'intima convinzione della giustizia della sua causa l'aveva talvolta reso crudele fino alla ferocia contro coloro che gli resistevano; ma dopo la vittoria dissetava la sua vendetta coll'atterrare le insensibili mura; e per quanto fosse irritato contro i Tortonesi, i Cremaschi, i Milanesi, per quanto sangue spargesse finchè combatteva, non lordò il suo trionfo con odiosi supplicj. Malgrado il tradimento cui discese una sola volta a danno degli Alessandrini, in generale fu fedele manutentore della data fede; e quando l'anno dopo la pace di Costanza fu ammesso entro le loro mura dalle città che gli avevano fatta la più ostinata guerra, non dovettero porsi in guardia contro alcun suo attentato ai privilegi da lui riconosciuti. Il suo carattere meritò ancora maggior rispetto quando si potè farne confronto con quello d'Enrico VI suo figliuolo e successore.
Questo principe, siccome aveva desiderato il padre, portava già da cinque anni le corone di Germania e d'Italia. Valoroso come il padre, non ebbe i suoi grandi talenti. Fu nella guerra brutalmente feroce, perfido in pace ed impudente mancator di fede. Ugo Falcando, che scriveva nel tempo ch'Enrico sosteneva la prima volta colle armi i suoi diritti alla corona di Sicilia, dipinse gli Allemanni come la più feroce popolazione; ma senza dubbio aveva preso dal loro re i principali tratti del carattere attribuito alla nazione. «La rabbia tedesca, dic'egli, non è repressa dagli ordini della ragione, mai non piegasi a misericordia, non è sospesa dal terrore della religione. Un innato furore agita sempre questo popolo, eccitato dalla rapacità e strascinato nel delitto dalla dissolutezza[260].»
Pure l'assunzione d'Enrico al trono imperiale non influì direttamente sulla sorte delle repubbliche italiane. Trovavasi colla sposa in Germania quand'ebbe avviso della morte di Guglielmo II in Palermo[261], ed alcuni mesi dopo di quella di suo padre in Asia. Il primo non erasi determinato a maritare Costanza che per assicurare l'ordine della successione e preservare il regno da una guerra civile; onde l'aveva dichiarata sua erede, facendo che i più principali baroni de' suoi stati le giurassero fedeltà. Ma i Siciliani vedevano con orrore trasferirsi in un principe straniero la sovranità della loro isola, quando eravi un principe normanno, di non legittimi natali bensì, ma per altro illustri. Era questi Tancredi conte di Lecce, figlio d'una contessa di Lecce e di Ruggiero figliuolo primogenito del primo re di Sicilia. Il di lui matrimonio non era stato legittimato dall'approvazione paterna, nè consacrato dalla Chiesa. Pure l'unione di questo principe con una dama d'alto rango, cui era stato fedele fino alla morte, non sembrava tale agli occhi de' Siciliani, che dovesse degradare il figliuolo e privarlo della sua eredità. Tancredi fu quindi chiamato a Palermo in principio del 1190 dalla nobiltà dei due regni e proclamato re[262].
Il primo pensiere d'Enrico dovette essere quello di riconquistare un regno che gli veniva tolto nell'istante in cui verificavasi il suo diritto alla successione. Per ricuperare l'eredità della sposa chiese ajuto alle repubbliche italiane e specialmente alle marittime. Ci furono conservate le parole stesse da lui dirette ai Genovesi quando pochi anni dopo bramava averli sussidiarj in una seconda spedizione: egli non faceva che ripetere le prime offerte. «Se dopo Dio, col vostro ajuto io posso ricuperare il mio regno di Sicilia, l'onore sarà mio, ma tutto vostro il profitto. Difatti io non devo soggiornarvi coi miei Tedeschi, ma vi soggiornerete voi ed i vostri discendenti, ed il regno per ogni rispetto sarà piuttosto vostro che mio[263].» Oltre i privilegi e le esenzioni più vantaggiose in tutti i porti, aveva loro promessa la città di Siracusa con tutte le sue dipendenze e duecento cinquanta feudi di cavaliere in val di Noto, per guarentia delle quali promesse aveva fatto spedire in loro favore un atto autenticato col suo suggello[264]. Tanto i Genovesi che i Pisani, allestito avendo una ragguardevole flotta in soccorso di Enrico, andarono in traccia di quella di Tancredi a Castelmare di Sicilia, poi all'isola d'Ischia per attaccarla. Ma in pari tempo l'imperatore medesimo, dopo qualche effimero avvantaggio, vide la sua armata distrutta dalle malattie; onde fu costretto di ritirarsi precipitosamente, perdendo l'imperatrice, rimasta prigioniera de' suoi nemici[265]. Dopo la ritirata d'Enrico le flotte repubblicane, non credendosi più sicure in quei mari, furono costrette di abbandonarli.