Scoraggiato Enrico da queste disavventure, e forse sorpreso dalla generosità di Tancredi, che senza taglia e senza condizioni gli aveva rimandata la sposa[266], non avrebbe probabilmente ricominciate così presto le ostilità: ma parve che a quest'epoca una generale sentenza di morte fosse pronunciata contro tutti i sovrani d'Italia. Il figlio primogenito di Tancredi, che il padre aveva già associato alla corona per assicurargli la successione, fu la prima vittima; e ben tosto gli tenne dietro il padre nel 1194, morto di dolore per la perdita del figlio[267]. Dopo tali avvenimenti, quantunque non incontrasse più ostacolo nell'occupare il regno di Sicilia, Enrico trattò le città sottomesse con quella severità che appena sarebbesi usata verso città conquistate colla vittoria. Egli spogliò la Sicilia de' suoi tesori che mandò in Germania, e con insolita crudeltà si rese odioso non solo ai sudditi, ma perfino alla propria sposa Costanza, che, ultima erede del sangue normanno di Sicilia, risguardava come proprie le sventure de' suoi compatriotti; onde fu comune opinione che, per metter fine a tanti furori, cospirasse contro al marito[268]. E perchè i suoi alleati non fossero meglio trattati de' suoi sudditi e de' suoi parenti, mancò a tutte le promesse fatte ai Genovesi, annullando tutti i privilegi di cui godevano nei porti del regno di Napoli. Nè di ciò contento, volle pur rendersi esoso agl'Italiani durante il breve soggiorno che fece due volte nel loro paese[269]; se non che nella seconda sua spedizione morì inaspettatamente nell'assedio d'un castello ribellatosi contro di lui[270]. Morì pure tre anni dopo papa Celestino III che, durante il suo regno di sett'anni, ebbe con Enrico diverse contese[271]. Anche Costanza, che dopo la morte del marito aveva prese le redini del regno, lo raggiunse un anno dopo nel sepolcro, lasciando unico erede delle case di Svevia e di Sicilia un fanciullo di quattr'anni già incoronato sotto nome di Federico II, ma sprovveduto d'amici e circondato di rivali[272].

Una sola guerra di qualche importanza disturbò l'alta Lombardia durante il regno d'Enrico VI, e fu quella delle repubbliche di Brescia e di Cremona. Avevano i Bresciani accordata la loro protezione a molti conti del territorio di Bergamo e con un trattato fatto del 1191 avevano riunito al territorio di Brescia i castelli di Merlo, Calepio e Sarnico. I Bergamaschi spedirono deputati ai Cremonesi loro alleati partecipando loro la ricevuta ingiuria, ed in pari tempo ricordando a' medesimi che ancor eglino quand'ebbero a dolersi de' Bresciani rispetto al corso ed alla navigazione dell'Oglio, non ottennero giustizia da questa repubblica; e perciò gli eccitavano a prendere le armi contro l'ambiziosa città. Prima però di dichiarar la guerra, cercarono di rendersi più forti con nuove alleanze, e mandarono deputati alle città che potevano prender parte al loro malcontento, procurando di guadagnarle sia con eloquenti lagnanze, ora offrendo soccorsi ai principali magistrati. Con tali mezzi ottennero di unire alla loro lega Pavia, Lodi, Como, Parma, Ferrara, Regio, Bologna, Mantova, Verona, Piacenza e Modena. I primi ad aprire la campagna furono i Bergamaschi, assediando in sul cominciar di luglio i castelli di Telgato e di Paulusco. I Cremonesi avanzaronsi pochi giorni dopo con tutti i confederati, e dopo avere il 7 luglio gettato un ponte sull'Oglio, entrarono col Carroccio nel territorio bresciano. Un valoroso capitano bresciano, Biatta di Palazzo, comandava la guarnigione, composta di pochi ma bravi soldati, del castello di Rudiano posto lungo la strada dell'armata nemica. I Milanesi soli alleati di Brescia avevano fatte avanzare le loro truppe fino alle rive del Serio.

I Bresciani avanti l'arrivo dei loro alleati vollero impedire il devastamento del loro territorio, e sortirono contro ai nemici caricandoli vigorosamente. Il loro urto fu ricevuto con intrepidezza almeno uguale, onde i Bresciani sopraffatti dalla superiorità del numero, e non vedendo arrivare il promesso soccorso de' Milanesi, incominciavano a perdere coraggio, quando Biatta di Palazzo, sortendo dal castello di Rudiano colla sua poca truppa, le fece gridare ad alta voce: le nostre spie ci hanno ben serviti, tutto si avverò, viva la milizia di Rudiano! Prima dell'invenzione della presente romorosa artiglieria, e quando i soldati battevansi corpo a corpo, i gridi d'un'armata non erano senza effetto sull'armata nemica. I Bresciani, incoraggiati da questo inaspettato soccorso, ripreser fiato; i Cremonesi si credettero traditi, ed in quel primo momento di confusione, caricati avanti ed alle spalle, furono agevolmente sgominati e posti in piena ritirata[273]. I fuggitivi affollandosi sul ponte volante, fatto il precedente giorno, lo fecero crollare col loro peso e cadere nell'Oglio, ove s'affogarono tutti coloro che l'occupavano allorchè cadde. Questo funesto accidente accrebbe il terrore dell'armata in modo, che i soldati, malgrado il peso dell'armatura, gettavansi nel fiume per attraversarlo a nuoto, ma vi rimasero tutti affogati nella melma, o via trasportati dalla violenza della corrente; mentre perivano sotto le spade nemiche gli altri che non si esposero al pericolo del fiume[274]. Pochi salvaronsi di così bella armata, che si credette aver perduti dieci mila uomini. Questa battaglia, ed il luogo in cui si fece si chiamarono negli annali lombardi mala morte. Gli effetti di tale disfatta non influirono per altro sulla sorte dei vinti come poteva temersi, perchè Enrico VI, ritornando allora dalla sua prima impresa della Puglia, volle che le città nemiche si rappacificassero, e si rilasciassero vicendevolmente i prigionieri.

A questa guerra, ed all'altra che si fecero con quasi ugual furore Parma e Piacenza[275], tennero dietro alcune mal conosciute liti fra i Comuni ed i gentiluomini del distretto, ma che forse ebbero più importanti conseguenze, perchè furono cagione di fare successivamente cadere tutte le repubbliche dell'Italia settentrionale, per un tempo più o meno lungo, sotto il giogo di alcuni signori che crudelmente abusarono dell'usurpato potere. Dobbiamo perciò risalire all'origine di questi usurpi nella provincia della Marca trivigiana o veneziana, di dove il contagio parve che si diffondesse ancora nelle altre.

Questa provincia è in parte montuosa, e nei secoli di mezzo l'ingrandimento o il decadimento della nobiltà parve cagionata dalla natura del paese in cui abitava. I gentiluomini trovavansi dovunque esposti ugualmente alla gelosia delle città, ma quelli che abitavano nella parte piana, non potendo giovarsi della natura del suolo per fortificarsi, furono forzati di sottomettersi più presto alle repubbliche, domandando il diritto di cittadinanza, e formando una classe separata, è vero, ma però di cittadini. Altronde quelli che trovavansi nelle montagne, essendo lontani dalle repubbliche, divisero i loro interessi dagli altri che vivevano nelle città, e si disposero a mantenere indipendenti i piccoli loro principati. Alcuni sopravvissero agli ultimi comuni liberi, come i Malaspina che conservarono in Lunigiana la loro sovranità fino agli ultimi anni del decorso secolo, e come i feudi imperiali nelle alpi liguri che furono anche più tardi proprietà d'una nobiltà immediata, rimasta indipendente[276]. Nello stesso modo i gentiluomini degli Appennini chiudevano le repubbliche toscane entro una linea di piccoli principati, che Fiorenza soggiogò soltanto poichè giunta fu al suo maggior grado di potenza. Ma nella Marca trivigiana i Monti euganei e le basi delle Alpi, prolungandosi in mezzo alle fertili pianure ed alle più floride città, presentavano montagnuole rese forti dalla natura, che i nobili non tardarono a coprire di castelli e di ridotti fortissimi. Colà mantenendosi in tutto il loro splendore, e resi potenti dal numero de' vassalli e dalle accumulate ricchezze, conservarono tra le repubbliche della Marca un'influenza che non avevano i nobili d'altri paesi, e si appropriarono il godimento e l'elezione di tutte le magistrature, non lasciando tempo al popolo di misurare le proprie forze e di scuotere il giogo.

Non perchè fossero vinti e sottomessi agli ordini delle repubbliche, ma solo per approfittare de' servigi de' loro subalterni, e per aprire alla loro ambizione una più vasta carriera, i nobili vennero a stabilirsi nelle città della Venezia. Perciò fissandovi la loro dimora non vollero esporsi alle tumultuose passioni di un popolo incostante, e fabbricandosi case in seno alle città diedero loro, se non la forma, la solidità delle fortezze. Grosse mura porte e barricate di ferro, aperture assai più appropriate alla difesa che al comodo assicuravano al nobile nella propria casa un'assoluta indipendenza in mezzo ad una città nemica. E quand'ancora queste prime difese venivano superate, una torre quadrata, formata di enormi masse di pietra, offriva in ogni casa nobile un impenetrabile asilo, che non poteva forzarsi senza un lungo assedio; poichè sull'alto della torre conservavansi abbondanti provvisioni, e le armi necessarie alla difesa[277][278].

La potenza de' gentiluomini in tutte le repubbliche della Marca non avrebbe crollato giammai, se fossero rimasti uniti; ma l'assoluta indipendenza di cui godevano, incoraggiando ognuno ad appagare tutte le passioni, fece nascere fra di loro le più sanguinose liti. Fin verso la metà del XII secolo niuno storico si prese cura di tramandare alle posterità gli avvenimenti di quella contrada; ma dopo tale epoca molti sono gli scrittori che ci lasciarono d'ogni cosa racconti minutamente circostanziati. Sappiamo da questi che alla morte d'Enrico VI tenevansi vive in ogni città le antiche fazioni, e che, se in alcune repubbliche regnava la pace, ciò dovevasi alle pattuite divisioni delle pubbliche funzioni e di tutte le dignità dello stato tra le famiglie rivali.

Quasi tutte le repubbliche Italiane avevano abolita la magistratura consolare per rimpiazzarla con quella dei podestà, quali avevali istituiti Federico Barbarossa. Ogni città chiamava per un determinato tempo un capo straniero, gentiluomo e militare, che seco conduceva arcieri e soldati, ed era depositario non meno del potere giudiziario, che della forza pubblica cui rivolgeva, a seconda del bisogno, contro gl'interni nemici dell'ordine, e contro quelli dello stato.

Benchè la plebe avesse una parte più immediata nell'elezione de' consoli che in quella dei podestà, approvò questa innovazione, e la trovò utile, perchè non richiedevasi meno d'una forza militare per metter freno alle turbolenti fazioni de' nobili.

Quando il podestà veniva informato di qualche pubblico delitto, faceva appendere alle finestre del palazzo il gonfalone di giustizia; e facendo colle trombette avvisare tutti i cittadini di prendere le armi, usciva egli stesso a cavallo dalla sua residenza, circondato dalle sue guardie e seguito dal popolo. La casa del colpevole era all'istante assediata, e venuta in mano della forza pubblica si spianava fino alle fondamenta. In questa esecuzione, quantunque talora si punissero i colpevoli coll'ultimo supplicio, non conservavansi altrimenti le forme del foro, nè si aveva verun riguardo alla libertà d'una ben ordinata repubblica. In mezzo ad uomini indipendenti e quasi sempre in guerra gli uni contro gli altri, lo stesso capo dello stato moveva guerra ai cittadini ribelli, e coll'apparato della sedizione intratteneva nella repubblica una tal quale subordinazione. Ognuno ripromettevasi la sua libertà dalla propria energia e non chiedeva al governo che la repressione d'un grandissimo disordine.