Non erasi ancora supposto che un podestà potesse usurparsi il supremo potere, e perciò non si era cercato che di porsi in guardia contro la loro parzialità. Per prevenirla, ogni repubblica della Marca trivigiana aveva divisa l'elezione tra i due partiti che dominavano in ogni città. A Vicenza la nobiltà formava due fazioni, i conti di Vicenza, ed i signori del Vivario. Ogni fazione nominava il suo commissario, ed i due commissarj riuniti eleggevano ogni anno il podestà. A Verona le due famiglie di Montecchio, o Monticulo, e di S. Bonifazio, seguite dal rimanente della nobiltà, eransi ugualmente diviso il diritto d'eleggere il podestà[279]. Altrettanto facevano in Ferrara le fazioni dei Salinguerra e degli Adelardi equilibrate coll'attributo della stessa prerogativa.
Non era supponibile che questa divisione di potere elettivo permettesse lunga pace a repubbliche male ordinate che contavano tra i loro cittadini i nobili, sovrani nei proprj castelli e quasi di forze uguali allo stato di cui erano membri, ed avvezzi a sbramare con aperto disprezzo dell'ordine pubblico tutte le loro passioni. Prima che terminasse il XII secolo la violenza d'alcuni gentiluomini risvegliò la sopita animosità delle fazioni, e riaccese la guerra in tutta la Venezia.
Sotto il regno di Corrado II un gentiluomo tedesco, chiamato Ezzelino, aveva accompagnato quest'imperatore in Italia con un solo cavallo, ed in ricompensa di questi servigi aveva da lui ricevuta la terra d'Onara e di Romano nella Marca trivigiana[280]. A questo primo fondatore d'una potente casa, resa famosa dai delitti, era succeduto un Alberico, ed in seguito un Ezzelino che pure porta il nome del primo, e viene soprannominato il balbo. Avevano questi signori accresciuto assai il patrimonio della loro casa coll'acquisto di Bassano, di Marostica, e di altre terre poste al nord di Vicenza e di Padova, in guisa che il loro feudo formava già un piccolo principato, non inferiore di forze alle repubbliche confinanti; e siccome le interne fazioni delle città ambivano l'alleanza delle fazioni imperiali, i signori da Romano erano omai risguardati in tutta la Venezia quai capi del partito ghibellino.
Ezzelino il balbo e Tisolino di Campo Sampiero, il primo nobile vicentino, padovano l'altro, erano congiunti d'amicizia e di alleanza, avendo il secondo sposata una figlia d'Ezzelino, da cui aveva avuto più figli, de' quali alcuni erano già usciti di fanciullezza. Accadde che al primogenito di costoro si offrisse in matrimonio l'erede d'una potente famiglia padovana chiamata Cecilia, che Manfredi, ricco signore d'Abano, aveva, morendo, lasciata orfana. Tisolino volle, prima di conchiudere tali nozze, avere l'assenso dell'amico e del suocero Ezzelino; il quale trovando che questo accasamento utilissimo sarebbe al proprio figliuolo Ezzelino II, senza lasciar travedere il suo pensamento al genero, si addirizzò segretamente ai tutori della donzella, che vinti dall'oro, rotta ogni trattativa con Tisolino, l'accordarono al signore da Romano; il quale la fece onorevolmente tradurre nel suo castello di Bassano e la maritò al figliuolo.
Questo tradimento eccitò la più viva indignazione nella famiglia di Campo Sampiero, che giurò di farne vendetta, nè dovette lungo tempo aspettarne l'opportunità. Alcuni mesi dopo il suo matrimonio, la sposa d'Ezzelino recavasi a vedere i suoi poderi nello stato di Padova oltre la Brenta con un accompagnamento più magnifico che forte. Gherardo figliuolo di Tisolino che doveva essere suo sposo e che invece era diventato suo nipote, postosi in agguato presso al castello di s. Andrea, la tolse alle sue genti e la disonorò. Cecilia, tornata a Bassano, non celò al marito la sua sventura; perchè ripudiata, passò in seguito a seconde nozze con un nobile veneziano[281]. Ma le due famiglie, irritate dai vicendevoli insulti, giuraronsi un odio che si propagò di padre in figlio e che non s'estinse che col sangue.
Erasi intanto accresciuta la potenza d'Ezzelino II e per questo matrimonio e per l'altro contratto dopo il divorzio. Alleato delle repubbliche di Verona e di Padova, ebbe in breve bisogno dei loro soccorsi; perciocchè essendo stato del 1194 nominato podestà di Vicenza uno de' suoi nemici, questi lo fece esiliare con tutta la sua famiglia e tutti i suoi partigiani indicati col nome di Vivario. Prima d'assoggettarsi a tale sentenza, cercò di difendersi incendiando le più vicine case; e gran parte della città fu in questo ammutinamento consunta dalle fiamme. Tali furono le prime scene di disordine e di sangue ch'ebbe sotto gli occhi appena nato il figlio del signore di Romano, il feroce Ezzelino[282].
Non era per i signori da Romano troppo grave punizione l'esiglio da Vicenza. Ritiratisi a Bassano in mezzo ai loro sudditi, si circondavano dei loro partigiani ugualmente perseguitati, ma sprovveduti delle loro risorse; e perciò costretti, approfittando delle beneficenze di così potente famiglia, di rendersi, di uguali che erano, loro mercenarj. L'esiglio non poteva durar sempre, e le disgrazie non meno che le prosperità accrescevano il credito dei Romano presso la repubblica. I Veronesi interpostisi per rimettere la pace in Vicenza, ottennero il richiamo dei signori di Romano e de' suoi aderenti, ed autorizzarono le due fazioni a nominare un podestà[283]. Così strana divisione dell'autorità giudiziaria affidata a passioni nemiche, non era senza esempio, e, ciò che più è notabile, praticato con felice successo pel mantenimento della pace: senza dubbio per la ragione medesima, che due armate nemiche comandate da esperti capitani possono stare a fronte lungo tempo senza combattersi.
Del 1197 i Vicentini elessero ancora un podestà contrario alla fazione Ezzelina; ed allora non solo la comune esiliò un'altra volta questo capo di parte, ma gli dichiarò guerra e mandò le sue milizie ad assediare Marostica[284]. I signori di Romano, situati tra il territorio di tre repubbliche, erano in libertà di allearsi con quella che credessero più utile ai loro interessi. Ezzelino impegnò ai Padovani per una considerabile somma la terra d'Onara posta nella loro diocesi, e stipulò con loro un atto di alleanza offensiva e difensiva, in virtù della quale i suoi nuovi alleati attaccarono i Vicentini innanzi a Carmignano e fecero loro due mila prigionieri[285]. Ciò accadde nel 1198, onde i Vicentini, chiamati i Veronesi in loro soccorso, avanzaronsi uniti nella campagna padovana per guastarla, spingendo le loro avanguardie fin sotto le mura di Padova, a segno che si videro volare sulla città le scintille degli incendj delle vicine case. Di che spaventati i Padovani, rilasciarono tutti i prigionieri, senza il consenso d'Ezzelino, ed ebbero a tale condizione la pace. Ma questi approfittò di tale pretesto per separarsi dalla cadente loro fortuna. Offerse ai Vicentini di porsi per le loro contese in arbitrio de' Veronesi; e diede loro in ostaggio suo figlio, ed i più forti castelli Bassano ed Angarani: colla quale assoluta confidenza si conciliò in modo l'affetto loro, che al podestà di Verona riuscì facile l'ottenergli la pace dalla repubblica di Vicenza e da tutta la fazione guelfa, facendogli restituire i castelli ed il figliuolo. I Padovani non tardarono a punirlo dell'essersi riconciliato coi loro nemici, e confiscarono a loro profitto la terra d'Onara di cui trovavansi in possesso, e che altra volta aveva dato il suo nome alla casa da Romano[286].
Mentre l'innalzamento d'una famiglia che doveva dominare tutto il partito ghibellino, dava motivo a frequenti guerre nell'alta Venezia, al mezzogiorno di questa provincia la crescente potenza d'un'altra casa, posta alla testa de' Guelfi, veniva accompagnata da sommosse e da civili discordie. Fra i territorj di Padova, di Ferrara, di Verona e di Vicenza possedeva il marchese d'Este le borgate d'Este, Montagnana, Badia, ed il Polesine di Rovigo. Alcune sono poste sopra colline isolate che soprastanno alle ricche pianure della Venezia, ed il Polesine è difeso dal corso di due gran fiumi, l'Adige ed il Po. Il marchese d'Este erasi giovato della vantaggiosa situazione delle sue terre per conservarsi indipendente in mezzo alle potenti repubbliche che lo circondavano; erasi inoltre guadagnato l'amore de' suoi vassalli con un giusto e moderato governo; ed aveva loro permesso di partecipare del favore d'un'amministrazione repubblicana, eleggendosi i loro consoli[287]. La casa d'Este alleata di quella de' Guelfi duchi di Baviera e Sassonia, poi di Brunswik, sempre rivale della casa di Svevia, aveva già dato prove del suo attaccamento alla causa dei papi in occasione delle vertenze loro con Federico Barbarossa, quand'ella fu impensatamente chiamata all'eredità d'un altro capo dello stesso partito.
Guglielmo Marchesella degli Adelardi capo della parte guelfa in Ferrara, quello stesso che abbiamo veduto salvare Ancona, poco dopo questa gloriosa impresa, ebbe la sventura di vedere successivamente perire gli ultimi eredi maschi di sua famiglia, suo fratello con tutti i suoi figliuoli. Di questo fratello sopravvivea però una fanciulla in ancor tenera età chiamata Marchesella: egli lasciolla erede di tutti i suoi averi, sostituendole, in caso che morisse senza prole, i figliuoli di sua sorella. Credette poscia che le sventure di sua famiglia potrebbero consolidare almeno la pace della patria, riavvicinando con istretti vincoli i capi delle contrarie parti. Salinguerra, figliuolo di Torrello, era allora capo dei Ghibellini di Ferrara; e Guglielmo non contento di destinargli sposa sua nipote, allora in età di sette anni, la pose nelle sue mani, lasciando allo sposo la cura della di lei educazione; poi spirò[288]. Ma i Guelfi non acconsentirono che l'unico rampollo d'un sangue loro tanto caro si dasse in balìa ad una famiglia nemica: nè sapendo risolversi ad affezionarsi a coloro, contro i quali eransi lungo tempo battuti, trovaron modo di rapire all'improvviso Marchesella dalla casa de' Salinguerra, e di condurla in quella dei marchesi d'Este, offrendola in isposa ad Obizzo d'Este, cui diedero anticipatamente il possesso dei beni di Adelardo. Allora fu che la famiglia estense si stabilì in Ferrara e che accettò la prima volta i diritti di cittadinanza in un comune: ma il favore de' Guelfi di Ferrara giovò assai più alla sua grandezza, che la passata indipendenza. Dopo tal epoca la casa d'Este fu così universalmente riconosciuta capo della parte guelfa, che in tutta la Venezia si chiamò fazione del marchese.