L'interesse particolare taceva in faccia allo spirito di partito. Marchesella morì avanti che si effettuasse il suo matrimonio, ma non pertanto i nipoti di Guglielmo, che le erano stati sostituiti, non riclamarono l'eredità di Adelardo per timore che, spogliando la casa d'Este di tanta parte delle sue ricchezze, non s'allontanassero da Ferrara con gravissimo pregiudizio della parte guelfa. Dall'altro canto i Salinguerra avevano vivamente sentita l'ingiuria loro fatta; e dal 1180 in cui fu loro tolta la giovanetta sposa, fino al 1220, mantennero viva la guerra civile entro le mura di Ferrara. Dieci volte in tale periodo di tempo una parte cacciò l'altra di città, dieci volte le proprietà dei vinti furono preda dei vincitori e le case distrutte fino ai fondamenti[289].

Mentre la libertà delle repubbliche della Venezia, o Marca trivigiana, veniva così crudelmente compromessa dalle torbide passioni dei loro gentiluomini, ed il loro governo declinava in oligarchia irregolare, le repubbliche transpadane di Bologna, Modena, Reggio, Parma e Piacenza consolidavano ogni giorno più la loro indipendenza ed acquistavano una assoluta superiorità sulla nobiltà castellana del loro territorio. Negli annali di Reggio, che di quest'epoca sono più circostanziati di quelli delle altre città, trovasi ogni anno accennato alcun trattato fra qualche gentiluomo ed il podestà, con cui sottomettonsi castelli alla repubblica[290]. Il gentiluomo obbligavasi con simile atto a consegnare la sua terra alla città di Reggio, a vivere almeno due mesi in città, adempiendo a tutti i doveri di cittadino, sia coll'ubbidire ai magistrati della repubblica, che contribuendo con tutte le forze alla difesa delle persone, dei diritti e delle proprietà de' suoi nuovi concittadini. Gli annali di Bologna contengono un ancora maggior numero di somiglianti sommissioni, ed oramai queste repubbliche non avevano più nel proprio territorio gentiluomini da loro indipendenti. I loro stati confinavano tutti con quelli di altre repubbliche, ed i nobili associati alla sorte loro, invece d'esser rivali, formavano un nuovo ordine di cittadini. Vero è che quest'ordine addossandosi le prerogative onerose a tutta la nazione, eccitava già la gelosia del popolo. I Bolognesi avevano nel 1192 nominato il proprio vescovo Gerardo de' Scannabecchi in pretore ossia podestà, il quale prelato li governò nel corso di un anno con tanta saviezza e moderazione, che tutte le parti ne rimasero egualmente soddisfatte[291]. Il susseguente anno fu perciò riconfermato nell'impiego; del che i nobili non tardarono a dolersene, dicendo che i soli plebei erano da lui favoriti, e che, per poco che ancora durasse il suo governo, l'autorità dei gentiluomini riducevasi a nulla[292]. Prese perciò le armi, lo cacciarono fuori della città, nominando in sua vece due consoli. Questo primo segno della loro gelosia, questa prima chiamata alla decisione delle armi sui diritti dei due ordini rivali poteva essere per i nobili, che non erano i più forti, di troppo pericoloso esempio. Poteva il popolo a vicenda riacquistare coi mezzi medesimi quell'influenza che di presente gli si toglieva, poteva cacciare i nobili stessi dalla città; ed infatti quest'esempio fu cagione che in un'altra repubblica si facesse ciò che i Bolognesi potevano fare.

Il governo di Brescia era tutt'affatto nelle mani dei nobili, che avevano successivamente strascinato il comune in varie guerre contro le vicine città di Cremona e di Bergamo. Istigati dai Milanesi, questi nobili vollero di nuovo, l'anno 1200, fargli prendere le armi contro i Bergamaschi; ma il popolo, spossato da frequenti guerre, si rifiutò di assecondare i loro ambiziosi pensieri senza suo profitto, ed invece prese le armi per cacciare dalla città coloro che volevano costringerli a servire; e dopo un sanguinoso combattimento, dato in mezzo alle strade, gli obbligarono a fuggire. Rifugiatisi nel territorio cremonese i gentiluomini bresciani formarono tra di loro una compagnia militare, cui diedero il nome di società di san Fausto. I plebei dal canto loro formarono pure una compagnia chiamata Bruzella[293]: il qual nome di Bruzella o Brighella si conservò fino a' dì nostri, ed un plebeo bresciano insolente coraggioso e furbo è pure una delle mascare del teatro italiano. I nobili si collegarono colle città di Cremona, Bergamo e Mantova, già da molto tempo nemiche della loro patria. D'altra parte il popolo si unì ai Veronesi, e si continuò la guerra tra loro con estremo accanimento. Anche in Padova ebbe luogo lo stesso anno una quasi simile rivoluzione, di cui la cronaca di quella città non ci dà che la seguente notizia. «L'anno 1200, vi si dice, i plebei tolsero ai magistrati l'amministrazione della città e presero essi soli le redini del governo[294].» E per tal modo le rivoluzioni dell'ultimo anno del secolo XII parvero presagire quelle che nel corso di tutto il secolo XIII sconvolsero l'Italia.

CAPITOLO XIII.

Pontificato di Innocenzo III. — Stabilimento del potere temporale della Chiesa. — Abbassamento della fazione ghibellina.

1197 = 1216.

La quasi simultanea morte di tutti i sovrani d'Italia lasciò nel dodicesimo secolo libero corso all'ambizione di uno de' loro successori, il pontefice Innocenzo III. Questo papa fu uno de' fondatori della temporale monarchia della Chiesa; monarchia quattro volte ristabilita dai pontefici, perchè quattro volte, malgrado l'appoggio delle opinioni religiose, i papi lasciaronsi spogliare da quello stesso poter militare ch'essi avevano istituito per propria difesa. I papi sollevati a tanta potenza da Carlo Magno e dai suoi successori, furono chiamati nell'undecimo, tredicesimo e sedicesimo secolo a nuova tenzone per ricuperare la perduta dominazione: Gregorio VII, Innocenzo III e Giulio II, sono gli uomini che in queste tre diverse epoche riconquistarono l'autorità temporale e diedero uno stato alla Chiesa. Lo stabilimento d'una potenza di primo ordine, che spesso cercò l'alleanza delle città libere, che talvolta le oppresse e che sempre s'immischiò in tutte le loro rivoluzioni, deve formare una parte essenziale della storia delle repubbliche italiane.

Tra i papi e gl'imperatori doveva mantenersi una costante opposizione, necessaria conseguenza del supremo rango di questi due capi del cristianesimo, delle loro prerogative, delle pretensioni loro. Potevano ben segnare fra di loro alcune tregue, ma sincera pace non mai, finchè i papi non rinunciavano al dominio su tutti i troni della terra, finchè gl'imperatori non si spogliavano de' più importanti diritti. Quando la lite rimaneva sopita, non era tale tranquillità che l'effetto della soverchia preponderanza che un partito acquistava sull'altro; l'equilibrio riapriva sempre la guerra.

Dopo la pace di Costanza il partito imperiale aveva ricuperata in Italia grandissima preponderanza. Alla potenza ed alla gloria di Federico I aggiungevasi il matrimonio di suo figlio coll'erede di Napoli, che privava il pontefice d'un antico e fedele alleato, ed accresceva le forze del suo avversario. Lo stato ecclesiastico circondato e diviso dalle possessioni del monarca trovavasi debole ed incapace di resistergli, per cui i papi da Lucio III fino a Celestino III trovaronsi sforzati di coprire con apparente moderazione la debolezza e dipendenza loro. L'ultimo specialmente dovette opporsi agli attacchi d'Enrico VI, che parevano compromettere la sua esistenza; e per quanto fosse grande l'importanza della disputa ch'egli ebbe con questo monarca, non ardì mai di far causa comune coi suoi nemici, o d'impiegare contro di lui le armi spirituali, di cui i suoi predecessori avevano fatto così frequente abuso[295]. Intanto Enrico aveva in ogni maniera ristretti i limiti, o, a meglio dire, le pretensioni del papa. Dopo le investiture accordate ai Normanni, la santa sede veniva considerata come abituale sovrana del regno di Napoli; ma a fronte di ciò, Enrico, per impadronirsi di quel regno, non erasi giovato che del suo diritto ereditario, senza curarsi dell'assenso del papa. Egli aveva continuato a godere i beni della contessa Matilde malgrado le rimostranze della santa sede, e gli aveva accordati in feudo ai suoi parenti, o ai suoi generali; aveva richiamati in vigore gli antichi diritti dell'Impero sulle province vicine a Roma, il ducato di Spoleti, la Marca d'Ancona e la Romagna; e non erasi fatto carico della pretesa sovranità de' papi su queste province; finalmente aveva perfino entro la stessa Roma doppiamente ristretta l'autorità ecclesiastica e coi poteri ch'egli erasi riservati e con quelli che accordati aveva alle istanze del governo repubblicano.