1100 = 1152.
Le passioni religiose rese vive dalla lite delle investiture, dopo avere violentemente agitati l'Impero e la Chiesa, s'andarono da sè medesime calmando in conseguenza dello spossamento prodotto dalla lunghezza e dall'acerbità degli odj; poichè quelle calunnie, quelle ingiurie, quelle invettive, che prima commovevano i popoli, erano, per il fattone abuso, divenute indifferenti. Vedendo le nazioni, dopo sì lunga lotta, i due partiti ugualmente forti, conobbero che non dovevasi prestar fede nè alle grandi promesse degli unì, nè temere le minacce degli altri; che ogni virtù non è da una sola banda, nè tutt'i vizj dall'altro lato, e che niun partito poteva ripromettersi la parziale protezione del cielo. Le private mire degli agitatori del popolo sono finalmente palesi, cessa l'illusione, e quella spaventosa macchina, che aveva sommossa tutta la società, non poteva più raddrizzarsi, nè ingannarla.
Anche assai prima della pace di Worms apparivano manifesti indizj della stanchezza degli opposti partiti, dell'Impero e del Sacerdozio. Intanto vedevansi rinascere, e ciò direttamente risguarda l'oggetto della presente storia, le gelosie tra le vicine città, le guerre private, e lo sviluppo delle passioni repubblicane prender luogo nel cuor degli uomini, invece del fanatismo religioso.
Durante il torbido regno d'Enrico IV, le città lombarde avevano sordamente adottato il governo municipale; e già ai tempi d'Enrico V, oltre l'amore di libertà, incominciavano a nutrire pensieri ambiziosi di conquista. Ogni città era libera, ma disuguale la popolazione di tutte le città. L'estensione e la fecondità del territorio, il vantaggio della posizione, le antiche prerogative civili ed ecclesiastiche, rendevano le une più ricche e potenti delle altre. Milano e Pavia primeggiavano su tutte le città lombarde, ed i loro cittadini, divisi da una pianura di sole venti miglia non attraversata da verun fiume, avevano in tanta vicinanza frequenti motivi di disgusti; perciocchè, oltre la rivalità di gloria e di potenza, davan loro cagione di acerbe guerre i confini delle diocesi non divise dalla natura, ed i dispareri sul corso delle acque destinate alla irrigazione de' terreni.
Da principio si offesero indirettamente, cercando di ridurre in podestà loro le città vicine più deboli; lo che divise tutta la Lombardia in due fazioni, delle quali eran capo Milano e Pavia. Cremona, che dopo queste era la più potente repubblica, tentò del 1100 d'impadronirsi di Crema[1]. Pavia moveva guerra a Tortona nel 1107, e Milano attaccava Lodi e Novara; le quali per timore di servitù chiedevano ajuto alla metropoli amica. E per tali cagioni Crema e Tortona si posero sotto la tutela de' Milanesi, mentre Pavia, Cremona, Lodi e Novara si collegarono per far testa alla potenza de' Milanesi. I Bresciani, antichi rivali di Cremona, si collegarono con Milano, siccome gli Astigiani, nemici dei Tortonesi, s'unirono a Pavia. E tra le città più lontane, Parma e Modena seguivano d'ordinario la parte milanese; Piacenza e Reggio l'opposta lega.
Le loro guerre incominciarono sempre con leggieri scaramucce tra le popolazioni vicine, che in tempo delle messi danneggiavano le campagne nemiche. Riscaldati dalle fresche offese gli antichi odi, solevano sfidarsi a battaglia in un luogo e giorno determinati, in cui gli uomini de' due Stati atti alle armi andavano tutti col loro carroccio contro al nemico. Presso questi repubblicani la bravura teneva sola luogo d'ogni arte militare, ed una sola battaglia chiudeva d'ordinario la campagna e la guerra. Siccome le due parti non aspiravano che all'onore del trionfo, cercavan meno d'esterminare il nemico, che d'insultarlo e d'avvilirlo. I Milanesi avendo del 1108 battuti i Pavesi, e fatti loro moltissimi prigionieri, li condussero nella pubblica piazza, ove, poichè ebber loro legate le mani al di dietro, ed appesovi un lumicino, permisero loro di tornare alle proprie città, accompagnandoli per breve tratto di strada colle fischiate[2].
Non però tutte le guerre terminavano con sì poco danno. Milano era chiuso dai territorj di sette repubbliche; Como, Novara, Pavia, Lodi, Cremona, Crema e Bergamo: delle quali la più lontana, Cremona, trovavasi a sole cinquanta miglia di distanza. Crema più debole delle altre erasi posta sotto la protezione de' Milanesi, e formava, per così dire, parte del loro Stato. La comune sicurezza riuniva le altre contro Milano, la quale, quando potesse momentaneamente disunirle, era sicura di opprimere le più deboli: e siccome veruna stabile alleanza legava le sei città, e la pace e la guerra erano ugualmente cagione di frequenti separazioni, i Milanesi ebbero ben tosto opportunità di combatterle separatamente, ed incominciarono col dichiarar guerra a Lodi l'anno 1107[3].
(1107 = 1111) Questa guerra durò quattr'anni, dal 1107 al 1111, nel qual tempo, se dobbiam credere agli storici lodigiani, i loro concittadini furono più volte in aperta campagna vittoriosi. Non pertanto perdettero molta parte del loro raccolto, e dovettero soffrire le ingiurie de' nemici che avanzavansi ad insultarli fin presso alle mura della città. A que' tempi, non conoscevasi quasi miglior modo di far gli assedj: perciocchè quando gli assalitori non riducevano il nemico ad uscir dalle porte per vendicarsi dei dileggi battendosi in aperta campagna, erano ben tosto costretti di ritirarsi. Gli artigiani che formavano il grosso dell'armata, e non erano pagati, mal potevano tenersi lungo tempo lontani dalle loro officine. I Milanesi rinnovavano ogni anno la guerra, ed ogni anno abbruciarono la messe de' Lodigiani, o la trasportarono nel proprio territorio, malgrado i soccorsi de' Cremonesi e de' Pavesi. Finalmente nel giugno del 1111 presero d'assalto le muraglie delle città, che le milizie lodigiane, spossate dalle lunghe vigilie e dalla fame, non ebbero forza di difendere[4]. I Milanesi diedero allora libero corso al concepito odio, atterrarono le mura di Lodi, e ne incendiarono le case, ripartendone gli abitanti in sei borgate, che sottoposero a severissime condizioni, alle più odiose leggi; di modo che di quell'infelice città non rimasero che le miserabili ruine nel luogo che poi chiamossi Lodi vecchio. Quarantasett'anni dopo quegli abitanti rifabbricarono una nuova città a qualche distanza dalla distrutta.
(1118) Una guerra di maggior considerazione intrapresero i Milanesi contro la città di Como l'anno 1118, la quale fu descritta da un poeta comasco assai vicino a que' tempi. Il suo poema è quasi la sola memoria che ci resta di quella sanguinosa contesa[5].
In principio del poema il cantore comasco paragona le sventure della sua patria a quelle di Troja[6]: e quantunque egli non si rassomigli in veruna cosa ad Omero, i descritti avvenimenti ci ricordano vivamente le generali circostanze della guerra trojana. L'assedio di Como dura dieci anni, e combattono contro gl'infelici Comaschi tutte le piccole repubbliche lombarde. In questa lunga lotta le milizie loro fecero i primi esperimenti del proprio valore, e s'agguerrirono in modo da potere in appresso resistere a Federico Barbarossa, lo Zerse de' secoli di mezzo.