Le opinioni religiose non furono da principio straniere a tale contesa. Mentre i Lombardi seguivano generalmente la parte imperiale, Como stava per il Papa, che gli aveva dato un vescovo di loro piena soddisfazione[7]. L'antipapa Burdino, ossia Gregorio VIII, aveva nominato vescovo di Como un diacono della chiesa milanese, chiamato Landolfo, della nobile famiglia di Carcano. Sperando costui di approfittare della dimora d'Enrico V in Italia, erasi recato fino al castello di s. Gregorio, di dove co' suoi maneggi disturbava la diocesi del suo rivale. Una notte il legittimo vescovo Guido, sortito dalla città coi due consoli Adamo di Pirro e Gaudenzio Fontanella, sorprese il castello di s. Gregorio, facendo prigione Landolfo, ed uccidendo molti suoi parenti, e partigiani che cercarono di difenderlo. Coloro che poterono sottrarsi al massacro, fuggirono a Milano, portando con loro le insanguinate vesti degli uccisi, che stesero sulla pubblica piazza, sedendosi taciturni a canto alle medesime, mentre le vedove ed i figli degli estinti colle lagrime e coi gemiti invocavano i passeggieri, e supplicavano il popolo di vendicare tanta ingiuria. Intanto le campane chiamano i fedeli ai divini ufficj. L'arcivescovo Giordano fermò il popolo all'ingresso del tempio, ordinando al clero che lo seguiva di chiuderne le porte; e dichiarò che non si riaprirebbero che a coloro che prendessero le armi per vendicare la chiesa e la patria[8]. Ne' paesi liberi si commovono ed agitano le menti colla sorpresa dello spettacolo; mentre dove la volontà d'un solo decide della pace e della guerra, tutto ciò rendesi inutile.
I Milanesi corsero alle armi, e dietro ad un araldo mandato a sfidare i Comaschi, uscirono pomposamente col carroccio e colle bandiere spiegate dalla città loro, prendendo la strada di Como. Trovarono a' piedi del monte Baradello le milizie comasche, con cui attaccarono una battaglia, che senza alcun vantaggio degli uni o degli altri si prolungò fino alla notte. I Milanesi approfittarono dell'oscurità per discendere inosservati sulle ghiaje del torrente Aperto, lungo il quale s'accostarono fino alle mura di Como, i di cui abitanti abili alle armi trovandosi tutti nel campo presso Baradello, fu facile ai primi di rompere le porte della città non difesa, ed abbandonarla alle fiamme. In sul far del giorno vedendo i Comaschi che i nemici eransi allontanati, s'avviarono alla città loro a traverso la montagna; e quando giunsero alla sommità la videro, atterriti, coperta da denso fumo illuminato dalla fiamma divoratrice. Scesero impetuosamente dalla cima del Baradello, e fattisi addosso ai Milanesi intenti al saccheggio, gli oppressero e fugarono in modo, che, rimasti all'istante padroni della città, ebber tempo di estinguere l'incendio, e di rimettere le abbattute porte[9].
Sembra che a quest'epoca i Comaschi fossero i più valorosi soldati d'Italia. Forse la vicinanza della Svizzera, l'abitudine di viaggiare per le alte montagne e di navigare sopra un lago assai burrascoso, gli aveva agguerriti prima degli altri. I ricchi e potenti villaggi situati sul pendìo delle Alpi erano tutti soggetti a Como; ma non tutti erano contenti di tale onerosa dipendenza. Quello d'Isola posto presso al lago in faccia ad un'isoletta da cui prese il nome[10], volendo affatto emanciparsi da Como, (1119) spedì deputati a Milano, che segnarono un trattato d'alleanza colla repubblica. Allora gli abitanti d'Isola equipaggiarono una flotta di battelli, e nella susseguente primavera osarono di sfidare i Comaschi; i quali, sortiti colla loro flotta, li ruppero e dispersero, senza poter approfittare della vittoria, costretti di rientrare in città per opporsi a più temuti nemici che s'avanzavano dalla parte di terra.
Non si sa comprendere la cagione che consigliò tutte le città lombarde ad abbracciare le parti della città, di cui erano a ragione più gelose, contro una repubblica che mai le aveva offese, e da cui non avevano che temere; e cresce la sorpresa vedendole prender parte a tale confederazione, in tempo che non potevano ignorare che il principale motivo della guerra era quello di appoggiare un vescovo scismatico contro il legittimo pastore. Lo che è una aperta prova, che in tale epoca la parte d'Enrico e dell'antipapa Burdino prevaleva in Lombardia; attestando il poeta comasco[11] che i Milanesi avevano spediti deputati a tutte le città vicine, ed ottenuti soccorsi da Cremona, Pavia, Brescia, Bergamo, Vercelli, Asti, Novara, Verona, Bologna, Ferrara, Mantova e Guastalla. La contessa di Biandrate, che aveva il suo feudo tra Milano e Novara, andò al campo dei Milanesi portando in braccio il figliuolo ancora bambino, ed i gentiluomini della Garfagnana, alpestre contrada degli Appennini, mandarono ai confederati un corpo di cavalleria.
Non osarono i Comaschi di affrontare in aperta campagna tanti nemici, e gli aspettarono entro le loro mura. La città di Como presenta la configurazione d'un gambero; la sua bocca è rivolta all'estremità del lago, e ne forma il porto. Due sobborghi, Vico e Colognola, stendonsi lungo le spiaggie opposte come le chele del gambero, il di cui corpo si allunga in sul piano chiuso da tre colline tutte difese da una rocca, cioè Castelnuovo a levante, Baradello a mezzodì, e Carnesino a ponente; per ultimo un terzo sobborgo, che, ripiegandosi, si prolunga tra levante e mezzogiorno, raffigura la coda del gambero[12]. I Milanesi coi loro confederati attaccarono i sobborghi di Vico e di Colognola; ma non avendoli ottenuti d'assalto, dopo aver perduta molta gente, ed uccisa quasi altrettanta agli assediati, fecero proclamare da un araldo, che in agosto del susseguente anno riprenderebbero l'assedio della città. Questa costumanza d'annunciare l'epoca d'una nuova spedizione[13] era un impegno d'onore che guarentiva i nemici da ogni sorpresa, e che tra tanti e così acerbi odj procurava lunghi intervalli di tregua alle rivali popolazioni.
(1120-1127) Negli otto anni susseguenti dal 1120 al 1127, i Milanesi rinnovarono ogni estate le ostilità loro contro i Comaschi, ma sempre meno vigorosamente. Spedivano soccorsi ai villaggi che avevano fatti ribellare a Como, e la guerra omai non si faceva che sulle rive dei laghi Maggiore, di Lugano e di Como, ov'eran posti i paesi ribelli. I Comaschi furono lungo tempo vittoriosi, castigarono sul proprio lago gli abitanti d'Isola e di Menaggio, ed equipaggiarono una flotta su quello di Lugano per contenere le popolazioni ancora fedeli, e far rientrare nell'ubbidienza loro i sollevati. E perchè i nemici dominavano il fiume Tresa, per cui il lago di Lugano comunica con il lago Maggiore, trasportarono le navi della flotta coi carri da uno all'altro lago, benchè distanti otto miglia; ed avendo di buon mattino lanciate in acqua le loro barche, corsero trionfanti le coste del Verbano, rassicurando i loro alleati, e saccheggiando i sorpresi nemici.
(1125) La perdita del vescovo Guido, che fu l'anima di tutte le loro intraprese, accaduta del 1125, riuscì oltremodo dannosa ai Comaschi. Una così lunga guerra gli aveva impoveriti di gente e di danaro: ogni anno parte del raccolto era stato distrutto, molti paesi eransi sottratti al loro dominio, e le stesse vittorie avevano distrutti i più valorosi guerrieri. Ma la campagna del 1126 riuscì loro costantemente svantaggiosa, onde i Milanesi poterono accorgersi che, raddoppiando i loro sforzi, otterrebbero nel susseguente anno intera vittoria.
(1127) In primavera del 1127 i Milanesi avanzaronsi di fatto verso Como con un'armata assai più numerosa che negli antecedenti anni, avendo avuto modo d'interessare nella loro lite quasi tutte le repubbliche che vi avevano presa parte del 1119. Se prestiamo fede al poeta comasco, vedevansi nell'armata milanese gli stendardi di Pavia, di Novara, di Vercelli, del giovane conte di Biandrate, d'Asti, d'Alba, d'Albenga, di Cremona, di Piacenza, di Parma, di Mantova, di Ferrara, di Bologna, di Modena, di Vicenza e dei cavalieri della Garfagnana[14]. Nè i Milanesi accontentaronsi al presente d'attaccare i castelli che difendevano la città, ma s'avanzarono sul piano ov'è fabbricata, ed accamparonsi presso alle sue mura. Avevano ordinato agli abitanti della borgata di Lecco, posta all'estremità d'un golfo del lago di Como[15], di condurli legnami di costruzione; ed avevano assoldati a Pisa ed a Genova alcuni ingegneri. Quelli di Pisa erano specialmente esercitati nell'arte di dirigere le mine, ed i Genovesi in quella di costruire macchine militari[16]. Fabbricarono gli ultimi a non molta distanza dalle mura quattro torri con parapetto coperto di pelli di bue, onde preservarle dal fuoco. Posero fra le torri due gatti, specie di montoni, in ciò solo diversi da quelli usati dagli Antichi che erano armati d'un uncino destinato a cavar le pietre smosse dal loro urto. Formarono inoltre quattro baliste per lanciare massi di pietra al di là delle mura: e quando tali macchine trovaronsi terminate, furono dall'armata a suono di trombe strascinate presso le mura in mezzo alle grida di gioja.
Dal canto loro i Comaschi non trascuravano verun mezzo di difesa. Avevano cavate le loro fosse, aggiunti speroni alle mura, coperte le parti più deboli di cuoi e d'altre materie cedenti. Avevano in pari tempo equipaggiata la loro flotta, destinata ad attaccare all'opportunità gli abitanti dell'Isola che bloccavano la città dalla banda del lago. Malgrado il numero infinitamente maggiore de' loro nemici, tentarono con una sortita d'incendiare le macchine degli assedianti; ma furono respinti dopo aver dato sorprendenti prove di valore.
Intanto a fronte della vigorosa resistenza degli assediati, le macchine erano state spinte fino alle mura: il montone aveva squarciata parte della muraglia, e si continuava a batterla, onde allargarne la breccia per renderla praticabile alla cavalleria, di cui i Milanesi volevano prevalersi nell'assalto del susseguente giorno. I Comaschi tentarono di chiudere durante la notte l'apertura della breccia colle palafitte, ma s'avvidero allora che la maggior parte de' loro guerrieri eran periti in così lunga guerra, non restando omai che vecchi spossati dalle fatiche e fanciulli inabili alle armi[17]. Ridotti vedendosi a tali estremità, piuttosto che arrendersi, presero la disperata risoluzione d'abbandonare la patria e cercare altrove la pace e la libertà. Per primo luogo di rifugio prescelsero il castello di Vico; e mentre caricavano sulle loro barche le donne ed i fanciulli con quanto avevano di prezioso, fecero nel cuore della notte una disperata sortita per tenere i Milanesi occupati intorno alla breccia, onde non s'accorgessero della fuga. L'evento corrispose ai loro voti: dopo avere con un subito attacco sparso il terrore nel campo nemico, s'imbarcarono anco i soldati, e giunsero al castello di Vico senz'essere molestati nel loro tragitto.