Anche il papa aveva un ragguardevole partito di nobili e di popolani, alla testa de' quali trovavansi i Frangipani, e, cosa difficile a credersi, i fratelli del patrizio Giordano gelosi della sua autorità. Il pontefice, che aveva di fresco contratta alleanza con Ruggiero re di Sicilia, aveva ragione di sperare assai da così potente alleato. Intanto il senato per assicurarsi dagli interni nemici fece attaccare le torri dei Frangipani e dei loro aderenti; i quali però ne rifecero ben tosto delle altre, conservando pure gli antichi monumenti quasi tutti fortificati, onde i nobili possedettero lungo tempo entro Roma degli asili sicuri, ove sottrarsi al potere de' magistrati. Il senato, per opporsi con vantaggio alla potenza di Ruggiero, spedì una deputazione al monarca Allemanno, invitandolo a venire a Roma a prendere la corona imperiale.
Questo monarca era Corrado III[44], ch'era stato incoronato a Milano nel 1128, ed aveva poi abdicata la corona del 1135. Allorchè morì Lotario, Corrado ebbe un rivale in Enrico il superbo, genero di quest'imperatore, erede della casa Guelfa, duca di Sassonia e di Baviera, e marchese della Toscana; ma presso la dieta di Coblenz del 1138 aveva prevaluto la casa Ghibellina, o di Hohenstauffen, a fronte d'Enrico, reso dal suo orgoglio esoso ai principi; e Corrado fu consacrato il sei marzo dello stesso anno in Aquisgrana. Ma i Sassoni ed i Guelfi non riconobbero legittima tale elezione, ed avendo prese le armi, non permisero mai a Corrado di venire a farsi incoronare in Italia[45].
Ottone di Frisinga ci conservò una delle lettere del senato e del popolo romano all'imperatore Corrado. «Se fedeli figliuoli, gli scrivono, possono permettersi di giudicare le azioni del loro signore e padre, siamo sorpresi che l'eccellenza vostra non rispondesse alle lettere colle quali le davamo parte del nostro operato, che dalla nostra fedeltà è sempre diretto all'onor vostro. Il senato fu colla grazia di Dio ristabilito; col vigor del quale e del popolo romano, Costantino e Giustiniano ressero gloriosamente tutto l'Impero, onde noi facciamo ogni sforzo e desideriamo che voi possiate fare altrettanto, e ricuperiate tutti gli onori che vi appartengono, e furonvi rapiti.... Noi abbiamo posti i fondamenti di questo nuovo ordine di cose, perchè manteniamo la pace e la giustizia a vantaggio di tutti quelli che l'amano: ci siamo impadroniti delle torri, delle fortezze e delle case di que' signori che di concerto col Siciliano e col papa si dispongono a resistere al vostro impero; alcune le conserviamo fedelmente in vostro nome, altre furono spianate. La vostra prudenza rammenti tutti i torti che la corte dei papi ed i signori di cui parliamo, fecero ai vostri predecessori. Le stesse persone collegate col Siciliano stanno preparandovene di ancora più grandi.....»[46].
Corrado che non ignorava nascondersi sotto quest'apparente sommissione lo spirito d'indipendenza, non trovò opportuno di prender parte in questa lite, non riscontrando il senato, onde non disgustare il papa che in pari tempo erasi a lui diretto.
Intanto Lucio II lusingossi che i Romani, scoraggiati dall'abbandono di Corrado, e dall'alleanza ch'egli aveva contratta col re di Sicilia, rinuncierebbero alla nuova magistratura tostochè si vedessero vigorosamente attaccati (1145). In tale persuasione circondato dal clero e da tutta la pompa pontificia, e seguìto da' suoi partigiani armati di tutto punto, marciò un giorno verso il Campidoglio per scacciarne il senato. Il popolo sorpreso da questa mescolanza di armi spirituali e temporali, non sapeva in sull'istante a qual partito appigliarsi, e lasciò che la processione s'avvicinasse al sacro colle. Ma tutt'ad un tratto vergognandosi di abbandonare i suoi magistrati, che risguardava come i soli campioni della romana libertà, fece piovere un diluvio di sassi sui soldati pontificj. Lucio medesimo, gravemente ferito, morì pochi giorni dopo, ed i suoi satelliti dovettero abbandonare l'impresa[47].
Eugenio III discepolo di s. Bernardo eletto in suo luogo abbandonò immediatamente Roma per non essere costretto a dare la sua approvazione al ristabilimento del senato. Però dopo pochi mesi disponevasi a riconoscerlo a condizione che i Romani riconoscessero pure il suo prefetto; ed a tali patti ritornò in Roma in mezzo alle più vive dimostrazioni di allegrezza: ma essendosene poco dopo allontanato, mentre viaggiava in Italia ed in Francia, tornò a Roma trionfante Arnaldo da Brescia[48], il quale si sforzò di dare ai Romani più giuste nozioni intorno alle cause della grandezza della loro antica repubblica. Persuaso che la più durevole di tutte le riforme è quella che, invece di distruggere le antiche costumanze, cerca anzi di ravvicinarvisi, rendendole più vigorose, consigliò i Romani a formare un ordine equestre che fosse intermediario tra i senatori e la plebe, di ristabilire i consoli per presiedere al senato, i tribuni per difendere il popolo; di escludere affatto i pontefici dall'amministrazione politica, e di limitare i poteri ch'erano forzati di conservare all'imperatore. Ma l'assoluto silenzio degli storici italiani intorno alle cose accadute in tale epoca, e la brevità delle storie tedesche cui dobbiamo attenerci, non ci fanno conoscere quale esecuzione avessero le riforme proposte da Arnaldo[49][50]. Sembra soltanto che durante tutto il non breve pontificato d'Eugenio III i Romani fossero sempre in guerra col papa, e che Arnaldo andasse loro rammentando l'esempio de' loro antenati, e ciò che far dovevano per mantenere la patria libera. Vedremo nel susseguente capitolo l'infelice fine di quest'uomo martire della libertà in quella medesima città che aveva cercato di rendere libera.
CAPITOLO VIII.
Federico Barbarossa imperatore. — Sua prima spedizione contro le città libere d'Italia.
1152 = 1155.