Corrado III, che regnò quattordici anni in Germania, s'intitolava pure re d'Italia senza aver avuta mai la più leggiera influenza sopra questo paese. La guerra che faceva ai principi guelfi Enrico il superbo, e Guelfo VI, duchi di Baviera e di Sassonia, lo tennero molti anni in Germania. Del 1147 cesse, siccome Luigi VII di Francia, alle eloquenti esortazioni di s. Bernardo, e passò in Oriente con una potente armata di crociati; e di ritorno ne' suoi stati, dopo tre anni di sgraziata guerra, fu sorpreso dalla morte il 15 febbrajo del 1152 mentre disponevasi a discendere in Italia per ricevere la corona imperiale[51].

Quantunque lasciasse un figliuolo in tenera età, la dieta del regno riunitasi in Francoforte, seguendo i consigli di Corrado medesimo, dava la corona a suo nipote Federico Barbarossa, duca di Svevia, allora nel fiore della gioventù. Potevano i principi lusingarsi che il nuovo monarca farebbe cessare le sanguinose divisioni delle due più potenti famiglie dell'Impero, i Ghibellini, ossia la casa di Svevia in Franconia, ed i Guelfi, ossia la casa di Baviera in Sassonia. Federico era l'erede della casa ghibellina, siccome nipote di una sorella di Enrico V; e d'altra parte era alleato della famiglia guelfa per essere figliuolo d'una figlia di Enrico il nero, duca di Baviera: di modo che, dal lato della madre, veniva ad essere nipote di Guelfo VI, duca di Baviera, e cugino d'Enrico il Leone, duca di Sassonia, i due capi della casa guelfa[52].

Le speranze dell'Allemagna non andarono deluse; e, quasi durante tutto il lungo regno di Federico, le dissensioni di queste due famiglie che avevano cagionati tanti travagli ai suoi predecessori, rimasero sopite. Le forze de' Tedeschi rese maggiori dall'abitudine delle guerre civili, si riunirono sotto le bandiere di Federico. Vero è che questa concordia ebbe fine colla sua vita; quando le due famiglie, separandosi nuovamente sotto il regno del suo successore, comunicarono il loro odio ai popoli, i quali confondendo le contese di queste famiglie con quelle del sacerdozio e dell'Impero, fecero nascere in Italia le troppo famose parti de' Guelfi e de' Ghibellini, che, siccome vedremo, furono cagione che essi spargessero torrenti di sangue per più secoli.

Lo stesso giorno dell'incoronazione, il nuovo sovrano lasciò travedere il severo ed inflessibile carattere che portava sul trono. Uno de' suoi cortigiani, che avendo avuto la disgrazia di spiacergli, era stato per suo ordine allontanato dalla corte, credette che in questo giorno d'allegrezza gli sarebbe stato facile d'ottenere il perdono. In tempo della cerimonia si gittò ai piedi del nuovo re; e gli chiese grazia. Le guardie che udirono le sue preghiere, benchè non sapessero quale fosse il suo delitto, aggiunsero alle sue le loro suppliche, e tutta la moltitudine, commossa a tale spettacolo, chiamò grazia per il supplicante. Federico impose a tutti silenzio, e nell'istante in cui andava a ricevere la sacra unzione, dichiarò con alta e severa voce, che la giustizia, e non l'odio aveva dettato il suo giudizio, e che niuna cosa al mondo potrebbe farglielo rivocare[53]. Tal era l'uomo che si preparava ad armare la Germania contro la libertà italiana.

Federico era stato eletto nella dieta di Francoforte dai soli principi tedeschi; onde l'Italia veniva, siccome una provincia soggetta, data ad un nuovo sovrano dall'altrui suffragio. Vero è però che alcuni pochi gentiluomini toscani, lombardi e genovesi avevano assistito alla dieta, ma ciò fu per caso, e senza missione[54]. Essi non pretesero di conferire coi loro suffragi le due corone italiche; ma i loro concittadini, contenti, se non della dominazione allemanna, almeno del modo con cui la loro patria veniva amministrata, e della libertà di cui godevano sotto stranieri sovrani, invece di opporsi, applaudirono all'elezione di Federico.

Fu nella dieta convocata il mese d'ottobre in Wurtzburgo, che i deputati mandati da Federico in Italia resero conto della loro missione, ritornando accompagnati dai delegati di papa Eugenio III per affrettare i soccorsi del nuovo monarca contro i Romani diretti sempre da Arnaldo da Brescia. Roberto principe di Capua, quello stesso che con tanto coraggio aveva sussidiati i Napoletani nella guerra che loro tolse la libertà, si presentò alla stessa dieta, implorando insieme ad altri baroni della Puglia esigliati anch'essi, dal re e dalla nazione tedesca di restituir loro il perduto patrimonio e di metter fine alle usurpazioni del re di Sicilia ugualmente nemico suo, come dell'Impero[55].

Federico, giovane valoroso ed avido di gloria, vedeva quanto la riunione delle fazioni allemanne accresceva le sue forze, ed era impaziente di usarne. L'Italia era la sola provincia in cui potesse far conoscere la sua attività ed i suoi talenti militari, e dove avrebbe dovuto essere incoronato imperatore e re; ma sapeva pure che in Italia non avrebbe trovato nè ubbidienza, nè sudditi, nè tesori, nè armate; ed egli risguardava l'indipendenza d'Italia come uno stato di rivolta, i privilegi, come ingiuste usurpazioni. Promise perciò soccorso a Roberto ed ai baroni pugliesi, e segnò un trattato d'alleanza col papa, nel quale Eugenio prometteva la corona imperiale, e Federico di ristabilire in Roma l'autorità papale. In sul finire della dieta intimò a tutti i vassalli del regno germanico di disporsi ad accompagnarlo in Italia entro due anni al più tardi; e tutti i signori che assistettero alle deliberazioni della dieta, giurarono di seguirlo in tale impresa[56].

In marzo del 1153 tenendo Federico un'altra dieta a Costanza, due Lodigiani portando delle croci in mano, attraversarono la folla de' principi, e gittandosi ai piedi dell'imperatore, domandarono colle lagrime la libertà della loro patria, che i Milanesi avevano ridotta nella più dura servitù. Erano omai quarant'anni da che la repubblica di Lodi era stata sottomessa ed incorporata al territorio milanese; e la generazione che aveva potuto aver parte in un governo libero, ed esercitare nelle pubbliche adunanze i diritti della popolare sovranità, era forse tutta discesa nel sepolcro: ma la dolce ad un tempo e trista memoria della perduta indipendenza è una eredità che i repubblicani lasciano ai loro figliuoli coll'obbligo di trasmetterla d'una in altra generazione, per farla rivivere qualunque volta ne avranno la forza. I cittadini lodigiani, senz'esserne autorizzati dai loro compatriotti, condotti dal caso a Costanza, trovarono nel proprio cuore le parole che potevano destare la compassione di persone che non intendevano il loro idioma. I loro singhiozzi e le lagrime della rimembranza d'una patria che più non avevano, si fecero strada al cuore di Federico, il quale fece subito dal suo cancelliere spedire un ordine ai Milanesi di ristabilire i Lodigiani negli antichi privilegi, e di rinunciare alla giurisdizione che si erano usurpata. Sicherio suo ufficiale di corte fu incaricato di portare all'istante quest'ordine ai consoli del popolo di Milano[57].

Da prima recossi Sicherio a Lodi, ove partecipò ai magistrati delle borgate, tristi avanzi della distrutta città, la missione di cui era incaricato. Erano i Lodigiani troppo persuasi che una semplice lettera non farebbe loro rendere la perduta libertà, e tremarono in vista del pericolo cui gli esponeva l'inconsiderata procedura de' loro concittadini. La loro città era stata distrutta dal fuoco, ed essi ridotti ad abitare in villaggi aperti da ogni banda. Sapevano che la possente cittadinanza milanese poteva, provocata dalla risentita lettera di Federico, distruggere in poche ore le loro case, ed i loro raccolti, quando i soccorsi di Germania tarderebbero almeno un anno. Federico li proteggeva come usano i grandi di fare: essi credono d'aver tutto fatto pei loro clienti, quando si prendono la cura di vendicarli. Invano i magistrati di Lodi rappresentarono a Sicherio i loro pericoli; che non ottennero di sopprimere la lettera imperiale, o di differirne la consegna fino all'epoca in cui Federico entrasse in Italia.

I consoli milanesi ricevettero Sicherio in presenza dell'assemblea del popolo, che ascoltò la lettura del dispaccio. L'indignazione eccitata da una lettera così imperiosa fu universale; fu strappata di mano all'araldo, e posta sotto i piedi; mentre tutti giuravano ad alta voce di difendersi, e caricavano d'imprecazioni il despota. Sicherio si sottrasse a stento alla moltitudine furibonda[58].