Il principe Manfredi, che nell'assenza di Corrado aveva amministrato il regno, gli si fece incontro riponendo in sua mano i poteri di cui era stato depositario. Questo giovane principe aveva, nell'anno che durò la sua reggenza, date luminose prove di grandi talenti e di vigoroso carattere. Le lettere scritte dal papa a tutti i comuni, e le pratiche de' frati minori avevano sollevate quasi tutte le province. I Napoletani dichiaravano di più non voler vivere interdetti e scomunicati, nè ubbidire ad un principe che mai non otterrebbe l'investitura pontificia, nè si pacificherebbe colla Chiesa[116]. Capoa seguì l'esempio di Napoli; Andria, Foggia e Bari ribellaronsi apertamente; ed il partito de' ribelli, armato in Anversa, teneva la vittoria sospesa. Manfredi, che non aveva che dieciotto anni, aveva ricuperate colla rapidità delle marcie tutte le città, tranne Napoli e Capoa, di modo che Corrado non aveva che a seguire le orme del minor fratello per impadronirsi di tutto il suo regno.
Ma il re de' Romani, invidiando la somma riputazione che Manfredi erasi acquistata, quasi non avesse altri nemici in collo, prese ad abbassare il fratello, spogliandolo di parte de' feudi che gli aveva dati il comun padre. Corrado era geloso e crudele perchè era debole; ed internamente facevasi giustizia e sentiva quanto fosse inferiore al padre ed al fratello. Per altro trattò abbastanza destramente la breve guerra che doveva ancora sostenere per metter fine alla conquista del suo regno. I conti d'Aquino, i di cui feudi stendevansi dal Volturno al Garigliano, e che potevano perciò tenere aperta una comunicazione tra Capoa e lo stato della Chiesa, eransi uniti ai ribelli. Corrado andò subito ad attaccarli co' suoi Tedeschi, ed il fratello l'accompagnò alla testa de' Saraceni di Nocera. Aquino, Suessa, san Germano, e tutte le fortezze che que' gentiluomini avevano sollevate, vennero in potere del re; onde Napoli e Capoa trovaronsi da ogni lato circondate dalle regie armate; Corrado non ommise di entrare in qualche trattativa col papa[117] mentre disponevasi a ridurre queste due città.
Non ignorando Corrado i mali che l'inimicizia colla santa sede aveva procurati a suo padre, avrebbe tutto sagrificato alla pace. Colla solenne ambasceria che mandava al papa per domandargli le due corone dell'Impero e della Sicilia, gli faceva offerta di porne in suo arbitrio le condizioni. Ma Innocenzo che scopertamente dichiarava voler unire le due Sicilie agli stati della Chiesa, e togliere alla casa Sveva l'impero della Germania[118], non poteva aprir trattati coi legati; gli accolse gentilmente, ma li rimandò senza venire ad alcuna conclusione.
Intanto Capoa, trovandosi bloccata e fuori di speranza d'essere soccorsa, erasi data in potere del re, il quale con tutte le sue forze andò il primo di dicembre a stringere l'assedio di Napoli. Questa città, dopo avere lungamente resistito, e reso vano un assalto del nemico uccidendogli molta gente, trovossi chiusa anche dalla banda del mare da una flotta siciliana che si pose all'ingresso del porto (1253): perchè, incominciando a sentire mancamento di vittovaglie, propose di capitolare. Ma Corrado che voleva vendicare la sua offesa dignità, non volle ascoltare i suoi deputati; e quando, nel seguente ottobre, i Napoletani gli s'arresero a discrezione, ne fece perir molti sul palco, e spianare le mura della città[119].
La caduta di Napoli fece sentire al papa che aveva tentato invano di soccorrerla, e che la Chiesa non era tanto potente da far l'acquisto e conservare le due Sicilie; onde volendo pur togliere uno stato così vicino a Roma alla casa di Svevia, i di cui partigiani erano in Roma tutti nemici della santa sede, progettò di dare questo regno, come feudo della Chiesa, ad alcun altro principe il quale lo conquistasse per diventare vassallo dei papi e sempre loro creatura[120]. Da questa politica d'Innocenzo IV riconobbe la sua elevazione la famiglia d'Anjou, ed ebbero origine i funesti diritti de' Francesi sul regno di Napoli.
Innocenzo non erasi da principio rivolto a Carlo d'Anjou. I suoi predecessori avevano acquistato sopra l'Inghilterra que' medesimi diritti ch'egli pretendeva di avere sulla Sicilia. Enrico III, figliuolo di Giovanni, uomo debole ed impolitico come suo padre, governava allora l'Inghilterra, il quale nelle frequenti guerre civili che doveva sostenere, invocando la protezione papale contro i suoi sudditi, aveva rese frequenti ed intime le comunicazioni tra le due corti. Perciò Innocenzo, per mezzo del suo segretario Alberto di Parma[121], offrì la corona della Sicilia a Riccardo, conte di Cornovaglia, fratello d'Enrico. Riccardo aveva fama di possedere immense ricchezze; e le guerre civili avevano fatto nascere in Inghilterra il coraggio e l'arte militare. Non era per altro a credersi che Riccardo potesse sostenere una lunga guerra in tanta distanza dal suo paese, o che gl'Inglesi lo ajutassero molto tempo in così difficile impresa. Di fatti lo stesso conte, nominato in appresso da una fazione re di Germania, non potè mai montare su quel trono. Forse Innocenzo spingeva più in là le sue segrete speranze, lusingandosi che i due rivali, indeboliti dalle battaglie, aprirebbero alla Chiesa alcuna via di appropriarsi l'immediato dominio della Sicilia.
Ma il principe inglese non si lasciò abbagliare dalle offerte del papa, e motivò il suo rifiuto, sulla insufficienza de' suoi tesori, sulla necessità d'avere in mano alcune fortezze che assicurassero la ritirata delle sue genti in caso di sinistro avvenimento; e più di tutto sul parentado di sua famiglia con quella di Svevia: perciocchè l'ultima moglie di Federico era sua sorella, ed Enrico, chiamato dopo Corrado alla corona, era suo nipote. Ma un funesto accidente non tardò a dissipare lo scrupolo prodotto dalla parentela. Il giovane Enrico morì repentinamente, e corse voce che morisse di veleno: onde gli emissarj del papa, dando consistenza a quest'incerto racconto, incolparono apertamente Corrado della morte del fratello[122]. Benchè tale delitto fosse così poco verisimile, bastò il semplice sospetto a far che i reali d'Inghilterra accettassero le offerte del pontefice, onde Enrico III stimolava egli stesso il papa ad accordare la corona di Sicilia non al fratello, ma bensì al suo figliuolo Edmondo[123]. In pari tempo Carlo, conte d'Angiò e di Provenza e fratello di san Luigi, avendo avuto sentore di questo trattato ed essendo incessantemente travagliato dalle istanze della consorte, che desiderava non essere da meno di sua sorella, regina di Francia, offrì liberamente ad Innocenzo sè ed i suoi tesori e soldati in servigio della Chiesa. I suoi ambasciadori esaltavano la gloria militare che Carlo aveva acquistata in Terra santa, ed il coraggio ed il cieco zelo de' suoi soldati; la facilità ch'egli avrebbe di farli scendere in Italia, colla quale confinavano i suoi dominj, o pure di condurre le sue genti per mare dai porti della Provenza a Roma ed a Napoli. Ma tutti questi trattati furono rotti dalla morte di Corrado, il quale, appena ristabilito l'ordine nel suo regno, fu sorpreso a Lavello nella primavera del 1254 da mortal malattia, che lo trasse al sepolcro in età di 26 anni, mentre si disponeva a ripassare in Germania[124]. Corrado aveva sposata Elisabetta figlia d'Ottone, duca di Baviera, dalla quale era nato Corradino, che trovavasi in fanciullesca età presso la madre. Sentendosi vicino a morte, lo raccomandò caldamente a Manfredi, ed essendone contento lo stesso principe, dichiarò tutore di Corradino e balivo del regno[125] il marchese Bertoldo d'Oenburgo, generale delle truppe tedesche, che lo avevano in grandissima stima.
La morte di così gran principe della casa di Svevia in così breve tempo, dai papi e da alcuni scrittori guelfi si attribuì ad un'orribile serie di delitti. Si accusò Federico d'aver fatti morire due figliuoli del suo primogenito Enrico[126]; Manfredi d'aver soffocato sotto i guanciali suo padre ammalato a Fiorentino[127]; Corrado d'aver avvelenato il giovane Enrico[128]; e Manfredi di avere fatto altrettanto di Corrado[129]. Non sonovi forse esempi d'una famiglia, egualmente illustre e valorosa, accusata di più enormi delitti, e con sì poca apparenza di verità. Corrado sentì così vivamente le calunnie contro di lui divulgate dalla corte di Roma, che può in parte accagionarsi della sua morte il dispiacere avutone[130].
Ai messi che recavano la notizia al papa della morte di Corrado, tenevano dietro gli altri spediti dal marchese d'Oemburgo per raccomandar alla clemenza del pontefice il fanciullo Corrado, rappresentandogli che questo fanciullo di tre anni non aveva potuto commettere verun delitto onde meritarsi di essere spogliato della sua eredità: che il padre, morendo, aveva lasciato ordine di assoggettarsi interamente alla Chiesa, e che Roma non troverebbe altro re più di Corradino sommesso ed ubbidiente. Ma Innocenzo che, pensando di ritenere nella sua immediata dipendenza la corona di Sicilia, aveva sospeso ogni pratica cogli altri principi, ricusò pure di negoziare con Corradino; e rispose agli ambasciadori tedeschi che voleva, prima di nulla risolvere, avere in sua piena podestà il regno delle due Sicilie; che trovando in appresso ragionevoli le pretese di Corradino, non avrebbe mancato, poichè fosse giunto alla pubertà, di vedere quale grazia potrebbe accordargli[131].