Il viaggio d'Innocenzo in Lombardia fu un continuo trionfo: i Guelfi si affollavano in sulla strada, e per assicurarlo dagl'insulti de' Ghibellini avevano formato alcuni corpi di guardie d'onore, che tenevan luogo di vere armate. Ma le città ghibelline, come Pavia e Lodi, sul di cui territorio doveva passare il papa, scoraggiate dalla morte del loro capo, non volevano certamente provocar davvantaggio la collera del pontefice: che anzi, bramando di far dimenticare le antiche offese, si dicevano disposte a riconciliarsi colla parte guelfa, e permettevano ai loro esiliati di rientrare in patria[107]. In fatti la città di Lodi, tribolata dalle armi dei Milanesi, entrò nella lega; e Pavia fece con Milano un trattato di pace, ch'ebbe poi corta durata.
Il papa aveva poste le armi in mano ai Lombardi contro l'imperatore; ma se gli aveva spinti in una pericolosa guerra contro un grande monarca, gli aveva così potentemente sussidiati colle armi spirituali, che n'erano usciti vittoriosi. Federico aveva dovuto abbandonare l'assedio di Brescia e di Parma; non aveva osato d'intraprendere quelli di altre più potenti città, quali sono Milano, Genova e Bologna; ed un anno prima di morire, erasi allontanato da un paese, per opprimere il quale sentivasi troppo debole. Mossi da queste considerazioni i Milanesi mostrarono al pontefice il più vivo attaccamento, recandosi, per così dire, la città in corpo ad incontrarlo, onde duecento mila persone fiancheggiavano tutta la strada a dieci miglia dalle mura. Inventarono per onorarlo un nuovo ordigno, sotto il quale fece il suo solenne ingresso in Milano: era questo coperto di un drappo di seta e portato dai più ragguardevoli gentiluomini; ordigno adoperato poi nelle cerimonie religiose, e detto baldacchino. I Milanesi intrattennero il papa più di due mesi nella loro città, e gli accordarono l'autorità di nominare in quell'anno il podestà, ricevendo essi, in compenso degli onori grandissimi con cui lo colmarono, indulgenze e grazie spirituali.
Benchè gloriosa, lunga fu però la guerra che i Milanesi sostennero per favorire Innocenzo, e cotal guerra aveva esaurite le pubbliche entrate; onde nel precedente anno avevano dovuto ordinare, a favore del comune, un ritardo di otto mesi a pagare i suoi debiti, ed accrescere le gabelle onde poter soddisfare ai nuovi impegni. In pari tempo accordavano a tutti i privati debitori quelle facilità medesime che si arrogava la repubblica[108]; col quale apparente atto di giustizia si venivano ad accrescere i disordini e le perdite causate alla società da questa specie di fallimento. Nè bastando queste gravezze, finalmente i Milanesi risolsero di chiamare un magistrato straniero, cui accordarono un illimitato potere di stabilire, ove e come lo trovasse più opportuno, dogane, gabelle, pedaggi. Sebbene quest'odiosa scienza non fosse in allora così ben conosciuta come nella presente età, il nuovo magistrato Beno de' Gozzadini di Bologna fece quanto seppe per accrescere colle concussioni i profitti del comune. Ne' primi quattro anni il popolo si sottomise, senza lagnarsi, alle arbitrarie gravezze di Gozzadino; e nell'ultimo anno fu innalzato alla suprema carica di podestà onde incontrasse minori ostacoli, e più sollecitamente pagasse il pubblico debito. Ma le sue concussioni stancarono finalmente la pazienza del popolo; il quale, ammutinatosi, mise a morte l'infelice podestà, siccome autore d'insoffribili gravezze. Ed è cosa notabile che, morto il Gozzadino, il popolo non essendo sollevato dalla maggior parte delle gabelle che questi aveva inventate per sovvenire ai bisogni dello stato, gli storici milanesi, prendendo parte alle prevenzioni del popolo, hanno continuato a maledire la memoria di questo finanziere[109]. Il papa erasi appena partito da Milano, che scordando tutto quanto aveva per lui sofferto, e la splendida accoglienza fattagli, scrisse da Brescia a quell'arcivescovo per eccitarlo a sostenere vigorosamente le libertà ecclesiastiche contro il podestà ed i consigli, che alcuna volta non le rigettavano. Lagnavasi in particolare che si obbligassero alcuni monaci, detti umiliati, ad esercitare alcune pubbliche incumbenze alle porte ed alle dogane, siccome coloro che con maggiore economia e fedeltà riscuotevano le gabelle. Ordinava all'arcivescovo d'impiegare contro la repubblica le censure ecclesiastiche, e tutto il rigore degli spirituali castighi per rintuzzare gli abusi che si fossero introdotti nel governo. Tanta ingratitudine del pontefice offese i Milanesi se non abbandonarono affatto il partito guelfo, cessarono almeno di esserne i più caldi partigiani: imperciocchè nominarono loro capitano generale il marchese Lancia di Monferrato, zio di Manfredi, reggente di Sicilia e zelante ghibellino; e gli affidarono dal 1253 al 1256 il governo degli affari della guerra e della giustizia, a condizione che mantenesse al soldo della repubblica mille cavalli forastieri. Il marchese Lancia non venne però a stare in Milano, ma vi mandò ogni anno in qualità di suo luogotenente un podestà da lui nominato.
Sebbene avessero scelto per loro giudice e generale un Ghibellino, non sembra che a tale epoca i Milanesi avessero affatto abbandonata la parte guelfa; e la guerra che coll'ajuto del marchese Lancia fecero ai cittadini di Pavia, dovrebb'essere una contraria prova. Non può dirsi lo stesso degli abitanti di Piacenza, i quali avanti che morisse Federico, a motivo dell'odio che nudrivano contro i Parmigiani, staccaronsi del partito che questi avevano di fresco abbracciato, si collegarono con Cremona, col marchese Pelavicino e con tutti i Ghibellini, e ricominciarono la guerra che nel principio del secolo avevano intrapresa contro Parma. Ad eccezione di questa sola guerra, le parti e le alleanze, tutto aveva cambiato aspetto: pareva che ogni armata fosse passata nel campo nemico per rinnovare la pugna.
Due passioni l'una dall'altra affatto indipendenti dividevano in due opposte fazioni gli abitanti di tutte le città d'Italia. Da una banda la gelosia e la reciproca diffidenza de' plebei e de' nobili teneva viva la discordia in seno ad ogni repubblica; dall'altra i partigiani dell'Impero e quelli della Chiesa dividevano l'Italia in due parti che si facevano un'accanita guerra. Tra le fazioni politiche nate in seno di ogni città, e le fazioni religiose che regnavano in tutto l'Impero, non eravi veruna stabile alleanza: nè i papi eransi dichiarati protettori della plebe, nè gl'imperatori della nobiltà. A Milano i gentiluomini erano Ghibellini, Guelfi i popolari: a Piacenza era tutto il contrario. La scelta di ogni famiglia tra queste due grandi fazioni non era figlia di personali considerazioni e di viste d'interesse; ma era stata determinata dalla propria inclinazione verso il capo della religione o verso il capo dello stato: puri n'erano i motivi, sincero l'attaccamento. Dal canto loro il papa e l'imperatore eransi procurati partigiani in quelle città nelle quali più vicini interessi avevano già accesa la discordia, prendendo a favoreggiare il partito più debole, a lusingarne le passioni, tenendo in ogni luogo un diverso linguaggio secondo credevan più conveniente a sedurre la classe degli uomini con cui trattavano. Coloro che per interno sentimento erano Guelfi o Ghibellini, non abbandonavano le proprie affezioni; coloro la di cui alleanza era stata per interesse cercata dal papa o dall'imperatore, potevano cangiare colla politica. Generalmente parlando, non potrebbesi in verun modo spiegare la lunghissima durata in tutta l'Italia delle fazioni guelfe o ghibelline, i prodigiosi sagrificj che tutti i più virtuosi cittadini facevano allo spirito di partito, l'eguaglianza delle forze e le frequenti alternative di vittorie e di sconfitte, volendole originate da solo personale interesse. L'egoismo non suole ispirare energia, e colui che non calcola che i suoi avvantaggi, li troverà sempre nel riposo. Più nobili cagioni armavano i cittadini d'ambo i partiti; due virtuosi sentimenti, lo spirito religioso e lo spirito di giustizia, erano stati dalla discordia posti in guerra fra le due podestà religiosa e politica.
Non può negarsi che i papi non usassero una troppo aperta ingiustizia contro gl'imperatori, invadendo i loro più sacri diritti, eccitando il tradimento in seno alle loro famiglie, calunniandone il nome, e privandoli per fino colle inique sentenze della loro corona. Il rango, la potenza, le virtù de' personaggi, oggetto di tanta ingiustizia, ne rendevano le sventure più illustri, e queste lasciavano nell'anima de' popoli una profonda indelebile traccia: imperciocchè sebbene siano degni di commiserazione tutti gli sventurati, quella che sentiamo pei sovrani veste un carattere ancora più nobile, innalzandoci in qualche modo al grado di coloro che ci spinge a soccorrere: noi la chiamiamo col nome di lealtà, ed andiamo superbi dell'entusiasmo onde ci investe.
Dall'altra parte presso un popolo superstizioso la religione può allontanarsi dalle regole dell'eterna giustizia, ed opporsi colla giustizia del mondo. Questa religione non permette agli uomini di esaminare le vie del cielo; comanda una illimitata ubbidienza; ed il cieco fanatismo che loro ispira, l'odio contro gli eretici ed i nemici della fede, l'attaccamento alla Chiesa, sono ne' loro motivi passioni non meno pure del fanatismo di lealtà; e sono egualmente fondate sopra un assoluto disinteresse personale e sopra un pieno virtuoso convincimento[110]. Da ambo le parti si videro le grandi famiglie, fedeli ai principj una volta adottati, tramandarli di padre in figlio, senza che le sciagure o le persecuzioni potessero giammai staccarle dalla propria fazione. Si vide pure la plebe più mobile e più suscettibile d'entusiasmo, mostrarsi egualmente disposta ad ammettere le due contrarie passioni; e fu veduta, a seconda che si seppe risvegliare in essa que' sentimenti che le erano più naturali, combattere con energia, non per interesse proprio, ma per i legittimi diritti dell'Impero, o per le sante libertà della Chiesa.
Perchè le due repubbliche di Piacenza e di Cremona erano governate dalla fazione ghibellina, invece di tenere la più breve strada per recarsi negli stati della Chiesa, Innocenzo fu costretto di andare da Milano a Brescia, Mantova, Ferrara e Bologna[111]. Le quali città, essendo addette alla parte guelfa, lo accolsero tutte con ogni maniera di onorificenza; ma parve che la presenza del pontefice, invece di accrescere l'affetto del popolo verso la Chiesa, lasciasse semi di divisione e ravvivasse il coraggio e le passioni de' Ghibellini. Innocenzo, attraversata la Romagna, s'avanzò fino a Perugia, ove rimase alcun tempo.
Ma prima che il papa giugnesse a Roma, il re di Germania, suo rivale, era già sceso in Italia per porsi alla testa de' Ghibellini. Aveva Federico, morendo, lasciati cinque figliuoli, de' quali due soli legittimi, cioè Corrado, che coronato re di Germania mentre ancora viveva il padre, governava da molti anni quello stato, ed Enrico figliuolo di una principessa d'Inghilterra, che Federico con suo testamento surrogava a Corrado, ove questi morisse senza figliuoli. Manfredi, principe di Taranto, figliuolo naturale dell'imperatore e di una marchesa Lancia, era di tutti i principi di questa famiglia il solo che avesse la maggior parte delle virtù e de' talenti del padre. È probabile che Federico lo avesse legittimato, poichè lo vediamo da lui sostituito a Corrado e ad Enrico quale erede delle sue corone, se l'uno e l'altro morivano senza figliuoli[112]. Bastardi erano ancora Federico re o duca d'Antiochia, ed Enzio re di Sardegna prigioniere de' Bolognesi; ma non sono ricordati nel testamento dell'imperatore[113]. Il giovane Enrico stando in Sicilia teneva in dovere que' popoli; e Manfredi come reggente del regno abitava nella Puglia. In ottobre del 1251 Corrado partì di Germania alla testa d'una potente armata per venire a prendere possesso de' nuovi suoi stati.
Corrado, dopo avere visitate alcune città ghibelline della Marca Trivigiana, e ricevuto da Ezelino un rinforzo di truppe cavate da Padova, Verona e Vicenza, vide che non avrebbe potuto attraversare l'Italia per entrare nel suo regno senza essere forzato ad indebolire la sua armata con diverse battaglie in modo di non avere abbastanza forze per ridurre all'ubbidienza i suoi sudditi ribelli: onde non volendo scontrarsi colle armate guelfe, invitò le flotte siciliane e pisane a portarsi sulle coste del Friuli; e girando intorno alle frontiere veneziane si recò ad aspettare le flotte a Porto Navone in fondo all'Adriatico[114]. Colà s'imbarcò in principio del 1252 con un'armata composta di Tedeschi e Lombardi, sopra una flotta di trentadue galee metà di Sicilia e metà di Pisa[115]. Dopo una felice navigazione sbarcò a Siponto nella Capitanata.