«Federico, scrive Giacomo di Jamsilla, fu uomo di gran cuore, ma la somma sua sapienza ne temperava la magnanimità; di modo che le sue azioni non procedevano giammai da impetuosa passione, ma da maturità di giudizio.... Amò la filosofia, di cui fu studioso, e la propagò ne' suoi stati. Prima ch'egli regnasse, sarebbesi a stento trovato nelle Sicilie un letterato; ma egli aprì, nel suo regno, scuole per le scienze e per le arti liberali, chiamando con isplendidi premj da tutte le parti del mondo i più rinomati professori. Nè a questi soli accordava liberali assegnamenti, ma prendeva dal proprio tesoro di che pagare il mantenimento de' poveri scolari, affinchè niun uomo, di qualunque condizione si fosse, venisse da povertà costretto a lasciare lo studio della filosofia. Diede egli medesimo non dubbie prove de' suoi studj letterarj rivolti principalmente alla storia naturale, avendo scritto un libro della natura e della cura degli uccelli. Amò la giustizia e la rispettò talmente, che tutti i suoi sudditi potevano liberamente piatire contro di lui, senza che il suo rango gli dasse alcun vantaggio presso ai tribunali, o che qualunque avvocato facesse difficoltà di patrocinare contro l'imperatore i suoi sudditi. Ma malgrado tanto amore per la giustizia, non lasciava di temperarne talvolta il rigore colla clemenza»[101][102].

CAPITOLO XVIII.

Innocenzo IV torna in Italia. — Sue guerre con Corrado e Manfredi. — Sua morte. — Roma sotto il suo pontificato; il senatore Brancaleone. — La Toscana: il governo popolare si stabilisce in Fiorenza.

1251 = 1255.

Colla morte di Federico II ebbe fine in Italia l'autorità degl'imperatori, la quale, sebbene ne fossero controversi i limiti, era però confessata da tutte le repubbliche[103]. Di ciò ne furono principale cagione i principi di Germania che protrassero ventitre anni l'elezione del nuovo re de' Romani, e la debolezza di Rodolfo d'Absburgo, eletto re di Germania dopo la morte di Federico II, e de' suoi immediati successori Adolfo ed Alberto, i quali non avendo potuto scendere in Italia a ricevere in Roma la corona dell'Impero, non ebbero il titolo d'imperatori. Dopo sessant'anni Enrico VI, di Lussemburgo, entrò in Italia per farvi rivivere i diritti dell'Impero; ma dopo la subita morte di questo monarca un secondo interregno lasciò i popoli italiani in piena libertà di rassodare la loro indipendenza e di rompere tutti i legami che gli univano alla Germania.

La storia degl'imperatori formò dunque fino alla morte di Federico II una importantissima parte di quella delle repubbliche italiane; onde non lasciai di tener dietro alla maniera con cui poc'a poco s'andarono staccando dall'Impero; come crebbero i loro privilegi a danno di quelli degl'imperatori, de' quali per altro riconobbero sempre l'alto dominio; come dopo averne eccitata la gelosia loro, seppero resistere alle loro forze; e per ultimo come facessero causa comune coi papi per balzare dal trono in nome della religione la più illustre e potente famiglia della Germania. Riandando questi avvenimenti, abbiamo pure veduto come nel seno medesimo delle città non pochi cittadini, sdegnati della lega che vedevano formarsi contro il capo dell'Impero, presero le armi in difesa de' suoi diritti; e come tutte le repubbliche trovaronsi lacerate da intestine fazioni, e molte cadute sotto il giogo della tirannia avanti che conseguir potessero lo scopo che si erano proposto.

Dopo la presente epoca le cose della Germania saranno alquanto più separate da quelle dell'Italia; e poco dovremo occuparci dell'elezione degl'imperatori e del governo della Germania: ma non perciò la storia de' popoli liberi d'Italia potrà scompagnarsi da quella de' loro vicini e de' loro nemici. Gl'interessi delle nazioni cominciarono ben tosto ad essere in contrasto in questo paese, ed a contrappesarsi vicendevolmente, onde siccome non si può scrivere la recente storia d'un popolo senza abbracciare quella di tutta l'Europa, così la storia delle repubbliche italiane de' secoli di mezzo comprende quella di quasi tutto il mezzogiorno. Nelle rivoluzioni del regno di Napoli che decisero dei destini di quasi tutte le città libere, vedremo i Francesi e gli Arragonesi in guerra coi Tedeschi e cogli Arabi; ed in un tempo o nell'altro vedremo presentarsi sulla scena che ci siamo proposti di rappresentare, quasi tutte le nazioni.

La morte di Federico II equivaleva per il papa ad una grande vittoria, perchè sembrava che dovesse portare uno straordinario cambiamento allo stato d'Italia. Ne sentì tutta l'importanza Innocenzo IV, il quale scriveva in tal modo al clero del regno di Sicilia: «Esultino i cieli, la terra si riempia d'allegrezza, essendosi, per la morte di costui, cambiati in freschi zefiri ed in feconde rugiade il fulmine e la burrasca che Dio teneva sospese sulle vostre teste»[104]. Non tardò l'accorto pontefice a formare il vasto progetto dell'unione di tutto il bel regno di Napoli al patrimonio di san Pietro; al quale oggetto invitava con sue lettere il clero, i nobili, i borghesi del regno, a prendere le armi contro il loro re, e poco dopo così scriveva alla città di Napoli. «Coll'assenso de' nostri fratelli i cardinali, abbiamo prese sotto la protezione della santa sede le vostre persone, i vostri beni e tutta la città, ordinando che perpetuamente rimanga sotto l'immediata sua dipendenza, obbligandoci a questo, che la Chiesa non accorderà giammai la sovranità, o qualsiasi diritto sopra la medesima a veruno imperatore, re, duca, principe o conte, o ad altra persona»[105].

Per approfittare di così favorevoli circostanze ed essere più vicino alle conquiste che meditava di fare, Innocenzo partì da Lione in sul cominciare di primavera alla volta d'Italia. Venne ricevuto in Genova dai suoi concittadini con istraordinario giubilo, accresciuto dalla presenza dei deputati di quasi tutte le città lombarde, colà recatisi per incontrarlo, ed ottenere che volesse onorare della sua presenza quelle città: inchiesta avidamente accolta dal pontefice, siccome quella che maravigliosamente giovava ai suoi progetti[106]. Il partito ghibellino, scoraggiato dalla morte di Federico e dall'abbandono di molte città amiche, signoreggiate dai Guelfi, chiedeva pace; e se tal pace facevasi sotto gli occhi e colla mediazione del pontefice, veniva a rendersi più certo il trionfo della santa sede. Le città di Savona e di Albenga ed il marchese del Carreto, che, finchè visse l'imperatore, ebbero guerra con Genova, avevano già mandati ambasciatori a questa città, offrendole di governarsi sotto i suoi ordini e di unirsi alla parte guelfa. Gli stessi Pisani, che in ogni tempo eransi mostrati caldissimi partigiani della casa di Svevia, avevano spedito un frate domenicano a Genova per trattare un accomodamento. Vero è che quando i Genovesi chiesero al domenicano la cessione del castello di Lerici, posto in riva al mare al confine dei due territorj, questi rispose loro: «Vi cederemmo piuttosto Cinzica, uno de' quartieri della nostra città»; ed ebbe così fine ogni trattato.