Due delle vittime d'Ezelino illustrarono gli estremi istanti della loro esistenza con generosi atti di coraggio. Raineri di Bonello tradotto avanti al tribunale d'Ezelino fu in presenza di tutto il popolo accusato da questi d'aver tentato di dar Padova in mano del marchese d'Este. Raineri rispose denunciando al popolo come apertamente calunniosa ed infame tale accusa, e dichiarando che il vero motivo del supplicio imminente era d'aver dichiarato il suo rammarico per avere i Padovani affidata al tiranno l'autorità sovrana, di che ne facevano così amara penitenza. Ezelino lo condannò ad essere decapitato sulla pubblica piazza[92]. Giovanni di Scanarola fu condotto innanzi al podestà di Verona Enrico d'Ygna, uomo venduto ad Ezelino, e suo degno satellite. Sebbene il prigioniere si trovasse carico di catene in mezzo alle guardie, s'avventò improvvisamente sopra il suo giudice, e, rovesciandolo giù dal tribunale, gli fece tre mortali ferite nel capo con un coltello che aveva avuto modo di portar nascosto sotto le vesti, prima che le guardie avessero tempo di tagliar a pezzi lo Scanarola colle loro alabarde. Da questo fatto ebbe principio, o si rese più celebre il proverbio italiano: Quello che vuol morire è padrone della vita del tiranno[93].

La maggior parte de' giustiziati, coperti d'una veste nera, perdevano la testa sulla pubblica piazza. I loro beni erano confiscati, atterrate le loro case, dichiarati sospetti ed imprigionati i loro parenti ed amici d'ambo i sessi. Ma non tutte le vittime perivano di morte così dolce: accusate indifferentemente d'aver cospirato contro il tiranno, non si allegavano altre testimonianze del loro delitto, che le confessioni strappate loro di bocca coi tormenti: e molti gentiluomini che rifiutavansi di confessare i supposti delitti, si fecero perire in mezzo agli orrori d'una tortura spinta al di là di quanto può soffrire l'umana natura[94].

Tante erano le persone sospette condensate nelle carceri da Ezelino, ch'egli ordinò di far nuove carceri presso alla chiesa di san Tomaso di Padova. Uno di que' vili cortigiani che i tiranni sanno trovare in ogni paese e valersene nell'esecuzione de' loro disegni, chiese, come una grazia, la direzione della fabbrica delle prigioni, affinchè riuscissero veramente infernali. «Ma si rallegrino, soggiugne Rolandino, le anime di quegli sventurati che perirono nel castello (così chiamaronsi quelle prigioni), poichè colui che tante volte era volontariamente entrato in quelle segrete, per assicurarsi che un solo raggio di luce non vi penetrerebbe, colui che aveva posto ogni suo studio nel renderle tenebrose, insalubri e somiglianti al Tartaro, vi fu egli stesso chiuso per ordine di Ezelino, e perì miseramente nell'inferno da lui formato, in preda alla fame, alla sete, agl'insetti immondi, in vano bramando il ristoro di quell'aere che con tanta cura aveva cercato di escludere da quel luogo»[95].

Doveva credersi che poco considerabile fosse il numero di quegli uomini vili e feroci di cui abbisogna un tiranno per dare esecuzione alle sue crudeltà; ma tutt'all'opposto accadde sotto il governo d'Ezelino. Ogni podestà ch'egli mandava alle città soggette, tutti i governatori de' castelli, i carcerieri, sembravano quanto Ezelino insensibili e crudeli. Egli aveva, dopo abbandonato l'assedio di Parma, fissata la sua residenza in Verona, ed aveva affidato il governo di Padova ad uno de' suoi nipoti, Ansidisio Guidotti, forse più crudele del suo signore. Un apologo incautamente raccontato nel pubblico palazzo, ed applicato ad Ezelino[96], fu un delitto espiato colla morte non solo del suo primo autore, ma di tutti coloro che si suppose averlo applaudito. Eran essi dodici, e le loro consorti, i fratelli, i figli, quantunque fanciulli, furono tutti imprigionati.

Di que' tempi all'incirca tra coloro che perirono sul palco furono assai compianti que' della famiglia Delesmanini, una delle più ricche e potenti della fazione ghibellina. Una signora di quella casa aveva di fresco sposato in seconde nozze un gentiluomo affezionato al conte di san Bonifacio, e perciò nemico d'Ezelino. Queste nozze fattesi in Cremona probabilmente senza saputa dei Delesmanini, provocarono in modo la collera del tiranno, che fece imprigionare tutte le persone di quella famiglia, ordinando al suo podestà Guidotti di farle perire. Sebbene un suo fratello avesse sposata una sorella di quegli sciagurati gentiluomini, senza avere alcun riguardo ai legami del sangue e dell'amicizia, fu rigoroso esecutore della crudel vendetta del suo padrone. Volle per altro far esperimento del popolo, temendo che si ammutinasse; e mandò al supplicio un solo Delesmanino, il più giovane ed il meno stimato; ma vedendo che i loro vassalli ed amici non facevano verun movimento, fece strascinare tutti gli altri sulla piazza, ove furono decapitati. «Universale fu la sorpresa, dice Rolandino, per la morte dei Delesmanini, perchè la casa da Romano non aveva avuto in tutta la Marca amici più prossimi, più fedeli, o più zelanti. Tale amicizia parve che si conservasse tra i contemporanei di questa generazione, com'erasi mantenuta inviolata tra i loro padri: ma nulla dobbiamo tanto temere, niuna cosa è foriera di tante calamità, quanto un amico perfido e sleale, che acquista troppa grandezza e potenza.»[97]

Intanto Federico, dopo aver soggiogati i Guelfi di Fiorenza, e rassodata la sua autorità in tutta la Toscana, dava voce di voler abbandonare l'Italia settentrionale a sè medesima, onde raddolcire alquanto la collera del papa, e farsi strada, se era possibile, a qualche riconciliamento. San Luigi, re di Francia, aveva svernato del 1248-1249 nell'isola di Cipro col potente esercito de' crociati che conduceva in Egitto. E perchè in primavera incominciava a mancare di vettovaglie, Federico accordò ai Veneziani, coi quali era in guerra, salvacondotti, onde potessero recar soccorsi all'armata francese, e spediva egli stesso a san Luigi un convoglio di vettovaglie, manifestandogli in una lettera l'ardente suo desiderio di raggiugnere la crociata, ed il rincrescimento di esserne impedito dalla guerra che gli faceva il papa[98]. Dall'isola di Cipro san Luigi scrisse di nuovo ad Innocenzo IV per determinarlo a far la pace col benefattore della cristianità, col principe che aveva di fresco salvata l'armata de' crociati da una spaventevole carestia[99]. Bianca, regina di Francia, non s'interessava meno vivamente per lo stesso oggetto; ma Innocenzo fu inflessibile; e la totale disfatta di san Luigi presso Damietta, la sua prigionia e la morte di Federico, liberarono il papa da ulteriori istanze.

Trovandosi nella Puglia già da un anno, senza aver fatto cose, per quanto si sappia, di molta importanza, Federico fu sorpreso a Florentino, borgata di Capitanata, da una dissenteria che lo condusse al sepolcro il 13 dicembre del 1250, nel cinquantesimo sesto anno dell'età sua, essendo stato trentun anni imperatore, trentotto re de' Romani, cinquantadue re delle due Sicilie.

Nel corso di questa Storia abbiamo dovuto formarci un'idea del carattere di questo principe; ma siccome verun sovrano fu attaccato con maggiore accanimento, nè difeso così caldamente, riesce quasi impossibile lo spogliare le sue azioni dalle imputazioni della calunnia, o dal favore de' suoi zelanti partigiani. Non saprei meglio chiudere ciò che ho fin qui detto intorno a questo principe, che trascrivendo ciò che ne dissero due storici della susseguente generazione, uno de' quali Giovanni Villani, fiorentino, fu uno zelante Guelfo, l'altro Nicolò di Jamsilla, napoletano, uno de' più caldi Ghibellini.

«Federico, dice Villani, fu un uomo di gran valore e di grande affare, savio di scrittura e di senno naturale, universale in tutte le cose, seppe la lingua latina, e la nostra volgare, e tedesco, francesco, greco e saracinesco: e di tutte virtù copioso, largo e cortese in donare, e savio in arme; e fu molto temuto. Fu dissoluto in lussuria in più guise, e tenea molte concubine e mameluchi a guisa de' Saraceni, ed in tutti i delitti corporali si volle abbandonare, e quasi vita epicurea tenne, non facendo conto che mai altra vita fosse; e questa fu principale cagione, perchè egli venne nemico di santa Chiesa e dei chierici ec.»[100].