Era Imola troppo vicina a Bologna per non soffrire dall'ingrandimento d'una città rivale, ed aveva più volte fatto infelice esperimento della inferiorità delle sue forze, onde sentiva di non potersi lungamente sostenere. Altronde i Bolognesi non volevano toglierle la libertà e l'indipendenza; ma chiedevano soltanto che si unisse al partito della Chiesa, promettendole fedeltà. A tali condizioni i due podestà segnarono tra le repubbliche un trattato di pace il 6 maggio del 1248, che fu all'istante approvato dai due consigli generale e speciale, dai consoli de' mercanti, dagli anziani del popolo e dai maestri dei collegi della repubblica bolognese adunati dal podestà nel campo medesimo[86], perciocchè la repubblica trovavasi tutta intera nell'esercito; la sovrana podestà passando alternativamente dal podestà al popolo e dai cittadini, diventati soldati, al magistrato loro generale.
Dopo questo, l'armata bolognese marciò sopra Faenza, Bagnocavallo, Forlimpopoli, Forlì e Cervia, le quali, non essendo caldamente attaccate al partito ghibellino, lo abbandonarono, giurando fedeltà alla Chiesa ed alla lega di Bologna.
(1249) Nel susseguente anno il cardinale Ubaldini faceva nuove istanze alla repubblica bolognese perchè trattasse vigorosamente la guerra contro gl'imperiali ora ridotti in basso stato; non avendo Enzio, figliuolo naturale di Federico, nominato re di Sardegna e suo vicario in Lombardia, che poche forze sotto i suoi ordini: di modo che, quantunque Modena e Reggio fossero le sole città alle quali egli doveva specialmente aver l'occhio, non aveva potuto impedire che varie loro castella si dassero alla parte guelfa. I Bolognesi, determinati di approfittare della presente debolezza degl'imperiali, offrivano al marchese d'Este la carica di capitano generale dell'esercito alleato e delle loro milizie; il quale, trovandosi allora infermo, mandava, rifiutandola, in ajuto de' Bolognesi tre mila cavalli e due mila fanti. L'armata bolognese era composta di mille cavalli, di ottocento uomini d'arme e di tre tribù della città, cioè porta Stieri, porta san Procolo e porta Ravegnana; la quale sortì in bella ordinanza preceduta dal carroccio, e capitanata dal pretore Filippo Ugoni e dal cardinale Ottaviano degli Ubaldini. Posti sufficienti presidj ne' più importanti castelli di Nonantola, Crevalcore e Castelfranco, si avanzò fino al Panaro contro i Modenesi, i quali, avuto sentore dei movimenti dei loro nemici, ne avevano dato avviso al re Enzio, che, poste insieme speditamente le truppe napoletane e tedesche lasciategli dal padre, le milizie reggiane e cremonesi, gli emigrati di Parma, Piacenza e delle altre città guelfe, formò un'armata di quindici mila uomini. Erasi lusingato di trovarsi a fronte dei Bolognesi prima che passassero il Panaro che scorre tre miglia al di là di Modena; ma giunto a Fossalta, distante due miglia, seppe che i nemici avevano occupato il ponte di sant'Ambrogio, e passato il fiume. Le due armate, sebbene si trovassero in presenza ed in aperta campagna, non osarono, per alcuni giorni, di venire alle mani essendo pressochè eguali di forze. Di ciò avutone avviso il senato di Bologna fece marciare due mila uomini della quarta tribù, detta di san Pietro, ordinando al pretore di venire a giornata immediatamente. Perciò il 26 di maggio, in sul far del giorno, essendo la festa di sant'Agostino, i Bolognesi attaccarono i nemici con un movimento che fecero a sinistra, mostrando di volerli prendere alle spalle dalla banda degli Appennini. Li ricevette valorosamente Enzio, il quale aveva divisa la sua gente in due corpi di battaglia, ed in uno di riserva, collocando in cadauno de' primi due metà de' suoi soldati tedeschi, ne' quali assai fidava, onde sostenessero gl'Italiani; e formando la riserva della sola milizia modenese. Dall'altro canto il pretor bolognese aveva partito il suo esercito in quattro corpi: nel primo trovavansi i pedoni ausiliarj del marchese d'Este e parte della sua cavalleria, nel secondo il rimanente de' suoi cavalieri, e due mila Bolognesi della tribù di san Pietro, ch'erano di fresco arrivati al campo; componevano il terzo le milizie delle tre altre tribù ed ottocento cavalli bolognesi; e nella quarta trovavansi le truppe scelte sotto gl'immediati ordini dello stesso pretore consistenti in novecento cavalli, mille cittadini e novecento arcieri a piedi. Questa divisione che dimostra l'intenzione di economizzare le proprie forze, di condurle successivamente alla battaglia, di sostenere con truppe fresche quelle che si vedessero piegare in faccia al nemico, è una non dubbia prova de' progressi che andava facendo l'arte della guerra. La battaglia si mantenne vigorosa fino a sera, senza che si vedesse alcuno apparente vantaggio dall'una o dall'altra banda. Enzio, caduto sotto il cavallo ucciso, fu difeso da' suoi Tedeschi finchè fu rimesso in sella. Non pertanto a notte già fatta i Ghibellini avevano cominciato a piegare in modo, che si ruppe l'ordine della battaglia; onde inseguiti dai nemici, molti perirono sotto i loro colpi, altri smarriti in una campagna, tagliata da' profondi canali, trovaronsi separati dai loro amici e fatti prigionieri. Furono di questo numero lo stesso re, Buoso di Dovara che già cominciava ad essere potente in Cremona, e molti gentiluomini e cittadini modenesi.
Il pretor bolognese, non volendo esporre a qualche impensato accidente un prigioniere di tanta importanza qual era Enzio, si pose quasi subito in cammino per condurlo a Bologna[87]. Allorchè giugneva presso al castello d'Anzola incontrò le milizie bolognesi, che, prevenute dell'accaduto, venivangli incontro per onorarne il trionfo colle trombette ed altri strumenti. Da questa borgata fino alla città tutta la strada era affollata di gente, curiosa di vedere tra i prigionieri il principe Enzio, e per essere figliuolo di così potente imperatore, e perchè re egli stesso. Oltre di ciò, la sua fresca età di venticinque anni, i biondi dorati capelli che gli scendevano fin sopra i fianchi, la gigantesca statura, la nobiltà del viso su cui vedevansi vivamente espressi il suo coraggio e la sua sventura, tutto facevanlo oggetto della universale ammirazione. Grande fu veramente la sua sventura, perciocchè il senato di Bologna fece una legge, poi sanzionata dal popolo, colla quale si vietava per sempre di concedere ad Enzio la libertà, per grandi che fossero le offerte o le minacce del magnanimo suo padre. In pari tempo la repubblica provvedeva nobilmente ai bisogni dell'illustre prigioniere per tutto il tempo del viver suo, e lo alloggiava in uno de' più magnifici appartamenti del palazzo del podestà. Per lo spazio di ventidue anni, che tanti ne sopravvisse alla sua disgrazia, i nobili bolognesi lo visitavano ogni giorno, onde temperare in qualche modo i suoi mali, ma si mantennero egualmente inaccessibili alle offerte od alle minacce di Federico[88].
Poi ch'ebbe posto l'illustre suo prigioniero in luogo di sicurezza, il pretore accordò più settimane di riposo alle truppe; e solo ne' primi giorni di settembre le condusse nuovamente nel territorio di Modena, mentre i Parmigiani avevano convenuto di attaccare, dal canto loro, la città di Reggio, onde queste due città ghibelline non potessero ajutarsi a vicenda. La repubblica di Modena era di lunga mano più debole della bolognese; e la sconfitta d'Enzio, e la lontananza di Federico scoraggiato da tante sventure, facevano apertamente sentire ai Modenesi che non potevano trovare salvezza che nel proprio coraggio. Si chiusero perciò entro le proprie mura, mostrandosi lungo tempo insensibili ai guasti del loro territorio, ed agl'insulti de' Guelfi accampati presso i loro baluardi, finchè i Bolognesi li forzarono ad uscire dalle porte con un'ingiuria creduta in allora tanto grave, che tutti gli storici contemporanei la trovarono meritevole di particolare ricordanza. Essi gettarono con una catapulta entro la città il cadavere d'un asino cui avevano posti dei ferri d'argento, il quale andò a cadere appunto in mezzo alla vasca della più bella fontana della città. Dopo tanta ingiuria i Modenesi si credettero dal loro onore costretti ad uscire contro ai nemici: resi dalla collera più valorosi, ruppero le file degli assedianti, e giunti alla macchina fatale con cui erano stati insultati, la fecero in pezzi e tornarono trionfanti in città.
Dopo tal fatto che poneva in sicuro il loro onore, si mostrarono meno difficili ad ascoltare le oneste condizioni di pace che proponevano loro i Bolognesi. Il trattato fu proposto al pretorio di Modena il 7 dicembre del 1249, e fu esaminato dai maestri delle arti e dal consiglio generale; poscia il 19 gennajo 1250 venne discusso in Bologna dai varj consiglj, dagli anziani del popolo, dai consoli de' mercanti, e da tutti i collegi, ed avendo ottenuta l'universale approvazione, le due nazioni giurarono la pace sotto le seguenti condizioni: che il comune di Modena si obbligava a conservarsi amico ed alleato di quello di Bologna, a dargli ajuto contro i suoi nemici, nessuno eccettuato, come pure a soccorrere il legato apostolico; prometteva inoltre di non far nuove alleanze senza il consentimento del legato e della repubblica di Bologna; di più richiamava tutti i fuorusciti della fazione degli Aigoni (così chiamavansi in Modena i Guelfi), e li rimetteva in possesso de' loro beni. I due partiti dei Grasolfi, o Ghibellini, e degli Aigoni, o siano Guelfi, furono autorizzati a nominare il proprio podestà; ma gli ultimi dovettero nominare un Bolognese. Dall'altra parte il comune di Bologna rendeva a Modena tutte le terre conquistate nella presente guerra, e si faceva mallevadore della pace tra le opposte fazioni; ed i prigionieri furono dai due comuni fatti liberi senza pagamento di taglia. Intanto il legato Ottaviano Ubaldini riconciliò Modena colla Chiesa, togliendo l'interdetto in cui era incorsa da tanto tempo, e permettendo la celebrazione dei divini uffici[89].
Mentre i Guelfi trionfavano nella Romagna e nella Lombardia, la parte ghibellina otteneva non minori vantaggi nella Marca Trivigiana. Da che Federico erasi, l'anno 1239, allontanato da Padova, Ezelino, come si disse nel precedente capitolo, approfittando della ottenuta indipendenza, faceva morire tutti coloro che credeva suoi nemici; ed aveva in modo rassodata in tutta la Marca la sua tirannide, che appena aveva più bisogno di riconoscere l'autorità imperiale. Egli incominciò dall'attaccare le fortezze d'Agna e di Brenta, occupate dai fuorusciti padovani, e resosene padrone, aveva fatti perire tutti quegl'individui delle illustri famiglie dei Carrara e degli Avvocati, ch'eransi colà riparati per sottrarsi alla sua crudeltà. Era in appresso entrato nel territorio del suo capital nemico, il marchese d'Este, ed aveva, nel periodo di dieci anni conquistate una dopo l'altra tutte quelle fortezze, non escluse quelle di Montagnana e di Este, che pure si credevano inespugnabili. Nel distretto di Verona erasi reso padrone del castello di san Bonifacio, antico patrimonio di un'illustre famiglia da più anni rivale della sua; aveva tolte molte terre alla città di Treviso in allora governata da suo fratello Alberico da Romano, il quale pareva che avesse abbracciato il partito guelfo: finalmente aveva a forza occupate le piccole città di Feltre e di Belluno, che da molto tempo eransi poste sotto la protezione di Biachin da Camino, gentiluomo guelfo, che Ezelino spogliò affatto de' suoi dominj.
Ma nel tempo che il signore da Romano andava in tal modo dilatando il suo dominio, giustificando con ciò il titolo che aveva preso di vicario imperiale in tutti i paesi posti tra le Alpi trentine e l'Oglio, faceva scorrere il sangue a torrenti in tutte le città a lui sottomesse, e con una funesta esperienza insegnava agl'Italiani quale dev'essere un tiranno che acquista signoria in un paese avvezzo alla libertà[90]. Farebbe orrore un troppo circostanziato racconto di tutti i suoi delitti; il semplice annovero delle sue vittime non riuscirebbe interessante che a coloro cui non ne sono sconosciuti i nomi, nomi illustri solamente entro i confini della Venezia: ci limiteremo quindi a scegliere in così vasta messe alcuni tratti bastanti a dare un'adequata idea di quest'uomo crudele.
Del 1228 aveva Ezelino fatto prigioniere Guglielmo nipote di Tisone di Campo san Piero, in allora fanciullo di pochi anni, e lo aveva fatto educare nella propria corte. Era costui suo nipote; e morti essendo Tisone e Giacomo di Campo san Piero, pareva che la nimicizia di Ezelino contro questi due signori dovesse essersi spenta, ed aver ripreso il debito vigore, i legami del sangue. Accadde tutt'all'opposto, che Ezelino, l'anno 1240, fece sostenere il giovanetto Guglielmo sotto pretesto di averlo come ostaggio: onde quattro dei signori suoi più vicini parenti presentaronsi ad Ezelino come mallevadori di Guglielmo. Vinto dalle loro preghiere lo rilasciò; ma Guglielmo, troppo giovane per riflettere in mezzo al turbamento ed al terrore, ch'egli comprometteva i suoi generosi amici, fuggì al suo castello di Treviglio che fortificò in modo da non dover paventare un colpo di mano del tiranno. Ezelino fece allora imprigionare i quattro signori di Vado, che furono custoditi nella fortezza di Cornuda, di cui dopo pochi anni fece murare le porte. Per interi giorni udironsi questi sciagurati che con lamentevoli grida domandavano pane; e quando furono, dopo morti, aperte le prigioni, si trovò che le loro ossa erano coperte soltanto da una pelle nera e diseccata.
Nondimeno Guglielmo da Campo san Piero, dopo essersi conservato indipendente sei anni, atterrito dai progressi grandissimi che faceva Ezelino, tentò di riconciliarsi seco lui; gli consegnò le sue fortezze, e venne a mettersi tra le sue mani dichiarando di volergli essere amico, siccome nipote. Ma si racconta che, la notte medesima in cui trovavasi in potere del tiranno, credette di vedere in sogno le ombre de' suoi zii, i signori di Vado, che chiedendo pane, gli ricordavano la dolorosa loro morte ch'egli aveva troppo incautamente dimenticata, e gli fecero sentire, ma troppo tardi, a qual crudele signore si fosse fidato. Non tardò a farne un crudele esperimento. Del 1249 Ezelino gli ordinò di ripudiare la consorte, siccome quella che apparteneva ad una famiglia da lui proscritta; al che rifiutandosi Guglielmo, fu imprigionato, e dopo un anno condannato a morte, confiscati tutti i suoi averi, e posti in ferri i suoi parenti senza distinzione di sesso o di età[91].