Mentre Federico occupavasi della fondazione di Vittoria, e che Enzo, suo figliuolo, guardava la linea del Po, le città di Mantova e di Ferrara allestirono una flottiglia carica di vittovaglie d'ogni sorta; e fattala rimontare il fiume, mentre l'armata di terra cercava di forzare il ponte custodito da Enzo, introdussero il loro convoglio per il fiume Parma nella città.

(1248) Intanto l'imperatore allontanavasi spesse volte dall'armata, per cacciare col falcone, poichè la cattiva stagione non gli permetteva di muovere le truppe. La guarnigione di Vittoria erasi, durante l'inverno, indebolita assai per essersi molti capi ghibellini recati alle loro case. Avutosi di ciò sentore in città, il 18 febbrajo, i Parmigiani coi Guelfi sussidiarj progettarono di attaccare improvvisamente la città di Vittoria, mentre l'imperatore stava cacciando co' suoi falconi; e l'assaltarono così bruscamente, che se ne resero ben tosto padroni cacciandone gl'imperiali. Perirono in questo fatto molti Saraceni, quel Taddeo Suessa che aveva tanto caldamente difesa la causa di Federico innanzi al concilio di Lione, il marchese Lancia, ed altri assai distinti personaggi; in tutto circa due mila, periti sul campo di battaglia, e tre mila fatti prigionieri. Caddero in mano de' vincitori il carroccio de' Cremonesi, il tesoro della camera imperiale ricco di molto numerario, di corone, di giojelli, di vasi preziosi. La nuova città fu incendiata in modo, che non rimase pietra sopra pietra. Federico di ritorno dalla caccia incontrò i fuggiaschi e fu con loro strascinato verso Cremona, inseguìto dai vittoriosi Parmigiani fino alle rive del Taro[82].

Non molto dopo questa disfatta Federico ebbe avviso che suo figliuolo Corrado, cui aveva affidata l'amministrazione della Germania, era stato più volte battuto da Guglielmo, conte d'Olanda, coronato dal partito guelfo quale successore del langravio di Turingia, destinandolo alla dignità imperiale tostochè ne fosse spogliato Federico. L'imperatore, oppresso da tante calamità, chiese nuovamente la pace, interponendo i buoni uffici di san Luigi. Questi stava per imbarcarsi con i crociati; e siccome i Genovesi gli somministravano parte de' vascelli pel passaggio del mare, Federico, per avvicinarsi a lui, andò fino ad Asti, offerendo nuovamente la propria persona e le sue truppe per la difesa di Terra santa, a condizione solamente che gli fosse accordata l'assoluzione; ma l'inesorabile pontefice non voleva perdere verun frutto della sua vittoria. Per altro tanta ostinazione non era senza pericolo; essendovi alcuni, anche tra i signori francesi, che, compassionando le disgrazie di Federico, disapprovavano la condotta del clero. Quattro grandi feudatarj, il duca di Borgogna, quello di Bretagna ed i conti d'Angoulême e di saint Paul[83] convennero tra di loro di metter limiti all'autorità giudiziaria che il clero aveva usurpata, e di proteggere coloro che venissero colpiti dalla scomunica, qualunque volta loro sembrasse ingiusta la sentenza degli ecclesiastici. «Non è già colla predicazione evangelica, dicevano nel loro manifesto, che si fondò sotto Carlo Magno l'impero de' Franchi, ma colla forza delle armi; oggi coll'astuzia delle volpi, gli ecclesiastici, un tempo schiavi, usurparono i diritti de' principi.» Tutta l'arroganza ed il fiele d'Innocenzo IV sarebbero venuti meno, se questi signori, dando vigorosa esecuzione al loro progetto, avessero forzato il papa a tornare in Italia e ad avvicinarsi al pericolo. Ma alcuni degli alleati lasciaronsi smuovere dalle scomuniche e dalla veemenza con cui Innocenzo eccitò contro di loro tutto il clero di Francia; altri furono corrotti dai regali e dai beneficj che Innocenzo seppe opportunamente spargere con prodigalità tra le loro famiglie.

Sebbene Federico sentisse tutto il peso delle sue avversità, e desiderasse la pace, non ommise di dare non dubbie prove del suo fermo carattere allorchè stabilì il partito ghibellino nella repubblica di Fiorenza. Questo partito era da lungo tempo in Toscana preponderante. Pisa, la più potente città di questa contrada, era affatto ligia all'imperatore; Siena, fiorente città che contava in allora nell'interno delle sue mura undici mila ottocento famiglie, quasi fino dalla sua origine erasi costantemente conservata fedele al partito; le meno potenti città di Pistoja e di Volterra, e quasi tutti i feudatarj trovavansi armati per la stessa causa; per ultimo ancora nelle città considerate guelfe numerosi erano i Ghibellini e non esclusi dalle cariche pubbliche.

Fiorenza era capo della lega guelfa che comprendeva Lucca, Montalcino, Monte-Pulciano, Poggibonzi e un limitato numero di gentiluomini. Ma quantunque Fiorenza facesse vivamente guerra agli abitanti di Siena, il vicendevole loro odio prodotto da gelosia e da private ingiurie era affatto indipendente dalla gran lite dell'Impero. Nè i Fiorentini eransi apertamente dichiarati contro l'imperatore, riconoscendo anzi la repubblica loro subordinata sempre alla legittima, ma limitata autorità del monarca. Dopo la morte di Buondelmonti accaduta del 1215, la repubblica non aveva potuto riconciliare le famiglie nobili che avevano la maggior parte dell'amministrazione della città: si azzuffavano queste frequentemente o presso le torri che ogni potente famiglia aveva fabbricate, o in quattro o cinque delle principali piazze, nelle quali i nobili d'ogni quartiere avevano erette delle fortificazioni mobili dette serragli, che consistevano in barricate o cavalli di frisa con cui chiudevasi parte della strada, e servivano a proteggere coloro che combattevano. Alcune principali famiglie comandavano le barricate innalzate al di fuori dei loro palazzi, e si affrettavano di chiuderle quando nasceva qualche tumulto: gli Uberti, per modo d'esempio, i quali avevano quello spazio oggi occupato dal palazzo vecchio, signoreggiavano la strada che sbocca da questa banda sulla gran piazza; i Tedaldini difendevano la porta di san Pietro, i Cattanei la torre del Duomo. Una disputa qualunque per un affare pubblico o privato, un motto offensivo incautamente pronunciato, metteva le armi in mano a tutta la nobiltà; ognuno portavasi al suo luogo, e si combatteva contemporaneamente in sei o sette parti della città; ma la sera cessava la rissa, e le parti nemiche ritiravano tranquillamente i loro estinti: il giorno susseguente era consacrato ai funerali; ed i valorosi Guelfi e Ghibellini s'incontravano pacificamente, ed adunavansi ancora talvolta per decretare la gloria dei combattimenti del precedente giorno a quello che aveva date prove di maggior valore ed intrepidezza. Tutti uniti sacrificavano egualmente le private loro nimistà alla gloria della patria; e durante la guerra di Siena, nella quale i Fiorentini ebbero molti vantaggi, niuno avrebbe potuto sospettare che la loro armata fosse in parte composta d'ufficiali e soldati ghibellini.

Mentre trovavasi ancora all'assedio di Parma, Federico, per acquistare maggiore influenza su questa repubblica, nominò suo vicario in Toscana uno de' suoi figli naturali, Federico, re d'Antiochia, cui diede il comando di mille seicento cavalli tedeschi. Nello stesso tempo scrisse alla famiglia degli Uberti, la principale del partito ghibellino, per muoverla a fare un generoso sforzo in di lui favore, cacciando i loro antagonisti fuori di Fiorenza[84]. In fatti gli Uberti presero le armi, ed i Guelfi si affrettarono di porsi in difesa delle loro barricate: ma i Ghibellini non si curando di difendere i proprj trinceramenti si unirono tutti alla casa degli Uberti, e rimasero facilmente vittoriosi dei Guelfi d'un solo quartiere che si erano loro opposti. Marciarono poi tutti uniti contro un'altra barricata guelfa, e la superarono colla medesima facilità; ed inseguendo così di posto in posto i loro avversarj, gli sconfissero dappertutto prima che potessero unirsi, finchè arrivarono alle barricate dei Guidalotti e dei Bagnesi in faccia a porta san Pier Scheraggio. Tutti i Guelfi della città sottrattisi alle precedenti zuffe eransi adunati entro di queste barricate, e per tal modo i due partiti trovaronsi in questo luogo con tutte le loro forze in presenza l'uno dell'altro. Ma mentre durava la zuffa, trovando le porte, secondo l'intelligenza, aperte, entrò in città Federico d'Antiochia, alla testa di mille seicento cavalieri tedeschi. I Guelfi, dopo essersi difesi quattro giorni contro i proprj concittadini e contro i Tedeschi ne' loro trinceramenti, cedettero alla superiorità delle forze nemiche e sortirono da Fiorenza tutt'insieme la notte della candelora, ritirandosi o ne' loro poderi del contado, o ne' castelli di Montevarchi e di Capraja, posti in Val d'Arno, dove si fortificarono di bel nuovo.

I Ghibellini vittoriosi, rimasti padroni della città, atterrando tutte le fortezze che fin allora avevano reso forte l'opposto partito, pensarono di togliergli ogni speranza di ricuperare il perduto potere. Trentasei palazzi colle loro torri furono in pochi giorni distrutti[85], tra i quali primeggiava la torre de' Tosinghi sulla piazza di mercato vecchio tutta ornata di colonne di marmo, ed alta centotrenta braccia. L'architettura militare era in allora il solo oggetto di lusso de' Fiorentini; onde perirono in questa circostanza molte di quelle cose che formavano il principale ornamento della città, ed una non piccola parte della pubblica fortuna. E questo primo esempio dato dai Ghibellini di far la guerra ai più sontuosi edificj non fu sventuratamente dimenticato ne' susseguenti tempi dall'opposta fazione.

(1249) Non contenti dell'intero dominio di Fiorenza, i Ghibellini volevano altresì disporre a loro arbitrio di tutti i castelli de' Guelfi: onde in marzo del seguente anno assediarono Capraja, ove, dopo l'esiglio da Fiorenza, eransi ritirate le famiglie de' loro avversarj. L'istesso imperatore, rientrato in Toscana, si pose a Fucecchio, facendo stringere Capraja con tanto vigore, che in capo di due mesi gli assediati, non avendo più viveri, dovettero rendersi a discrezione. Federico mandò nella Puglia quasi tutti i più distinti personaggi fatti prigionieri a Capraja, e gli si dà colpa d'averne condannati molti alla morte, altri alla perdita degli occhi.

Cacciati i Guelfi da Fiorenza, tutta la Toscana rimaneva a disposizione di Federico: ma i suoi affari non procedevano in Lombardia ed in Romagna con eguale fortuna; perchè i fuorusciti fiorentini, riparatisi in Bologna e nelle vicine città, combattevano valorosamente contro il partito imperiale. Il papa aveva spedito suo legato ai Bolognesi il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, per istimolarli a porre la Romagna sotto il dominio della santa sede. Il giorno susseguente al suo arrivo, il cardinale fu ammesso nel consiglio del comune, nel quale dal popolo e dal prelato si fissò il piano della futura campagna. Era pretore di Bologna Bonifacio di Cari, di Piacenza, che, uscito ne' primi giorni di maggio con una bella e poderosa armata e col carroccio del comune, si fece a guastare la parte del territorio modonese, posta al levante del fiume Scultenna, ossia Panaro; occupò Nonantola, e spianò i forti di san Cesario e di Panzano. Di là, passando all'altra estremità del distretto bolognese, prese molte castella soggette ad Imola, che poi cinse d'assedio.