«Credendo, col morir, fuggir disdegno,

«Ingiusto fece me contro me giusto.»

Allorchè Federico ebbe notizia della scomunica pronunciata dal Sinodo, non si lasciò punto smuovere, e scrisse a tutti i principi d'Europa per rappresentar loro che il clero, corrotto dalle ricchezze, abusava stranamente del suo potere: scrisse di nuovo al re di Francia per attaccare l'irregolare condotta del papa, e mostrare la nullità del processo contro di lui intentato, invitandolo a riflettere che potrebbe ben venire la volta loro, quando i sovrani non si unissero a reprimere l'arroganza della corte di Roma[74]. Ma in breve oppresso da spiaceri d'ogni genere, tradito dai suoi più cari amici, abbandonato dai principi tedeschi che avevangli sostituito, in qualità di re dei Romani, Enrico, langravio della Turingia, il quale sconfiggeva suo figlio, il re Corrado, ad altro più non pensò che a pacificarsi col papa, onde metter fine alla travagliata sua vita. A tale oggetto sottoscrisse in presenza di molti prelati una professione di fede conforme affatto a quella della Chiesa; ed in pari tempo chiedeva la mediazione di san Luigi: ma tutto inutilmente.

(1247) Nel susseguente anno, non ommise Federico di rinnovare le sue calde istanze per rientrare in seno della Chiesa, sebbene avesse avuta notizia della totale disfatta e della morte del suo rivale, Enrico di Turingia, all'assedio di Ulma. Le condizioni da lui offerte nel presente anno, e ne' due successivi con nuovi schiarimenti, pare che lo mostrino atterrito dalle censure della Chiesa, e che, a fronte della fierezza del suo carattere, e del prospero stato de' suoi affari, non avrebbe ricusato di sottoporsi alle più penose umiliazioni, ai più dolorosi sagrificj, per rappacificarsi col clero. In questo tempo san Luigi si apparecchiava a condurre in Egitto quell'armata di crociati ch'ebbe così sventurato fine. Federico proponeva di unire tutte le sue forze a quelle del re francese, e di fare insieme l'impresa d'Oriente; e perchè tale offerta non era di piena soddisfazione del papa, aggiunse l'altra condizione di militare contro gl'infedeli oltre mare finchè vivesse. Acconsentiva inoltre alla divisione della sua eredità, purchè non ne fossero privati i suoi figliuoli. L'Impero germanico non doveva più essere unito al regno di Puglia; ma il primo rimarrebbe a Corrado, ed avrebbe il secondo Enrico, figlio di Federico e d'Isabella, sua terza moglie[75]. E perchè Innocenzo IV, rigettando la confessione di fede fatta avanti ai prelati per iscolparsi del delitto d'eresia, aveva dichiarato appartenere a lui solo la disamina della coscienza del monarca, e ch'era disposto ad ascoltarlo, qualora si recasse personalmente alla corte pontificia[76]; Federico volle acconsentire ancora a quest'ultima umiliazione, e si pose effettivamente in viaggio, attraversando la Lombardia con un treno affatto pacifico, e non toccando il territorio delle città nemiche, delle quali pareva volerne scordare le offese[77]. E già era giunto a Torino, quando ebbe avviso che i parenti del papa gli avevano ribellata la città di Parma. Abbiamo già osservata che tre delle principali famiglie, i Rossi, i Lupi ed i Correggeschi, essendosi dichiarati del partito guelfo, avevano dovuto uscir di Parma. Erano costoro parenti o alleati dei Fieschi, i quali, all'istante che fu nominato papa uno della loro famiglia, eransi dati alla fazione nemica dell'Impero. Altri fuorusciti parmigiani avevano pure raggiunti i primi a Piacenza, aspettando che le prediche di alcuni frati lasciati in Parma disponessero quel popolo alla sedizione. Quando credettero giunto l'istante favorevole, la domenica del 16 giugno 1247, tutti gli emigrati parmigiani s'avanzarono sotto il comando di Gherardo da Correggio fino al Taro, ove trovarono sull'opposta riva Enrico Testa, podestà imperiale, con un grosso corpo di nobili e popolani di Parma; il quale credendosi sicuro della vittoria attraversò il Taro per attaccarli: ma, durante la battaglia, tutti quelli della sua armata, che segretamente favorivano i Guelfi, si unirono ai nemici. Quest'impensato avvenimento portò lo spavento nelle truppe, che non sostennero l'urto de' Guelfi, restando tra i morti lo stesso podestà, Manfredi di Cornazano, ed Ugo Manghirotti, due de' più illustri Ghibellini, salvandosi gli altri colla fuga. Intanto la massa del popolo, perduti i capi, manifestava con segni di acclamazione il suo attaccamento alla Chiesa, e conduceva in trionfo gli emigrati entro le mura di Parma. Gherardo da Correggio venne sulla pubblica piazza proclamato podestà, e dati il palazzo, le mura e le torri in guardia ai suoi soldati.

Enzo, ossia Enrico, figliuolo di Federico, e re di Sardegna, trovavasi allora nel contado di Brescia all'assedio di Quinzano. Avuto avviso della rivoluzione di Parma, abbrucia le macchine guerresche, e viene a grandi giornate fino alle rive del Taro, lusingandosi di sottomettere i ribelli con un colpo di mano. Federico, informato a Torino dello stesso avvenimento, avvampa di collera contro il papa, e deposto con orrore il pensiero di andare a Lione per umiliarsi innanzi ad un uomo che non cessava di macchinare contro di lui, riunisce tutti i suoi partigiani delle vicine città, e fattane una piccola armata, raggiugne il figlio sulle rive del Taro, di dove si avanza fino a pochi passi dalla città[78].

La perdita di Parma gli toglieva la comunicazione colle città ghibelline dalle Alpi al suo regno di Puglia, la quale mantenevasi per Torino, Alessandria, Pavia, Cremona, Parma, Reggio, Modena e Toscana; oltrecchè Parma e Cremona gli aprivano un'altra importantissima comunicazione con Verona, gli stati d'Ezelino e la Germania. Affrettava perciò la leva di una formidabile armata e faceva avanzare a grandi giornate un corpo di Saraceni, i soli suoi sudditi non esposti all'influenza de' frati, nè al terrore delle scomuniche. Ma prima che potesse formare un'armata abbastanza forte per fare l'assedio di Parma, i Guelfi ebbero tempo di provvederla abbondantemente di truppe e di vittovaglie. Il legato del papa, Gregorio di Montelungo, vi si chiuse con mille soldati scelti di Milano, e seicento di Piacenza, ch'egli vi aveva condotti per difficili strade. Un altro rinforzo vi spediva da Mantova il conte di san Bonifacio, il quale alla testa d'un altro corpo di Mantovani entrava in pari tempo nel territorio cremonese, per guastarlo, onde sforzare i Cremonesi ad abbandonare il campo dell'imperatore per venire in soccorso della loro patria. Anche il marchese d'Este, poco curandosi di lasciare in balìa di Ezelino le proprie terre, si gettò con un corpo di Ferraresi in Parma, ov'eransi pure adunati tutti i fuorusciti guelfi di Reggio, di modo che vi si trovarono due mila cavalieri forastieri e mille della città. La milizia dividevasi per quartieri; e le milizie di due porte occupavansi ogni giorno della guardia della terra, dello scavamento di nuove fosse e dell'innalzamento di bastioni e di palizzate per supplire alla conosciuta debolezza delle antiche mura.

Mentre Parma era alleata dell'imperatore, gli aveva spediti dei soldati, ch'egli teneva nelle vicine città; de' quali, essendogli, dopo l'accaduto, talmente sospetta la fede da poterli trattare come aperti nemici, ne fece imprigionare ottanta a Reggio e cinquanta in Modena, ritenendoli per ostaggi; ed inoltre fece arrestare tutti i giovani parmigiani che trovavansi allo studio di Modena, i quali tutti spogliati de' loro cavalli, delle armi, dei libri e di quanto avevano, furono mandati carichi di catene al campo imperiale[79].

Intanto l'armata ghibellina riceveva ogni giorno nuove genti; erano arrivati dalla Puglia molti Saraceni a piedi ed a cavallo: Ezelino aveva seco condotte le milizie di Padova, di Vicenza, di Verona; ed i Ghibellini di tutte le città d'Italia si univano sotto le bandiere di Federico per ricominciare una sanguinosa guerra: ma ossia che le forze ghibelline non fossero tali da poter impedire ai nemici di battere la campagna, oppure gli mancassero le macchine d'assedio, nè assediò la città, nè venne a giornata con Bianchino da Camino ed Alberico da Romano, i quali con un'armata guelfa eransi trincerati dalla banda settentrionale di Parma sull'altra riva del Po. Tutte le fazioni di questa campagna si ridussero dunque ad alcune scaramucce coi Saraceni, i quali cercavano d'impedire che fosse vittovagliata la città: al quale oggetto s'impadronirono un dopo l'altro de' castelli del territorio parmigiano, tranne Colorno; e tutti li distrussero; di modo che le bande de' soldati guelfi, quando ancora potevano scorrere la campagna, non trovavano viveri di veruna sorte per portare in città: onde i cittadini cominciavano a soffrire la fame, ed i viveri si vendevano a carissimo prezzo.

Credette Federico giunto l'istante opportuno d'atterrire gli assediati con sanguinose esecuzioni. Fece dunque condurre nel prato di Flazano, a due tiri di balestra dalle mura, quattro prigionieri parmigiani, due gentiluomini, e due borghesi, e fece loro tagliar il capo, proclamando in pari tempo che ogni giorno, finchè s'arrendesse la città, farebbe morire quattro Parmigiani, e mille ne teneva allora Federico in poter suo; ma il podestà ed i consiglieri, cui il consiglio generale aveva dati illimitati poteri per la difesa della città, presero le più rigorose misure per impedire che dal campo imperiale si recasse notizia di quanto accadeva; onde il pericolo che correvano tanti cittadini, non consigliasse i loro parenti ed amici a qualche atto di debolezza. Molte spie e messi, che tentarono di penetrare nascostamente in città, furono colti dalle guardie del podestà, ed abbruciati nella pubblica piazza, talchè niuno della città osò parlare di entrar in trattati col nemico. Frattanto nel susseguente giorno erano stati decapitati due altri prigionieri, e tutti gli altri minacciati dello stesso destino, quando i soldati di Pavia che militavano nel campo dell'imperatore, lo supplicarono ad accordar loro la vita de' prigionieri. «Noi siamo venuti, gli dissero, per far guerra ai Parmigiani, ma colle armi e sul campo di battaglia, non per far il carnefice.» L'imperatore si lasciò placare, e da quel punto il suo campo non fu più macchiato da così odiose esecuzioni[80].

Non era lontano l'inverno, e tutto annunziava che l'assedio non sarebbe così presto ridotto a termine; onde Federico che non voleva scostarsi dalla città ribelle, risolse, per assicurare alla sua armata più tollerabili quartieri d'inverno, di fabbricare una città, cui diede il nome di Vittoria, nella quale, poichè si fosse impadronito di Parma, pensava di trapiantarne gli abitanti. Ne fece porre i fondamenti a duecento passi da Parma lungo la strada che conduce a Piacenza. La fece circondare di larghe fosse, dietro alle quali alzavansi bastie di terra difese da palizzate: le porte avevano ponti levatoj, ed il canale, detto naviglio, che scendeva da Parma fino al Po, fu sviato dal suo corso per farlo entrare nelle fosse di Vittoria per girare i mulini. In pari tempo i Saraceni ebbero ordine di trasportare alla nascente città i materiali delle case distrutte nel territorio parmigiano[81].