Il secondo servigio reso alla santa sede dagli ordini mendicanti fu quello d'impedire tra il popolo il dilatamento dell'irreligione; imperciocchè agl'increduli che facevano valere nelle loro invettive contro la Chiesa i depravati costumi del clero, opponevano quella austera santità di vita che da più secoli non più vedevasi nei grandi prelati. Non dirò già che ottenessero di richiamare a meno libere opinioni coloro che la nascente passione dello studio, o lo spirito di partito allontanavano dal cattolicismo; ma se un uomo dava qualche indizio di timorata coscienza, veniva all'istante assediato dai nuovi monaci che se ne impadronivano; e predicandogli come principalissima virtù la cieca ubbidienza alla santa sede, e facendogli vedere i fulmini della Chiesa pendenti sul capo de' Ghibellini, lo forzavano a riconciliarsi colla medesima, a prezzo non poche volte d'un tradimento a danno degli antichi alleati. A ciò si debbono attribuire quelle imprevedute congiure che si videro scoppiare nelle città più fedeli all'Impero, e quei mali umori che annunziavano i progressi della parte guelfa e l'imminente caduta dei Ghibellini. Nella città di Parma, che fino al 1245 erasi mantenuta fedele all'Impero, e che riceveva ogni anno un podestà scelto dall'imperatore, tre delle più principali famiglie nobili, i Lupi, i Rossi, i Correggeschi, parenti a dir vero di quella del papa, si dichiararono del partito guelfo e dovettero abbandonare la città; e nel susseguente anno (1246) altri Guelfi, pretestando di non potere in buona coscienza ubbidire agli ordini dell'imperatore, si ritirarono a Piacenza ed a Milano[64], ove con Gregorio di Montelungo, legato del papa in Lombardia, ordirono quella trama che diede ben tosto la loro patria alla parte guelfa. Un eguale abbandono del partito ghibellino ebbe luogo in Reggio, per cui, dopo una sanguinosa zuffa, vennero esiliate le famiglie guelfe dei Roberti, dei Fogliani, dei Lupicini[65].
Non contento il papa di suscitare nemici a Federico nelle città lombarde, che incoraggiava a difendere contro di lui la propria libertà, cercava di ribellargli ancora gl'immediati sudditi delle due Sicilie, ai quali spediva due cardinali con lettere dirette al clero, alla nobiltà ed al popolo delle città e delle campagne. «Si maravigliano molti, loro diceva il papa, che oppressi come voi siete da vergognosa servitù, ed aggravati nella persona e nei beni, abbiate trascurato di procacciarvi in qualunque modo, come hanno fatto le altre nazioni, le dolcezze della libertà. Ma la santa sede vi ha per iscusati in vista del terrore che sembra essersi insignorito del vostro cuore sotto il giogo di un nuovo Nerone; e non altro per voi sentendo che pietà e paterno affetto, pensa se i suoi ajuti possono recare sollievo alle vostre pene, o fors'anco procurarvi il bene d'un'intera libertà.... Cercate dal canto vostro come potreste rompere le catene della schiavitù, e far fiorire nel vostro comune la libertà e la pace. Spargasi una volta tra le nazioni la voce, che il vostro regno così famoso per la sua nobiltà e per l'abbondanza de' suoi prodotti, ha potuto, coll'ajuto della divina provvidenza, unire a tanti vantaggi anche quelli di una stabile libertà[66].»
Un certo che di così nobile e liberale spirano i concetti di questa lettera, che ci sforza a rimaner dubbiosi intorno alla giustizia della causa del pontefice e dei Guelfi, ed allo scopo che si proponevano. Ma quand'anche la libertà, e non una licenziosa indipendenza, fosse effettivamente l'oggetto dei Pugliesi e dei Siciliani ribellati, furono certo indegni di così nobil causa i modi tenuti per acquistarla; riducendosi a vili cospirazioni, nelle quali presero parte gli antichi amici ed i confidenti di Federico, da loro guadagnati. I due figliuoli del grande giustiziere del Mora, tutti i Sanseverino, tre fratelli della Fasanella, ed altri molti avevano nel 1244 cospirato coi frati minori per assassinare il loro sovrano. Federico, come si disse altrove, aveva, dietro i primi indizj di tale congiura, fatti imprigionare molti frati, nell'istante medesimo in cui il papa fuggì da Roma. Ciò nulla meno la sentenza del Sinodo e l'esortazione dei cardinali legati riaccesero la sopita congiura, che avrebbe facilmente avuto effetto, se il complice Giovanni di Presenzano, scosso dai rimorsi, non palesava il segreto a Federico. Quando seppero imprigionati alcuni de' loro compagni, i del Mora ed i Fasanella si salvarono nello stato del papa, altri s'impadronirono delle rocche di Capaccio e della Scala, ove furono presi dopo lungo assedio. Un solo fanciullo della casa Sanseverino fu salvato da un domestico della famiglia[67]. Quasi tutti i congiurati, condannati a pena capitale, attestarono prima di morire, che il papa era partecipe della loro congiura. L'imperatore dando notizia di questo macchinamento a tutti i re e principi dell'Europa con una lettera circolare, che forse fu l'ultima che scrivesse Pietro delle Vigne, la chiude con queste gravi parole: «Chiamiamo in testimonio il giudice supremo, che ci vergogniamo di quanto abbiam detto, perchè eravamo troppo alieni dal credere di dover vedere e sentire attestato somigliante delitto; non essendoci mai immaginati che i nostri amici, i nostri pontefici, ci volessero vittima di così cruda morte. Lungi da noi per sempre tanto obbrobrio! Lo sa Iddio, che dopo l'iniqua procedura del papa contro di noi intentata nel concilio di Lione, non abbiamo mai voluto acconsentire alla sua morte od a quella di taluno de' suoi fratelli, quantunque caldamente richiesti da persone zelanti del nostro servigio, limitandoci a difenderci dagli altrui attentati colla giustizia, e non colle vendette»[68].
Ma la più dolorosa perdita di Federico fu quella del suo primo ministro, del suo intimo confidente, del suo amico, Pietro delle Vigne. Ossia che quest'uomo affatto straordinario si fosse macchiato di un tradimento, o che il principe, reso diffidente dalle congiure che ogni giorno si andavano scoprendo, desse troppo facile orecchio alle suggestioni degl'invidiosi cortigiani; o giusta o ingiusta che si fosse la sentenza di Pietro; si dice che Federico esclamasse più volte prima di pronunciarla: «me sciagurato, qual uomo io gastigo!»[69]
Pietro delle Vigne era nato a Capoa affatto povero; la passione per lo studio lo aveva condotto all'università di Bologna, ov'era costretto di andare elemosinando per vivere, sebbene desse prove di maravigliosi talenti nello studio della legge, dell'eloquenza e della poesia. Condotto accidentalmente innanzi a Federico, ebbe la fortuna di meritarsi in modo la sua stima, che lo tenne in corte, facendolo a bella prima suo segretario; in appresso giudice, consigliere, protonotaro, e partecipe di tutti i suoi segreti. Pietro delle Vigne aveva una maravigliosa arte nello scriver lettere; aggiungendo ad una nobile e dignitosa eloquenza una certa qual forza di ragionamento che convince e persuade. Perciò verun principe avanti che s'inventassero la stampa ed i giornali aveva, come Federico, fatto tanto capitale dell'illusione delle scritture, nè provocato colle sue lettere sopra le proprie azioni la pubblica opinione. Nè in ciò solo valevasi l'accorto principe de' talenti di Pietro; abbiamo altrove osservato che approfittò de' suoi consigli e dell'opera sua per riformare le leggi del regno, e per rianimare lo studio delle scienze e delle lettere; abbiamo veduto che lo incaricò di giustificare la propria condotta innanzi al popolo di Padova contro la sentenza di scomunica pubblicata contro di lui; che lo aveva più volte mandato suo deputato al papa, e per ultimo incaricato di trattare la sua causa innanzi al concilio di Lione. Nella quale ultima occasione parve che Pietro mal rispondesse all'antica sua riputazione, conservando un misterioso silenzio, mentre Tadeo di Suessa difese caldamente il suo sovrano[70].
Dopo tale epoca Pietro delle Vigne non ebbe forse più l'intera confidenza di Federico, non trovandolo adoperato in veruna importante occasione, nè meno nello scriver lettere a nome del sovrano; anzi una ne troviamo diretta al medesimo per accertarlo della propria innocenza[71]. È probabile che, senza abbandonare la corte, non vi avesse più quell'opinione che gli aveva dato la confidenza del sovrano; e che soltanto tre anni dopo cedesse alle istigazioni degli emissarj del papa; oppure che i suoi nemici si approfittassero di qualche apparenza per farlo credere a Federico, quantunque non avesse ceduto[72]. Ecco come racconta il fatto Matteo Paris.
Federico giaceva infermo quando Pietro gli si presentò col medico ch'egli aveva guadagnato, il quale gli offrì come medicina una bevanda avvelenata. Il principe, nell'atto di accostare il nappo alla bocca, disse ai traditori: io credo che voi non vogliate darmi veleno. Pietro, turbato a un tempo e sorpreso, si dolse di un dubbio che faceva torto alla sua lealtà, chiamandosene altamente offeso: ma Federico, rivolgendosi in atto minaccioso al medico, gli porse il calice, ordinandogli di beverne la metà. Il medico sbigottito finse d'inciampare e lasciò cadere il calice in terra; ma Federico fatto raccogliere quanto si poteva della sospetta bevanda, la fece dare ad un condannato a pena capitale, che morì all'istante. Avute così evidenti prove del delitto, l'imperatore ordinò che il medico perdesse la vita sul palco, e che Pietro delle Vigne fosse abbacinato; ma questi diede del capo contro il muro con tanta violenza, che si spaccò il cranio, e morì dopo pochi istanti[73]. Matteo Paris è il solo storico contemporaneo che parli circostanziatamente della morte di quest'uomo straordinario; e non bastano a smentirlo le vaghe ed incerte relazioni degli scrittori guelfi de' tempi posteriori. Non devo per altro lasciar di dire che nel secolo decimoquarto credevasi comunemente che Pietro fosse stato vittima della calunnia; onde Dante, ponendolo tra i suicidi nell'inferno, gli fa dire: Canto XIII, vers. 70:
«L'animo mio, per disdegnoso gusto,