Innocenzo, dopo avere confutata la protesta e l'appello di Federico e del suo ministro, fece leggere la sentenza di scomunica ch'egli aveva preventivamente scritta. Appoggiavasi alla mancanza di fedeltà di Federico al papa, di cui era vassallo come re di Sicilia; alla rottura della pace più volte stabilita colla Chiesa, alla prigionia sacrilega dei cardinali e dei prelati che andavano al concilio di Roma; finalmente all'essersi reso colpevole d'eresia, disprezzando le scomuniche pontificie, e collegandosi coi Saraceni, de' quali aveva adottati i costumi: e chiudevasi con queste notabili parole: «Noi dunque che, quantunque indegni, rappresentiamo in terra nostro Signore Gesù Cristo; noi, ai quali nella persona di san Pietro furono dirette queste parole: tutto ciò che voi avrete legato in terra, sarà legato in cielo; noi abbiamo deliberato coi cardinali nostri fratelli, e col sacro concilio intorno a questo principe resosi indegno dell'Impero, de' suoi regni e di ogni onore e dignità. A motivo de' suoi delitti e delle sue iniquità Dio lo rifiuta, e più non soffre che sia re o imperatore. Noi lo facciamo soltanto conoscere, e lo denunziamo essere, a motivo de' suoi peccati, rigettato da Dio, privato dal Signore di qualunque onore e dignità; e frattanto noi pure ne lo priviamo colla nostra sentenza. Tutti quelli che sono a lui vincolati pel loro giuramento di fedeltà, sono da noi a perpetuità assolti e resi liberi da tale giuramento, vietando loro espressamente e strettamente colla nostra apostolica autorità di non più prestargli ubbidienza come ad imperatore o re, o in qualunque altro modo pretenda di essere ubbidito. Coloro che gli daranno soccorso o favore, come ad imperatore e re, incorrono ipso facto nella scomunica. Quelli cui spetta nell'impero l'elezione dell'imperatore, eleggano pure liberamente il successore di questo: e rispetto al regno di Sicilia sarà nostra cura di provvedervi col consiglio dei cardinali, nostri fratelli, come troveremo più conveniente[60].»
Mentre leggevasi questa carta, siccome i padri tenevano in mano una candela accesa, che in segno d'esecrazione dovevano rovesciare per ispegnerla, Tadeo di Suessa gridò, percuotendosi il petto: questo è il giorno della collera, il giorno delle calamità e della sciagura! ed uscì dall'assemblea. Allorchè Federico ebbe avviso della sua deposizione, gittò uno sguardo d'indignazione sulla folla che lo circondava: «Questo papa, disse, mi ha dunque rigettato nel suo sinodo; mi ha dunque privato della mia corona! ove sono i miei giojelli? mi si rechino subito.» E facendo aprire la cassetta che racchiudeva le sue corone, ne prese una e se la fermò in capo; indi alzandosi con occhi minacciosi: «No, disse, la mia corona non è ancora perduta; nè gli attacchi del papa, nè i decreti del sinodo hanno potuto levarmela; ed io non la perderò senza spargimento di sangue[61].»
CAPITOLO XVII.
Ultimi anni del regno di Federico II. — Assedio di Parma. — Rivoluzioni in Toscana. — Tirannia d'Ezelino.
1245 = 1250.
La perseveranza dei papi nel perseguitare un intero secolo tutti i principi della casa di Svevia fino all'epoca in cui l'ultimo rampollo di questa sventurata ed illustre famiglia perì sopra un palco, è una cosa tanto più notabile, in quanto lo spirito del cristianesimo aveva cominciato ad addolcirsi; e le costumanze e le opinioni non riconoscevano più la pretesa superiorità de' papi sul potere temporale. Lo stesso monaco Matteo Paris, che minutamente descrisse le circostanze del processo intentato a Federico avanti al concilio di Lione, assicura che gli assistenti non l'udirono pronunciare senza stupore e raccapriccio[62]. Da una parte i Pauliciani avevano scossa colle loro prediche la credenza dell'infallibilità papale, specialmente nella Lombardia, ov'eransi moltiplicati assai; e dall'altra il risorgimento delle lettere non era meno contrario alla servitù imposta dalla superstizione. Non si conoscevano allora che tre classi di letterati, giureconsulti, grammatici e poeti, i quali tutti in fatto di religione tenevano opinioni abbastanza liberali; e siccome erano da Federico favoreggiati e protetti, abbracciavano quasi tutti la sua causa contro la santa sede. Tra gli storici coetanei di questo principe o de' suoi figli, molti, e forse i migliori sono apertamente ghibellini[63]. La maggior parte de' gentiluomini che avevano colle azioni loro acquistato qualche diritto alla pubblica opinione, il Salinguerra, i signori da Romano, i marchesi Pelavicino e Lancia, stavano per Federico: la metà delle città libere avevano anch'esse abbracciata la medesima causa; e tra queste la potente repubblica di Pisa, che lo ajutava con tutte le sue forze, disprezzava i fulmini del papa per servire l'imperatore. Mentre così ragguardevole numero d'Italiani impugnavano il potere de' papi di sciogliere e di legare in terra ed in cielo, fa meraviglia che questi ardissero spingere all'estremo le loro pretese, arrischiando tutto lo stato loro sopra un diritto contestato.
Pare che i papi essendosi accorti dei singolari talenti de' principi della casa Sveva, si proponessero di disertarli ad ogni costo, onde imperatori così valorosi ed intraprendenti, rinforzati dai rapidi e necessarj progressi delle opinioni già in voga, non rivendicassero i diritti di cui la Chiesa gli aveva spogliati, e ristabilissero in Roma la suprema loro autorità: autorità che non poteva ripristinarsi senza distruggere l'indipendenza dei papi.
La santa sede entrando in così pericoloso conflitto, affidavasi principalmente alla nuova milizia di fresco creata, che non l'abbandonò ne' suoi bisogni; i due ordini de' Francescani e de' Domenicani. Il più importante servigio che le rendessero, fu quello di sottometterle completamente i vescovi ed il clero secolare, cambiando l'aristocrazia ecclesiastica in un perfetto despotismo. Così adoperando eseguivano il loro voto d'ubbidienza e s'uniformavano allo spirito de' loro fondatori. Avevano essi sull'antico clero il doppio vantaggio del fanatismo e del vigore della gioventù d'una recente istituzione; e con tale superiorità di forze lo attaccarono e gli tolsero l'affetto dei popoli. I vescovi erano in modo assoggettati, o talmente persuasi della loro debolezza, che i concilj, invece di giudicare i papi, come abbiamo veduto praticarsi nel decimo secolo, e lo vedremo ancora nel quindicesimo, erano diventati nel tredicesimo strumenti passivi nelle mani de' pontefici.