La prima cosa di cui saggiamente occuparonsi i Fiorentini nell'atto che fondarono la nuova costituzione fu l'organizzazione della forza militare. Essi non potevano temere d'essere oppressi dalla loro armata, perchè l'armata era la nazione, ma vollero che fosse sempre in ordine, sempre ben disciplinata per difesa della patria e della libertà. Tutti i cittadini di Firenze furono registrati in una delle venti compagnie di milizia; tutto il territorio venne diviso in novantasei compagnie ausiliari; i soldati nominarono i propri ufficiali; tutti furono subordinati al capitano del popolo; tutti al primo allarme erano tenuti di trovarsi nella piazza di santa Croce; e la prima cura del popolo, ricuperando i suoi diritti, fu quella di scegliere i colori de' suoi gonfaloni e delle sue imprese.
Per tutelare il popolo contro gli attentati de' nobili, si determinò di spianare le fortezze, col favor delle quali i gentiluomini si sottraevano al poter delle leggi. Non si volle per altro, o non si ardì di fare questa novità tutto ad un tratto; e la legge ordinava ai nobili di abbassare le loro torri in modo che non oltrepassassero le cinquanta braccia: fu questa la prima legge pubblicata in nome del popolo. I materiali procurati colla demolizione di tante private fortificazioni, furono utilmente impiegati nell'innalzamento delle mura della città nel quartiere al mezzodì dell'Arno. In pari tempo fu fabbricato il palazzo del podestà, rocca solida ed imponente, che adesso serve ad uso di prigione. Vennero colà alloggiati i membri del governo, che fino a tal epoca dimoravano in private case, e riunivansi soltanto nelle chiese.
Tali furono i principj della rivoluzione che si fece in Firenze mentre ancora vivea Federico; ma quando pochi mesi dopo, cioè il 7 gennajo 1251, si ebbe notizia della di lui morte, si pose l'ultimo suggello all'edifizio della libertà[149]: furono richiamati tutti i Guelfi esiliati, costretti i nobili delle due fazioni a segnare un trattato di pace, ed aggiunto al capitano del popolo un nuovo podestà scelto in una famiglia guelfa di Milano.
Non fu appena stabilito in Firenze il governo popolare, che que' cittadini, animati dal sentimento della loro novella forza, cercarono di tirare nel loro partito tutta la Toscana. La sola città di Lucca erasi anch'essa dichiarata pei Guelfi, ma Pistoja, Pisa, Siena, Volterra, e pressochè tutti i gentiluomini seguivano la contraria parte. I Fiorentini invasero il territorio di Pistoja e lo guastarono; poi entrarono in quello di Pisa, attaccando quella repubblica, creduta di forze eguale a Fiorenza; ma Pisa trovavasi già in guerra colle città di Lucca e di Genova, e si era privata di molte braccia per equipaggiare la flotta che aveva accordato al re Corrado, che dalla Germania recavasi per mare nel regno di Napoli; altronde la rotta, per cagione della mal regolata disciplina delle truppe, sofferta nel secondo anno della guerra l'aveva notabilmente indebolita. Mentre i Fiorentini del 1252 stringevano d'assedio Tizzano, castello dei Pistojesi, i Pisani attaccarono l'armata lucchese a Montopoli, e fecero molti prigionieri; ma dopo l'ottenuta vittoria tornando disordinati verso Pisa, nè più credendosi esposti ad essere attaccati, si trovarono all'improvviso sopraggiunti da' Fiorentini presso Pontedera e rotti avanti che potessero ordinarsi in battaglia[150]. I prigionieri lucchesi approfittarono di tanta confusione per mettersi in libertà, e legare colle stesse corde i loro mal accorti vincitori. Tre mila prigionieri, tra i quali trovavasi anche il podestà, furono il frutto di questa vittoria. Dopo questo fatto l'armata fiorentina attraversò il territorio di Siena per rinfrescare di viveri e di gente il castello di Montalcino, che, quantunque posto sulla strada che conduce da Siena a Roma, aveva domandata la protezione de' Fiorentini. I Sanesi furono battuti sotto le mura di questo castello, e l'armata fiorentina, dopo avere scorsi i territorj di tutti i loro nemici, rientrò trionfante in Firenze.
In memoria specialmente di tali avvenimenti, la repubblica determinò di coniare una moneta d'oro, il fiorino, poi chiamato zecchino, che fissò al titolo più puro di ventiquattro caratti, e del peso di un ottavo d'oncia[151]. In mezzo alle rivoluzioni monetarie, e mentre la mala fede dei governi alterava il numerario dall'una all'altra estremità dell'Europa, il fiorino o zecchino di Firenze fu sempre lo stesso non solo in peso ed in titolo, ma ancora di presente porta l'impronta di quello battuto nel 1252. Vero è che la lira di conto, che non è che una moneta ideale, non mantenne sempre i medesimi rapporti col fiorino: ebbe in origine lo stesso valore, ma il corso del cambio, che era libero e variabile, accrebbe costantemente il prezzo della moneta d'oro. Quando cadde la repubblica fiorentina, il fiorino valeva sette lire fiorentine; oggi tredici lire, sei soldi, otto denari, corrispondenti ad italiane lire undici e quaranta centesimi[152].
L'anno 1253 è celebre nei fasti di Firenze per la sommissione di Pistoja. Vedendo le loro campagne esposte a frequenti saccheggi, e molte castella forzate d'arrendersi ai nemici, i Pistojesi, stanchi di sostenere una lotta così disuguale, acconsentirono di richiamare tutti i Guelfi esiliati, mettendoli a parte della amministrazione del comune: e permisero ai Fiorentini di fabbricare una rocca nella loro città presso a Porta Romana e di tenervi continuamente guernigione. La repubblica fiorentina non aveva richiesta quest'ultima condizione per farla sua suddita, chè la sua ambizione non andava ancora tant'oltre; ma perchè le fosse tolto di sottrarsi in avvenire alla sua alleanza, o di perseguitare i Guelfi protetti dai Fiorentini[153].
(1254) Più glorioso ancora fu pei Fiorentini il susseguente anno, chiamato l'anno delle vittorie. Sotto la condotta del loro podestà, Guiscardo di Pietra Santa, milanese, cinsero d'assedio Montereggione, fortezza dei Sienesi, e risguardata come la principale difesa del loro territorio. Perchè i Sienesi temendo di perderla, proposero condizioni di pace assai vantaggiose ai Fiorentini, e rinunciarono alla loro alleanza coi Ghibellini, senza che ciò peraltro alterasse in alcun modo l'interna forma del loro governo[154]. Gli uomini più illustri per lettere e per impieghi civili, siccome nei più bei tempi d'Atene e di Roma, militavano anch'essi nelle armate della repubblica; così Brunetto Latini, uno de' primi ristoratori delle lettere in Italia, autore d'un libro intitolato il Tesoro, nel quale trovansi riuniti tutti i lumi di quel secolo[155], Brunetto Latini, il prediletto maestro di Dante, militava nella guerra di Siena, e fu egli che, notajo essendo, stese e firmò il trattato di pace tra le due repubbliche.
Poich'ebbe prese le rocche di molti signori ghibellini nelle vicinanze di Siena, l'armata fiorentina entrò nel territorio di Volterra, una delle antichissime città degli Etruschi fabbricata sopra un'alta montagna, e da più lati circondata di precipizj, dagli altri difesa da alte mura formate di enormi sassi quadrati; maravigliose opere anteriori ai tempi romani, e tutt'ora esistenti. I Fiorentini erano ben lontani dal lusingarsi di poter prendere così forte città, quando quegli abitanti essendo usciti dalle porte ad attaccarli, furono, malgrado il vantaggio del terreno che combatteva per loro, rotti dalla furia delle milizie fiorentine, che vivamente inseguendoli entrarono nella mal abbandonata città. Allora il vescovo alla testa de' suoi chierici che portavano delle croci, e le donne coi capelli disciolti vennero a gettarsi ai piedi dei vincitori chiedendo grazia. L'ottennero; non fu sparsa una goccia di sangue, nè saccheggiata una sola casa; ma il governo venne riformato in vantaggio del partito guelfo: sicchè fu conservata la libertà, ma i capi della fazione ghibellina furono forzati di allontanarsi dalla loro patria[156].
Prima che terminasse l'anno, l'armata vittoriosa invase il territorio di Pisa, spargendo in quella città tanto terrore, che que' cittadini domandarono la pace, ed acconsentirono a svantaggiose condizioni, che peraltro non furono lungo tempo osservate. Dopo una campagna così gloriosa rientrò trionfante in settembre del 1254, accolta con trasporto di gioja da tutti gli abitanti che le si fecero incontro fuori delle porte.
La città d'Arezzo non aveva presa parte alle guerre della Toscana; i Guelfi ed i Ghibellini essendovi egualmente potenti, avevano pure egual parte nel governo; mantenendo la città internamente tranquilla, e sicura al di fuori col favor de' trattati fatti coi loro vicini, ed in particolare colla repubblica di Fiorenza. Accadde che del 1255 i Fiorentini mandarono sotto la condotta del conte Guido Guerra, gentiluomo guelfo indipendente, cinquecento cavalli agli abitanti d'Orvieto per soccorrerli contro quelli di Viterbo. Per recarsi ad Orvieto questa gente doveva attraversare il territorio di Arezzo: quando passò vicino alla città, gli Aretini guelfi chiesero ajuto al conte Guido per cacciare dalla città loro i Ghibellini, e, per prezzo dell'ottenuto soccorso, gli diedero, contro la fede de' trattati, il possesso della loro fortezza. Nello stesso modo press'a poco la fortezza di Tebe era stata occupata da un generale spartano[157]; ma il senato di Lacedemone condannò il generale e ritenne la fortezza: i Fiorentini all'incontrario, presero tutte le armi e si portarono sotto Arezzo per ristabilirvi i Ghibellini. Sebbene fossero questi nemici, erano in pace con Firenze; e perchè il conte Guido mostrava di voler difendere la sua conquista, ed i Guelfi, ch'eransi valsi dell'opera sua, non sapevano risolversi a rimandarlo senza ricompensa; i Fiorentini accomodarono gli abitanti d'Arezzo di dodici mila fiorini, che poi non furono loro più restituiti[158], affinchè con questa somma potessero gratificare il conte, rientrare in possesso della fortezza e ristabilire la pace entro le loro mura[159].