Abbiamo accennato che i Pisani non mantennero a lungo la pace che avevano forzatamente segnata: ma rotti un'altra volta presso Ponte al Serchio dall'armata combinata fiorentina e lucchese, furono costretti di soggiacere alle condizioni che loro erano state prima accordate, e di consegnare inoltre il forte di Motrone posto in riva al mare presso di Pietra Santa, con patto che i Fiorentini lo potessero, a voglia loro, distruggere o conservare. Assai difficile e dispendiosa doveva riuscire la guardia di questa rocca posta a molta distanza da Fiorenza, di modo che dopo un segreto consiglio degli anziani, la signoria determinò di farla spianare. Ma i Pisani che non prevedevano così fatta risoluzione, temevano all'opposto che i Fiorentini, acquistando uno stabilimento in riva al mare, non andassero in seguito dilatandosi, e giugnessero ad avervi un porto. Perchè mandarono un segreto negoziatore a Firenze per prevenire questo successo. Era allora uno degli anziani Aldobrandino Ottobuoni, cittadino assai riputato, ma di povere fortune. A costui si diresse segretamente l'agente pisano, e cercando di persuaderlo che quanto era per proporgli non era altrimenti contrario al dover suo, nè agl'interessi della sua patria, gli offrì quattro mila zecchini d'oro, a condizione che riducesse i suoi colleghi ad ordinare la demolizione di Motrone. Sebbene tale risoluzione era già stata adottata il giorno avanti, Aldobrandino licenziò l'agente pisano con disprezzo; e riflettendo che i Pisani non sarebbonsi presa tanta premura per la distruzione di Motrone, se non conoscessero estremamente vantaggioso ai Fiorentini il conservare questa fortezza, si recò al consiglio degli anziani, e seppe così bene esporre le ragioni che dovevano determinarlo alla conservazione di Motrone, che la signoria, rivocando il precedente atto, ordinò che la rocca si conservasse. Aldobrandino ebbe la generosità di non parlare dell'offerta che gli era stata fatta; e furono i nemici dello stato che manifestarono la disinteressata sua condotta[160].
CAPITOLO XIX.
Pontificato d'Alessandro IV. — Crociata contro Ezelino; sua disfatta e morte. — Manfredi re di Sicilia: soccorre i Ghibellini toscani: battaglia di Monte Aperto o dell'Arbia.
1255 = 1260.
Innocenzo IV con una smisurata ambizione e con intollerabili oltraggi aveva provocata la fuga, poi la vendetta di Manfredi; ma la morte di questo papa lasciò lo stato della Chiesa ed il partito guelfo esposti a sventure proporzionate alle passate prosperità. I cardinali adunati in Napoli affrettaronsi di dare un altro capo alla Chiesa nella persona del vescovo d'Ostia, della famiglia dei conti di Signa, la quale aveva dati nello stesso secolo alla cristianità Innocenzo III e Gregorio IX. Il vescovo d'Ostia si fece chiamare Alessandro IV. «Egli era, dice Matteo Paris, buono e religioso, assiduo alle preghiere, costante nella astinenza, ma troppo accessibile alle parole degli adulatori, ed agli avidi consigli de' suoi avari cortigiani[161].» Procedette con minore impeto e vigore, ma ancora con meno talenti, nella guerra contro Manfredi; e non è ben certo se la sua apparente moderazione debba attribuirsi a sentimenti più cristiani anzi che ad un carattere più debole. Abbiamo osservato nel precedente capitolo, che ne' primi due anni del suo regno perdette quasi tutte le terre conquistate dal suo predecessore nel regno di Napoli. Nello stesso tempo i suoi generali ed i legati pontificj trattavano la guerra in Lombardia, ove uno dei primi atti del regno di Alessandro fu quello di far predicare la crociata contro il feroce Ezelino. In sul finire del 1255 mandò lettere circolari a tutti i vescovi, ai signori, alle città libere di Lombardia, dell'Emilia e della Marca Trivigiana. «Un figlio di perdizione, diceva egli, un uomo di sangue riprovato dalla fede, Ezelino da Romano, il più inumano dei figliuoli degli uomini, approfittando dei disordini del secolo, si è usurpato un tirannico potere sopra gli sventurati abitanti del vostro paese. Col supplicio dei nobili, col massacro de' plebei, egli ha spezzati tutti i vincoli dell'umana società, tutte le leggi della libertà evangelica.... Ma noi pensando alla vostra salute, e specialmente in ordine alle cose spettanti al Signore, abbiamo rivestito dell'ufficio di nostro legato presso di voi, il nostro figlio, l'arcivescovo eletto di Ravenna, affinchè rappresentandoci in codeste province, riscaldi lo zelo de' fedeli, perseguiti colle armi spirituali e temporali Ezelino ed i suoi perfidi amici, munisca del simbolo della croce i fedeli che prenderanno le armi contro di lui, gl'incoraggisca, loro offrendo per riconoscenza le medesime indulgenze accordate a coloro che vanno in soccorso di Terra santa. Risvegli questi uomini oppressi dal sonno della morte, assicuri coloro che vegliano per il bene, svelga finalmente e disperda, fabbrichi e pianti, disponga ed ordini, colla prudenza che gli viene da Dio, come conviene alla fede ortodossa, all'onore della Chiesa, alla salute delle anime ed alla tranquillità della vostra patria[162].»
Che nobile soggetto era una guerra predicata in nome di Dio contro il nemico degli uomini! Diffatti per accrescere nemici contro Ezelino dovevansi aggiugnere agli umani motivi altri ancora d'un ordine superiore; imperciocchè Ezelino era tanto superiore di forze e di virtù militari e politiche a' suoi avversarj, ed aveva in modo consolidata la sua autorità coi delitti, che niuno argomento era troppo forte per risvegliare l'entusiasmo de' suoi nemici, niuna ricompensa troppo nobile per coloro che lo superassero.
Dopo la morte di Federico, Ezelino risguardavasi qual sovrano indipendente, ed il supplicio di tutti i più distinti personaggi della Marca segnava l'epoca dell'assoluta indipendenza ch'egli acquistava. Pareva che volesse rifarsi de' riguardi che aveva troppo lungo tempo avuti per la pubblica opinione, e voleva tutto il popolo testimonio del suo furore, quasi insultando la sua sofferenza. Dopo che le sue vittime erano perite nell'aere infetto delle carceri, o poichè erano spirate in mezzo ai tormenti atroci della tortura, ne mandava i cadaveri alle patrie città, facendo loro troncare il capo sulla pubblica piazza. Spesso i gentiluomini venivano condotti a schiere sulla medesima piazza, e colà dati in preda al ferro de' suoi sicari, indi fatti in pezzi e consumati sul rogo. Dall'alto delle case udivansi di giorno e di notte le lamentevoli voci degl'infelici che perivano nelle torture, e risonavano entro al cuore di tutti i cittadini[163]. Nè soltanto i nobili trovavansi esposti alla ferocia d'Ezelino, che ogni sorta di distinzione gli era egualmente odiosa; e siccome non si curava nè meno di trovare alcun pretesto che apparentemente adonestasse gli atti di sua crudeltà, ogni uomo distinto era punito coll'estremo supplicio. I ricchi negozianti, i legisti illuminati, i prelati, i monaci, i canonici di specchiata pietà, e perfino coloro che si facevano distinguere per le grazie della persona, perivano sul palco ed i loro beni erano confiscati. Soleva Ezelino sforzare i proprietarj a vendergli le loro case, specialmente quelle ch'erano situate in luoghi forti, o presso alle porte della città, ma pochi giorni dopo si riprendeva il denaro colla vita del venditore. Tutti, se fosse stato possibile, avrebbero cercato di sottrarsi colla fuga a' suoi furori, ma il tiranno faceva diligentemente guardare i confini de' suoi stati; e se taluno era sorpreso in atto di uscirne, senza veruna forma di giudizio, e senza nè meno interrogarlo, gli si amputava una gamba, o veniva privato degli occhi.
Poco mancò peraltro che il coraggio di due gentiluomini liberasse la terra da questo mostro. I due fratelli Monte ed Araldo di Monselice, venivano condotti dalle guardie del tiranno a Verona, ove allora dimorava Ezelino, per esservi giudicati[164]. Giunsero presso al pubblico palazzo, mentre Ezelino desinava; il quale udendo le loro grida, montò in tanta collera, che, abbandonata la mensa, scese le scale senz'armi, gridando: Vengano alla malora i traditori! Monte, appena vedutolo, si libera dalle mani delle guardie, si avventa contro di lui e lo rovescia a terra, cadendogli sopra. Mentre tentava di togliere al tiranno il pugnale che supponeva avesse sotto la veste, ed in pari tempo gli lacerava il volto coi denti, una guardia gli tagliò colla sciabla una gamba, ed altre fecero in pezzi il fratello che voleva dargli ajuto. Monte insensibile alla prima ferita ed agli altri colpi che venivano sopra di lui scaricati, non abbandonava il tiranno, e faceva inutili sforzi per soffocarlo. Finalmente perì, ma perì sopra il corpo d'Ezelino che aveva lacerato coll'unghie e coi denti, il quale tardò lungo tempo a rimettersi dalle riportate ferite e dal concepito terrore[165].