A fronte della perdita di tutte le loro fortune i Padovani non lasciavano però di felicitarsi di un avvenimento che, togliendoli ai mali della tirannide, li rendeva alla comunione della Chiesa; e sentirono tutto il prezzo della ricuperata libertà quando videro aprirsi le prigioni di Ezelino. In quella di santa Sofia, posta nel sobborgo, furono trovati trecento prigionieri ed altrettanti in quella di Cittadella che s'arrese pochi giorni dopo[168]. Eranvi nella città altre sei più piccole prigioni, tutte piene d'infelici. Si vedeva uscirne uomini agonizzanti, rispettabili matrone, dilicate fanciulle oppresse dalla miseria sofferta nelle prigioni, e ciò che pose il colmo a tanto spettacolo, molti fanciulli privati degli occhi e barbaramente mutilati in più atroci guise.

Ma un nuovo disastro più terribile de' già sofferti, era preparato all'infelice Padova. Quando Ezelino ebbe avviso della perdita di questa città, la più potente di quante ne possedeva, trovavasi accampato in riva al Mincio con un'armata di circa trenta mila uomini, dei quali undici mila appartenevano alla città ed al distretto di Padova: i quali conoscendo egli a sè mal affetti, ebbe paura che si ammutinassero; locchè volendo prevenire, li condusse di notte tempo con una marcia sforzata a Verona, ove giunsero in sul fare del giorno. Fece entrare tutti i Padovani disarmati nel ricinto di san Giorgio, e disse loro che, per placare la sua collera, dovevano essi medesimi consegnare tutti i soldati venuti da Pieve di Sacco, perchè in questa terra le sue truppe erano state tradite. Ciascuno, vedendo indicata una vittima, felicitavasi d'essersi sottratto al pericolo, e trovava dei pretesti per iscusare la collera del tiranno, e così tutte le genti di Pieve di Sacco furono chiuse in prigione. Ezelino chiese in appresso quelle di Cittadella, i cui compatriotti eransi arresi senza combattere, e corsero la sorte dei primi. Allora domandò tutti gli uomini della campagna padovana, che furono consegnati dagli abitanti della città; poi chiese i nobili, che vennero di buon grado sagrificati dai plebei; finalmente spedì contro questi ultimi i suoi soldati di Pedemonte, e li fece tutti mettere in catene. Per tal modo tutta un'armata lasciossi imprigionare, senza speranza di uscir mai dalle carceri, imperciocchè dopo avere spogliati quegli infelici, gli abbandonava al freddo, alla fame, alla sete; e siccome non perivano abbastanza sollecitamente, col ferro, col fuoco, o sopra infame patibolo li faceva tutti perire. Di così bella armata composta della più bella e più valorosa gente di Padova, appena se ne salvarono duecento[169][170].

(1256) Le armate crociate che a quest'epoca combattevano in Europa, non erano d'altro composte che della feccia delle nazioni, d'uomini ignoranti e superstiziosi, spinti in mezzo ai pericoli dalle prediche de' preti senz'avere acquistato il necessario coraggio per sostenerli a sangue freddo. Forse quest'uomini condotti da esperti generali sarebbero col tempo diventati buoni soldati; ma il loro fanatismo opponevasi naturalmente ad ogni disciplina; e l'esperienza di abili ufficiali valutavasi assai meno del potere dei preti; onde non si curavano di chi sapesse ben condurli. La crociata contro Ezelino, una guerra intrapresa per la causa della libertà e dell'umanità, venne macchiata non solo dalla superstizione, che pure talvolta può associarsi coi più nobili sentimenti, ma ancora dalla viltà e dall'anarchia prodotte da quella medesima superstizione. Ogni corpo d'armata era capitanato da qualche religioso, ed i Bolognesi avevano alla loro testa quello stesso frate Giovanni da Vicenza, che vent'anni prima predicava la pace in Lombardia: generale veramente degno de' suoi ufficiali e soldati! Filippo, arcivescovo di Ravenna, era un prete ignorante e senza carattere. Egli avanzossi fino a Longara sulla strada di Vicenza colla sua armata, occupando i suoi soldati nell'andare in traccia de' migliori vini e di ciò che poteva trovarsi di più squisito per vivere delicatamente.

Mentre l'armata trovavasi a Longara, si presentò al legato Alberico da Romano, che venne accolto con tutte le dimostrazioni di cordialità. Alberico aveva lungo tempo mostrato di seguire il partito della Chiesa, ma non era senza fondamento il sospetto di taluno, che fosse d'accordo col fratello, e che i due tiranni si fossero allogati nelle opposte fazioni per vie meglio assicurare l'ingrandimento della loro famiglia, e penetrare più agevolmente i disegni de' loro nemici. La venuta d'Alberico destò la diffidenza ne' gentiluomini dell'armata, ma il legato non prestò fede ai loro consigli. Pochi dì dopo per altro scoppiò nel campo una sommossa: i Bolognesi protestavano di non voler più servire senza paga, e nello stesso tempo pubblicavasi ch'era omai vicina l'armata d'Ezelino; onde tutto ad un tratto, senz'ordine e senza apparente cagione, i crociati presero la strada di Padova. Fortunatamente che il podestà Marco Quirini, penetrando il motivo di questa subita risoluzione, di cui sospettava l'autore, mandò avanti un messo con ordine di chiudere le porte all'armata, e di non dar ricetto a qualunque fuggiasco dal campo di Longara. Poco dopo l'arrivo del messo, si presentò a Padova, accompagnato da numerosa scorta, Alberico, chiedendo a tutte le porte d'essere intromesso; ma vedendo rifiutate le sue istanze, partì alla volta di Treviso, nè più tornò al campo de' crociati[171].

Dopo non molti giorni, Ezelino s'avanzò verso Padova per farne l'assedio, ma trovò che i nemici avevano cavata una larga fossa tre miglia fuori della città, e munita di ridotti che difendevano coraggiosamente; perchè avendoli inutilmente attaccati, si ritirò, licenziando l'armata quantunque potesse tenersi ancora due mesi in campagna.

(1257) Nel susseguente anno non ebbe luogo verun avvenimento di molta importanza. Ezelino, spaventato dalla perdita di Padova, cercava, per rifarsi da questo colpo, di formare nuove alleanze, sia coi Ghibellini di Lombardia, sia coi due pretendenti alla corona imperlale, Riccardo conte di Cornovaglia ed Alfonso di Castiglia, che avevano divisi i voti del collegio elettorale e dei principi di Germania. Dall'altra banda il legato non aveva nè talenti, nè attività, nè fors'anco mezzi per trattare vigorosamente la guerra; di modo che passò la buona stagione senza tentare veruna impresa. I due partiti sembravano principalmente occuparsi delle dissensioni civili di Milano e di Brescia. Nella prima i nobili e l'arcivescovo erano in guerra colla plebe; nell'altra le forze guelfe e ghibelline erano pari e quasi in procinto di venire alle mani. Il legato pontificio passava dall'una all'altra città per predicarvi la pace. Ezelino in vece incoraggiava alla guerra i nobili milanesi e bresciani, offrendo il suo ajuto agli uni ed agli altri; ma malgrado l'acerbità degli odj, diffidavano tutti delle sue offerte, ed i suoi stessi partigiani non acconsentivano di riceverlo entro le mura delle città ch'egli diceva di voler proteggere.

(1258) Soltanto in quest'anno potè il legato ridurre i Bresciani ad entrare nella lega della Chiesa: ma mentre soggiornava nella loro città, si seppe che il marchesa Pelavicino, alla testa de' Cremonesi, aveva attaccati i castelli di Volongo e di Torricella, posti sulle rive dell'Oglio. Il legato uscì tosto di città per obbligare il marchese a ritirare le sue genti, menando seco tutti i Guelfi di Brescia, le milizie di Mantova, e tutti i crociati che l'avevano seguìto: intanto Ezelino, marciando di notte dalla banda di Peschiera con forze superiori, si pose alle spalle dell'armata crociata, la quale sorpresa da panico terrore, non gli oppose quasi veruna resistenza. Furono fatti prigionieri quattro mila Bresciani, il podestà di Mantova con molti suoi compatriotti e lo stesso legato pontificio: cosicchè di tutta l'armata guelfa non si salvò che Biachino da Camino colla sua gente, facendosi strada a traverso l'armata nemica[172][173].

Quando a Brescia si ebbe avviso della rotta dell'armata, i Guelfi rimasti in città tentarono di placare i loro concittadini ghibellini, rendendo la libertà a coloro che trovavansi in prigione, e ricevendoli di nuovo in consiglio e nelle cariche: ma una forzata condiscendenza non fece mai dimenticare i volontarj oltraggi; onde tosto che i capi ghibellini si videro liberi, aprirono le porte ad Ezelino. Mentre l'armata del tiranno entrava per una porta, uscivano dall'opposta il vescovo, i magistrati e moltissimi Guelfi, seco conducendo le loro famiglie e tutto quanto potevano portare di effetti preziosi, compiagnendo l'infelice loro patria cui preparavansi tante calamità; «imperciocchè, dice Rolandino, le inondazioni, la peste, gl'incendj, o qualsiasi sciagura non opprime di tanta miseria colui che la prova, quanto la perdita della libertà sotto un padrone crudele[174]

Brescia era stata sottomessa dalle forze riunite d'Ezelino, di Buoso di Dovara e del marchese Pelavicino. In forza delle fatte convenzioni tutte le conquiste dovevano possedersi in comune dai tre capi: ma Ezelino si credette reso abbastanza potente dalla sua vittoria per potere, senza correre verun rischio, staccarsi dai suoi alleati, o trattarli piuttosto da superiore che da eguale. Nulladimeno, siccome destro politico ch'egli era, si fece ad accrescere la gelosia vicendevole tra il marchese e Buoso, ambedue capi di parte in Cremona, e sotto certi rispetti consignori di quella città, che governavano colla loro influenza aristocratica, siccome i due più potenti, più ricchi e più valorosi gentiluomini del territorio. Ezelino consigliava il marchese a disfarsi di Buoso, il solo che ponesse ostacolo al suo ingrandimento. Mostravasi in pari tempo a Buoso affezionatissimo, offrendogli il governo di Verona, se voleva recarvisi come podestà. Ma le offerte d'Ezelino in cui non avevano que' signori intera confidenza, non furono accettate; e quando, dopo essere rimasti alcuni mesi in Brescia, le milizie cremonesi vollero ripatriare, nè Buoso nè il marchese osarono rimanere a discrezione d'Ezelino, e andarono insieme a Cremona: ma non vi furono appena arrivati ch'ebbero nuovi avvisi d'essersi Ezelino dichiarato solo signore di Brescia, esercitandovi senz'alcun riguardo tutti i diritti della sovranità, e non risparmiando i supplicj e le confiscazioni.

Intrattenendosi questi due signori intorno alla superchieria loro usata dall'infedele alleato, vennero a comunicarsi vicendevolmente le insidiose offerte di Ezelino; perchè altamente sdegnati di tanta perfidia e di tante crudeltà, delle quali ne ricadeva parte dell'odio sopra di loro, siccome coloro che avevano così potentemente contribuito alle sue conquiste, giurarono di abbassare un tiranno omai fatto esoso a Dio ed agli uomini. Proposero quindi al marchese d'Este di allearsi con lui e coll'armata de' crociati contro Ezelino, a condizione che non fossero costretti perciò di rinunciare all'antica fedeltà verso la casa di Svevia. Il trattato fu stabilito per una parte tra il marchese Oberto Pelavicino, Buoso di Dovara ed il comune di Cremona, e per l'altra parte dal marchese d'Este, dal conte Luigi di san Bonifacio, e dai comuni di Mantova, Ferrara e Padova[175]. Col primo articolo del trattato riconobbero tutti i diritti di Manfredi sul regno delle due Sicilie, e promisero d'impiegare tutto il loro credito per riconciliarlo colla santa sede. Col secondo i confederati si obbligarono a perseguitare fino alla morte i due fratelli Ezelino ed Alberico da Romano. I gentiluomini promettevano di marciare personalmente a questa guerra con tutte le loro forze; ed i comuni, oltre le proprie milizie, obbligavansi d'assoldare mille duecento cavalli, e di pagare un quarto delle spese della guerra. Finalmente i confederati dichiararono solennemente che alcun ordine del futuro imperatore, alcuna dispensa del papa, non potrebbe assolverli dal giuramento che prestavano gli uni a favore degli altri, nè dalle loro vicendevoli promesse.