Questa lega fu sottoscritta a Cremona il giorno 11 giugno del 1259. Precisamente nella stessa epoca gli abitanti di Padova eransi impadroniti del castello di Friola nello stato di Vicenza, l'avevano poi afforzato, e lasciatavi guarnigione. Ezelino vi accorse da Brescia con un corpo di Tedeschi; e con quasi tutte le milizie di Verona e di Vicenza, riprese Friola, e condannò indistintamente allo stesso supplicio la guarnigione e gli abitanti, laici, ecclesiastici, uomini, donne e fanciulli[176]. Vennero loro cavati gli occhi, tagliato il naso e le gambe, ed in così miserabile stato abbandonati alla pubblica compassione. Dall'una all'altra estremità d'Italia non vedevansi che infelici mutilati che, colle loro ferite stimolando la compassione, tutti ad una voce accusavano Ezelino dell'orribile loro stato[177]. Ma le atrocità di Friola furono le ultime che Ezelino commettesse nella Marca Trivigiana.

La discordia mantenevasi sempre viva in Milano tra i nobili e la plebe. Lusingavasi Ezelino che la nobiltà, cui aveva da lungo tempo offerta la sua protezione, gli darebbe in mano così potente città, se gli riuscisse di presentarsi all'improvista innanzi alle sue mura. Adunò dunque in sul finire d'agosto dello stesso anno la più bella armata ch'egli avesse mai avuta, e venne ad assediare Orci nuovi castello bresciano in riva all'Oglio sulla strada che conduce da Brescia a Crema, che tenevasi guardato dai Cremonesi.

Il marchese Pelavicino, venuto alla testa dei Cremonesi per difendere il castello, si accampò a Soncino sull'opposta riva dell'Oglio. Il marchese d'Este colle milizie di Ferrara e di Mantova avanzossi fino a Marcaria venticinque miglia lontana da Orci nuovi sulla sinistra dell'Oglio; finalmente i Milanesi si mossero per unirsi ai Cremonesi a Soncino. Ezelino non poteva più conservare la posizione d'Orci nuovi, perchè colla marcia d'un giorno gli poteva essere tolta la comunicazione con Brescia. Fece dunque lentamente retrocedere verso quest'ultima città tutta la sua infanteria, sperando che le truppe di Milano e di Cremona passerebbero l'Oglio per inseguirla. Nello stesso tempo con tutta la sua cavalleria, la più numerosa che si fosse giammai veduta nelle guerre di Lombardia, rimontò l'Oglio fino a Palazzolo, ove attraversò il fiume; di là, dopo avere uniti alla sua armata i gentiluomini fuorusciti di Milano, si avanzò fino all'Adda, che pure passò senza incontrare veruna resistenza.

La milizia milanese, sotto gli ordini di Martino della Torre, erasi posta in cammino per raggiugnere i Cremonesi; ma avuto a tempo avviso della marcia di Ezelino, ripiegò sopra Milano per difendere la sua patria; talchè il tiranno, passata l'Adda, trovò d'avere a fronte gli stessi nemici che supponeva d'aver lasciati in riva all'Oglio. Tentò di aver Monza con un colpo di mano, e fu respinto; e questo scacco lo fece accorto della pericolosa sua posizione, avendo due armate nemiche alle spalle, e due fiumi che doveva ripassare per rientrare in paese amico. Ravvicinandosi all'Adda volle almeno tentare d'impadronirsi di una delle rocche che ne signoreggiavano il passaggio; ma avendo attaccato quello di Trezzo, ne fu respinto: allora ripiegando verso Vimercate, guadagnò il ponte di Cassano che non era ancora stato fortificato.

Se n'era appena reso padrone, che l'armata del marchese d'Este, formata delle milizie di Cremona, Ferrara e Mantova, attraversando la Ghiaradadda, attaccò la testa di quel ponte, che prese a viva forza. Tutti gli altri ponti dell'Adda furono muniti di truppe, i guadi posti in istato di difesa, ed il nemico del genere umano circondato da ogni banda di armate superiori, che non poteva ragionevolmente lusingarsi di vincere.

Ezelino non erasi trovato al ponte di Cassano quando la testa era stata presa dai nemici. I suoi astrologi gli avevano indicato questo castello e quello di Bassano e gli altri della stessa desidenza come di sinistro augurio. Ezelino era tanto più superstizioso, in quanto che non aveva alcuna religione; e la sua anima che non ammetteva la credenza d'un Dio, soddisfaceva al bisogno di credere, ammettendo implicitamente l'influenza degli astri. Allorchè fu nominato in sua presenza il ponte di Cassano, fu veduto fremere; e senza voler fermarsi, tornò a Vimercate per riposarsi: colà avuto avviso della perdita del ponte, balzò a cavallo[178] e s'avanzò impetuosamente per riprenderlo; ma un dardo che gli attraversò il piede sinistro, lo costrinse a dar a dietro, con che sparse lo scoraggiamento nella sua truppa. Ricomparve ben tosto a cavallo alla testa della sua armata che passò il fiume a nuoto senza trovare resistenza. Fu però attaccato dal marchese d'Este quando gli ultimi soldati uscivano dal fiume, ed avanti che avesse potuto rimettere l'ordine nelle sue file; di modo che in quella confusione la cavalleria bresciana, in vece di eseguire i movimenti ordinati dal capitano, prese la strada di Brescia. A questo primo indizio d'insubordinazione fu visto il tiranno tremare. Il movimento de' Bresciani non si potè celare agli altri soldati; gli uni serravansi intorno ad Ezelino, siccome intorno a quel solo che li potesse difendere, gli altri tenevano dietro ai Bresciani o cercavano di mettersi in salvo fuggendo. Intanto i Milanesi passavano l'Adda per inseguire il nemico, il quale, circondato da ogni lato, avanzavasi lentamente lungo la strada di Bergamo: i suoi più fedeli cadevano intorno a lui, le file si schiarivano, egli medesimo finalmente caduto da cavallo e gravemente ferito nel capo da un tale, cui aveva fatto mutilare il fratello, rimase prigioniere.

«Ezelino prigioniere, dice Rolandino, conservava un minaccioso silenzio, tenea fiso a terra lo sguardo feroce, e non dava sfogo alla profonda sua indignazione. Da ogni parte s'affollavano intorno a lui il popolo ed i soldati, per vedere quest'uomo poc'anzi tanto potente, questo famoso principe, terribile e crudele più d'ogni altro principe della terra; e la gioja era universale»[179].

I capi dell'armata non permisero che fosse in verun modo oltraggiato; ma condotto alle terre di Buoso di Dovara, si chiamarono i medici per curarlo; ma egli vi si rifiutò costantemente, lacerando le bende poste alle sue ferite; e l'undecimo giorno della sua prigionia morì a Soncino, ove fu sepolto[180].

Era Ezelino di bassa statura, ma tutto in lui annunciava il coraggio ed il valor militare. Parlava disdegnosamente, superbo era il suo portamento, ed il penetrante suo sguardo faceva tremare i più arditi[181]. La sua anima tanto avida di crudeltà non pareva sensibile ai piaceri dei sensi; onde non amò veruna donna, e fu nell'ordinare i supplicj egualmente crudele verso ambo i sessi. Morì di sessant'anni dopo averne regnati trentaquattro[182].