Tosto che fu nota la morte di quest'uomo, tutte le città soggette si affrettarono di scacciare i suoi satelliti, d'aprire le prigioni e di chiamare l'armata della Chiesa. Vicenza e Bassano chiesero ai Padovani i loro podestà; e Verona affidò questa carica a Martino della Scala, suo gentiluomo, che faceva allora il primo passo verso quel supremo potere, e che avrebbe tra poco nella sua patria fondando una tirannia meno violenta ma più durevole di quella di Ezelino. Ovunque intanto udivansi risuonare voci di libertà; e tutte le città volevano reggersi a comune. Treviso cacciò fuori delle sue mura Alberico, fratello d'Ezelino, che l'aveva anche troppo a lungo dominata. Costui venne a chiudersi colla sua famiglia nella rocca di san Zeno fabbricata in mezzo ai monti Euganei; ma la lega delle città guelfe, non volendo che alcun germoglio di quest'odiosa famiglia si conservasse, mandò le milizie di Venezia, Treviso, Padova e Vicenza ad assediare san Zeno: vi giunsero poco dopo anche le truppe del marchese d'Este. Alberico, avendo perdute per tradimento le opere esteriori del forte, ritirossi sulla sommità della torre colla consorte, sei figli e due figlie; ma dopo avervi sofferta tre dì la fame, venne a darsi in mano del marchese d'Este, ricordandogli che sua figlia era stata sposa di Rinaldo d'Este; ma invano: era giurato l'esterminio di tutta l'iniqua stirpe da Romano. Tutti furono uccisi, e le divise membra mandate a tutte le città, ch'erano state tiranneggiate da quella famiglia[183][184].

Caduta la casa da Romano, tutta la Marca Trevigiana e la Lombardia trovaronsi in pace. I popoli si domandavano l'un l'altro perchè avessero combattuto e qual fosse il motivo delle cessate contese: e s'avvedevano allora per un felice esperimento, che la morte d'un sol uomo, d'un tiranno nemico del genere umano poteva bastare a ritornare la pace a tutti i popoli[185].

E veramente in queste contrade lo spavento cagionato dal carattere di Ezelino aveva perfino affogata la ricordanza dell'antica lite guelfa e ghibellina; e perciò i primi, quando s'allearono col marchese Pelavicino, promisero senza difficoltà di fare ogni sforzo per riconciliare il papa col re Manfredi, e rendere così la pace a tutta l'Italia: ma il papa e Manfredi esacerbati da un antico odio, e divisi da personali interessi, non erano in verun modo disposti a rappacificarsi.

Avendo Alessandro IV ereditata forse tutta l'ambizione, e niuno de' talenti del suo predecessore, non voleva rinunciare ai progetti d'ingrandimento in parte già eseguiti da Innocenzo; ma volendo dargli intera esecuzione, li mandava a male per mancanza di politica, e più di tutto per la cattiva scelta de' suoi mandatarj. L'arcivescovo di Ravenna che aveva fatto capo della crociata contro Ezelino, era stato cagione di tutti i disastri sofferti dai Guelfi, i quali non ripresero coraggio che quando, fatto prigioniere, vennero diretti da più esperti condottieri. Nè dai legati apostolici era stata meno inconsideratamente trattata la guerra nelle due Sicilie. Uno di costoro, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, incaricato di difendere contro Manfredi la Puglia e la Terra di Lavoro, lasciò così strettamente chiudere la sua armata in Foggia, che per sottrarla alla fame ed alle malattie che la consumavano, fu costretto di fare a nome del papa un trattato col principe, con cui gli dava il possesso di tutto il regno, tranne Terra di Lavoro che sola restava alla santa sede. Il papa rifiutò di approvare il trattato, e perdette anche Terra di Lavoro occupata in pochi giorni dalla vittoriosa armata di Manfredi. Un altro legato pontificio, frate Rufino dell'ordine de' Minori, che governava la Sicilia e la Calabria, si lasciò sorprendere dagli abitanti di Palermo, che, postolo in prigione, inalberarono le insegne di Manfredi[186]. Il terzo fu, a dir vero, per alcun tempo più felice degli altri: era questi Pietro Ruffo, uno degli antenati senza dubbio di quel cardinal Ruffo, che a' nostri giorni diresse la sommossa del regno di Napoli. Mandato, come questi, in Calabria, in mezzo ai nemici, senza danaro e senza soldati, seppe risvegliare il fanatismo, e formarsi un'armata di contadini, ora accortamente spargendo false notizie, ora supplendo col suo ardire alle forze che gli mancavano[187]. Ma questi prosperi avvenimenti furono meno stabili che quelli ottenuti dal suo tardo nipote. I suoi rivoluzionati contadini furono dispersi dalle truppe di Manfredi, ed egli costretto di ritirarsi alla corte papale sulle navi che l'avevano condotto in Calabria[188].

Manfredi, sempre dal papa risguardato come un capo di ribelli, aveva soggiogate tutte le province che oggi formano il regno di Napoli, governandole in nome di suo nipote Corradino col titolo di reggente. Egli conosceva la sua potenza abbastanza ferma per occuparsi della riforma degli abusi introdottisi nello stato, e per cercare di meritarsi colla civile amministrazione non minore gloria di quella che aveva saputo guadagnare colle sue imprese militari. Erano le cose in tale stato ridotte quando si sparse nel regno la notizia della morte del giovane Corradino. Pare che Manfredi non si prendesse troppa cura di riconoscere le sorgenti di una notizia così favorevole ai suoi interessi, e che forse ebbe principio nella sua corte: ma accolse le preghiere dei vescovi, dei signori e di tutti i baroni dello stato che gli chiedevano di ricevere egli stesso la corona e di governare ormai in proprio nome col titolo di re quelle province ch'egli solo aveva salvate[189]. Ma quando la notizia della sua coronazione fu nota in Germania, non tardarono ad arrivare alla sua corte ambasciatori di Corradino e di sua madre. Riclamavano questi contro la falsità della notizia, attestando che Corradino era sempre in vita, ed esigendo da Manfredi che gli conservasse il titolo ed i diritti da lui medesimo fino allora conosciuti. Manfredi accordò una pubblica udienza agli ambasciatori, loro rispondendo in presenza di tutti i suoi baroni, che dopo essere salito sul trono, non poteva più discenderne; che questo trono era inoltre stato da lui ripreso dalle mani del papa; che nol poteva conservarsi senza l'appoggio dell'amore de' sudditi verso la sua persona; che l'interesse de' suoi baroni e dello stesso suo nipote non permettevano che l'eredità della casa di Svevia fosse governata da una donna e da un fanciullo; ma che il solo erede era Corradino, al quale egli conserverebbe il regno, per essergli trasmesso dopo la sua morte: che se Corradino voleva prima godere delle prerogative di presuntivo erede della corona, e farsi conoscere dai popoli che doveva un giorno governare, non aveva che a venire alla sua corte, ove sarebbe ben accolto e festeggiato; e per ultimo Manfredi prometteva d'incamminarlo sulla strada gloriosa de' loro padri, e di amarlo come suo figliuolo[190].

(1260) In tale stato trovavansi le cose di Manfredi, quando i principali gentiluomini ghibellini di Fiorenza vennero ad implorare il suo soccorso per rientrare nella loro patria. Gli rappresentavano che non era del suo interesse il tenere tutte le sue truppe in istato di guerra nelle province del regno, perciocchè ciò non poteva farsi senza impoverire lo stato e disgustare i sudditi che vedevano di mal occhio tutta la forza militare essere posta in mano de' Saraceni e de' Tedeschi; che nè pure poteva licenziarle senza indebolirsi, ed abbandonarsi, in certo modo, in balìa de' suoi naturali nemici i Guelfi ed i prelati; sicchè il solo partito cui poteva appigliarsi nella presente situazione, era di mandare i suoi soldati nelle province al di là di Roma nella Toscana e nella Romagna, ove sarebbero a carico de' suoi nemici; che colà si ridurrebbe la somma delle operazioni de' Guelfi, senza che potessero per altro impedire l'ingrandimento di autorità che a lui ne verrebbe dal ristabilimento de' gentiluomini in ogni tempo devoti alla sua casa.

I Ghibellini che chiedevano gli ajuti di Manfredi, erano stati cacciati da Firenze verso la fine del 1258, in conseguenza di una cospirazione diretta a riprendere al popolo l'autorità di cui erano stati spogliati. Citati dal podestà a giustificarsi innanzi ai tribunali, presero le armi contro gli arcieri del comune, tentando di difendersi nelle loro case[191]. Il popolo gli attaccò; Schiatuzzo degli Uberti e molti suoi clienti caddero morti; un altro Uberti ed un Infangati furono fatti prigionieri, i quali, convinti essendo d'avere cospirato contro la repubblica, furono condannati a perdere il capo. Gli altri Ghibellini alla testa de' quali trovavasi Farinata degli Uberti, il più grand'uomo di stato del suo secolo, dovettero uscire di città, e ripararsi a Siena, ov'erano ben accolti dalla fazione ghibellina allora dominante.