Poi ch'ebbero diviso il bottino fatto sull'Arbia, i Sienesi presero a sottomettere alcune fortezze limitrofe del territorio fiorentino, mentre i fuorusciti ghibellini di Firenze avanzavansi verso la loro patria sotto la condotta del conte Guido Novello, uno de' signori di Casentino, della medesima famiglia del conte Guido Guerra, ma di opposto partito[196]. Avevano pure con loro il conte Giordano d'Anglone ed i cavalli tedeschi che il re Manfredi aveva loro accordati. Quest'armata ghibellina giunse in faccia a Firenze il 27 settembre e fu ricevuta senza opporle resistenza. I Ghibellini, postisi alla festa del governo, abolirono tutte le leggi fatte da dieci anni in poi, per accrescere l'autorità del popolo; e la repubblica fiorentina, benchè assoggettata al governo de' nobili, rimase però sotto la protezione di Manfredi, cui tutti i cittadini furono tenuti di giurare fedeltà. Il conte Guido Novello fu nominato per due anni podestà di Firenze, ed i soldati tedeschi del conte Giordano si pagarono colle entrate della città.

Intanto si adunò ad Empoli una dieta delle città ghibelline toscane per trattare dell'amministrazione futura di questa provincia, e dei mezzi di consolidare il partito ghibellino e l'autorità di Manfredi. Gli uomini più distinti di ogni città vi si recarono con tutti que' gentiluomini che avevano qualche dominio territoriale. Il conte Giordano aprì la dieta colla lettura degli ordini che aveva ricevuti dal suo signore: e perchè era richiamato nel regno colle truppe tedesche, invitava i Ghibellini a provvedere alla propria sicurezza, onde non avessero a soffrire qualche sinistro, in tempo della sua assenza.

Approfittando delle parole del conte, i deputati di Pisa e di Siena dichiararono che non sapevano vedere alcun mezzo di assicurare la fazione ghibellina, gl'interessi di Manfredi, e quelli della loro patria, finchè lasciavasi sussistere Firenze, città ricca e popolata, la di cui ambizione era ancora più grande delle sue forze, la quale, essendosi risguardata lungo tempo come la capitale de' Guelfi di Toscana, non cesserebbe giammai di favorire quel partito; che tutto il popolo era affezionato ai Guelfi, ed aveva approfittato della morte di Federico per attaccare i Ghibellini all'impensata; che sarebbe certamente pronto a fare lo stesso, qualora se gli presentasse l'opportunità di farlo; che perciò la salute della parte ghibellina era attaccata all'intera ruina di Firenze, alla demolizione delle sue mura ove riparavansi i loro nemici, alla dispersione di quel popolo che adunava forze e ricchezze per vendicarsi un giorno del presente disastro. I deputati delle città più deboli e delle terre che Firenze aveva quasi affatto ridotte in suo dominio, sotto apparenza di proteggerle, appoggiarono la domanda dei Pisani e dei Sienesi; come pure fecero molti de' gentiluomini fiorentini i quali desideravano di ricuperare l'indipendenza di cui i loro antenati godevano nelle loro fortezze, e rompere ogni legame colle città.

Allora alzossi Farinata degli Uberti[197]: «Io non ho stimato mai, diss'egli, con voce concitata, che dopo la battaglia dell'Arbia, e dopo una tanta e sì rilevata vittoria, m'avesse a dolere d'essere rimasto in vita; ora grandemente mi doglio ch'io non sono morto nella battaglia. E veramente non è cosa alcuna umana che si possa dire stabile o ferma, e molte volte accade che quello che noi crediamo essere giocondo, è di poi molesto e pieno di dolore ed angustia. E non è abbastanza il vincere nella battaglia; ma molto più importa in compagnia di chi tu vinci. L'ingiuria più pazientemente dell'avversario, che del compagno e collegato, si sopporta. Questa doglianza non fo al presente perchè io tema della rovina della mia patria, perciò che in qualunque modo la cosa passi, mentre che io sarò vivo, non sarà distrutta. Ma bene mi lamento e con grande indegnazione mi dolgo delle sentenze di coloro che hanno parlato innanzi a me. E pare appunto che noi ci siamo raunati in questo luogo per consultar se la città di Firenze si debba disfare, o lasciarla in quella condizione che ella si trova, e non a fine di pensare in che modo insieme con l'altre si possa mantenere nello stato della parte amica. Io non ho apparato l'arte oratoria, nè gli ornamenti del parlare, come coloro che hanno detto innanzi a me; ma secondo il volgare proverbio, io parlo come io so, ed apertamente dico quello che io ho nell'animo. E pertanto io affermo che non solamente la città mia, ma ancora me ed i miei cittadini riputerei troppo miseri ed abbietti, se a voi stesse il disfare, o non disfare la nostra patria. E certamente voi non lo potete fare, e non è posto in vostro arbitrio, perciò che noi con ragioni uguali siamo venuti nella vostra lega e nella vostra confederazione, non per disfare le città ma per conservarle. Le vostre sentenze non so dunque se sono da essere riputate, o più vane o più crudeli, ma e' si può dire e l'uno e l'altro: conciossiacosachè confortino prima quello che non è posto in vostro arbitrio, appresso non dimostrano altro che una somma crudeltà, ed uno acerbissimo odio verso i vostri collegati. E pareva cosa più tollerabile, essendo tutti convocati per la salute comune, por da parte gli odj, e le inimicizie antiche, e non cercare sotto questo colore la destruzion d'altri. Ma egli interviene che chi consiglia con odio, sempre consiglia male, e chi desidera di nuocere al compagno non cerca l'utilità comune. Io vorrei domandare, voi, chi è quello che avete in odio? S'egli è la terra di Firenze, vorrei sapere che hanno fatte le case e le mura? Se sono gli uomini, vorrei sapere se sono gli usciti, o noi che vi siamo dentro? Se siamo noi certamente questo errore è nostro, che ci siamo intesi coi nemici, stimando che fossero amici e collegati. Ma la vostra è ben grande iniquità che fingete d'essere amici, e fate con noi confederazione, e d'altra parte avete gli animi de' nemici. Se gli usciti sono quelli che più tosto che noi avete ad odio, perchè cagione perseguitate voi la terra, e le mura, che sono contra loro e per loro offesa, e non difesa? E per tanto ogni volta che voi pensate della distruzione di quella, non contra ai vostri nemici, ma contra ai vostri confederati tornano questi vostri pensieri. Voi potreste dire, Firenze è capo della parte guelfa. Si risponde, ch'ella era quando essi tenevano la città, ma ora ch'ella si tiene per noi quale è la cagione ch'ella si dice essere più della parte de' Guelfi, che de' Ghibellini? perciò che le mura e le torri sono secondo gli abitatori di quelle. Ancora mi potrebbe essere detto, il popolo e la moltitudine tiene con la parte contraria. A questo si risponde che nella battaglia fatta di prossimo al fiume dell'Arbia, si vide per esperienza, che buona parte de' cittadini si fuggì dal canto nostro. D'onde si dimostra che il popolo più tosto con noi tiene, che coi nostri avversarj. Appresso facilmente si può giudicare che gli avversarj nostri abbandonando di loro propria volontà la città di Firenze non si rifidavano nel popolo di dentro, che era fautore della parte nostra. Ma diciamo che la moltitudine che tiene con la parte nostra per le ragioni assegnate ci sia a sospetto, noi ch'abbiamo vinto non meritiamo essere a sospetto o ributtati. E voi avete trovato per rimedio che la nostra città, la quale non è inferiore ad alcun altra di Toscana, per questo sospetto sia disfatta? Chi è quello che dia un consiglio di questa qualità? Chi è quello che abbia ardire un odio concepito nell'animo con la voce sì aperta di mostrare? E pare a voi cosa conveniente che le vostre città si conservino, e la nostra sia distrutta? e voi vi ritorniate con grande prosperità nelle vostre patrie, e noi che insieme abbiamo acquistata la vittoria, in scambio del nostro esiglio ci sia restituito o retribuito la destruzione della nostra patria, più acerba e più dolente che la cacciata nostra? Ma è alcun di voi che mi reputi tanto vile, che io abbia a restar paziente, non dico a vedere questo, ma solamente ad udirlo? Se io ho portate l'armi, e perseguitati i miei nemici, da altra parte io ho sempre amata la mia patria. E non patirò mai che quella che gli avversarj conservarono, sia per me distrutta, nè consentirò che i secoli futuri abbiano a chiamare i nostri avversarj conservatori, e me distruttore della patria. Non sarebbe cosa alcuna di maggiore infamia che questa, nè cosa più vile, che per paura che non sia ricetto de' nemici disfare la terra tua. Ma che vo io multiplicando in parole? Finalmente esca di me una voce degna. Io dico, che se del numero de' Fiorentini non fossi se non io solo, non patirò mai che la mia patria sia disfatta, e se mille volte bisognasse morir per questo, mille volte sono apparecchiato alla morte.»

Avendo fatto fine al parlar suo, subito uscì di consiglio, ed era tanta l'autorità del Farinata, che mosse gli animi di tutti gli uditori, e massimamente perchè era cosa manifesta che nella parte ghibellina non v'era uomo più eccellente e di più riputazione, e dubitavano tutti che questo sdegno ch'egli aveva preso, non avesse a fare grandissimo danno alla causa comune. E per tanto fu prestamente sopito questo ragionamento di distruggere Firenze; e non si parlò d'altro che di placare l'indegnazione di questo virtuoso cittadino; al quale oggetto gli furono mandati i più riputati personaggi del suo partito, per ricondurlo nell'assemblea, e quando rientrò, tutti i principali Ghibellini, rinunciando ad ogni spirito di discordia, non trattarono d'altro che di consolidare la loro fazione in Toscana con mezzi di comune aggradimento. Convennero di assoldare a carico della lega ghibellina di tutta Toscana mille uomini d'armi, i quali sarebbero sotto il comando del conte Guido Novello, oltre quelli che ogni città manterrebbe per proprio conto.

Questi sono precisamente i tempi eroici della storia della moderna Italia, i quali rimarranno sempre uniti alle memorie poetiche. Dante il suo maggior poeta ed il più elevato ingegno nacque cinque anni dopo la rotta d'Arbia, e fissò l'epoca della sua discesa all'inferno quarant'anni dopo. La generazione de' suoi padri è quella ch'egli incontra nel mondo di là, ed alla quale accorda lode o biasimo. Abbiamo detto che Bocca degli Abati, il traditore che atterrò la bandiera fiorentina, fu uno di coloro ch'egli vide attuffati presso al conte Ugolino negli eterni ghiacci dell'ultimo cerchio dell'inferno. Trovò pure nell'inferno Farinata, che il suo attaccamento alla casa di Svevia, l'inimicizia dei papi, ed il disprezzo delle loro scomuniche, avevano fatto colpevole d'eresia. In un vasto piano che vomitava fiamme in ogni lato, innalzavansi qua e là de' sepolcri, a guisa di orribili caldaje fatte rosse da perpetuo fuoco: erano aperte, ma il coperchio che doveva chiuderle stava sospeso sopra di loro, e da quelle arche infernali uscivano spaventose grida e sospiri.

O Tosco, che per la città del foco

Vivo ten' vai così parlando onesto,

Piacciati di restare in questo loco.