1250 = 1264.
Ne' primi tempi abbracciati da questa storia le repubbliche lombarde richiamavano la nostra attenzione più che tutte le altre città d'Italia. In queste solamente l'amore di libertà produceva quell'eroico coraggio che fa sprezzare i pericoli e la vita per la difesa e per la gloria della patria. Nella lunga lotta ch'ebbero a sostenere con Federico Barbarossa, abbiamo veduto rinnovarsi quelle virtù che altra volta illustravano la Grecia, e malgrado la barbarie del dodicesimo secolo abbiamo trovato presso i loro scrittori racconti abbastanza circostanziati per formarci un'adequata idea del loro carattere, e per interessare vivamente il nostro cuore ne' loro infelici o prosperi avvenimenti. Ma quest'epoca gloriosa fu di breve durata; e già in sul cominciare del tredicesimo secolo abbiamo veduto languire quel nobile eroismo del secolo precedente; e siamo omai giunti all'epoca in cui mancò. Nello spazio di tempo che comprende questo capitolo, i signori della Torre e Pelavicino stesero il loro dominio sopra quasi tutte le città della Lombardia, nelle quali l'amore di libertà era venuto meno anche prima che cadessero sotto la loro tirannia.
Noi non abbiamo preso a scrivere che la storia dei popoli liberi d'Italia; e di mano in mano che c'innoltriamo a traverso de' secoli, ogni generazione ne rapisce alcuna delle nazioni che appartenevano al nostro argomento. In tal maniera il vento che volge le onde d'arena della Libia, le spinge lentamente sopra l'Egitto; di già l'ardente sabbia copre campagne altra volta fertilissime; assedia Alessandria, si spinge avanti la popolazione, le arti, la cultura, e ristringe ogni anno i confini della terra abitabile in quel paese che fu inaddietro il giardino dell'universo.
Rintracceremo in questo capitolo le cagioni del decadimento delle repubbliche lombarde, e le circostanze della loro oppressione. Dovremo peraltro accennare ancora alcuni tentativi fatti più tardi per sottrarsi alla servitù; ma siamo giunti ormai al termine del lavoro impostoci a loro riguardo. Dovremo bensì parlare dei signori della Torre, Visconti e della Scala; ma solamente come di principi nemici, le cui pratiche possono recar danno alle repubbliche, non appartenendo essi più alla nostra storia che per gl'immediati rapporti colla medesima. Il principale difetto del soggetto che abbiamo preso a trattare, quello che dissuase dall'intrapresa altri di noi più abili scrittori, è questa mancanza d'unità, la quale incomincia di già a scemare, e finalmente cesserà affatto. Nel rimanente di questo secolo più non dovremo occuparci che d'un solo corpo di repubbliche, talora divise e talvolta riunite dagli stessi interessi. Giunti al seguente secolo, troveremo questo corpo composto di minore numero di membra, ed invece d'essere costretti a valerci di qualche artificio per dare unità alla storia di cinque o sei potenti repubbliche, non potremo, anche volendolo, separarle interamente.
Pare che due principali cagioni concorressero a mutare la forma del governo nelle città lombarde; l'interna discordia tra la nobiltà ed il popolo, che in queste città privava i cittadini d'ogni sicurezza e forse d'ogni libertà, ed il cambiamento della militare disciplina, che accrebbe a dismisura il potere de' capitani degli uomini d'armi. La prima di queste cause privava il popolo della volontà, l'altra della forza di difendere i suoi diritti.
Niuna delle repubbliche italiane ebbe una costituzione che meriti d'essere proposta come modello. Le due più perfette sono l'aristocrazia di Venezia e la democrazia di Firenze, sebbene in ambedue la libertà di tutti non si trovasse legata colla sicurezza individuale. Della quale unione sembra che nè pure si prendessero pensiere gli autori delle bizzarre ed incoerenti costituzioni di Milano e delle altre città lombarde; e l'ordine sociale non aveva alcun solido fondamento.
Le passioni più impetuose nel tredicesimo secolo di quel che lo siano nella età nostra, erano cagione di più frequenti delitti, e la moltiplicità degli stati indipendenti agevolava ai colpevoli la fuga: onde l'amministrazione della giustizia criminale occupava più di tutt'altro oggetto, e quasi esclusivamente, il governo. Il desiderio di comandare non tardò peraltro ad unirsi al bisogno di reprimere i delinquenti, e si crearono nuove magistrature, meno per assicurare la felicità della nazione, che per soddisfare all'ambizione d'un maggior numero di individui.
I delitti de' particolari moltiplicarono le particolari inimicizie delle famiglie, come l'elezione de' magistrati fu causa della costante gelosia fra gli ordini dello stato. I delinquenti puniti dalle leggi nel presente secolo appartengono quasi tutti alle ultime classi della società, onde i loro delitti sono veramente personali, ed i loro congiunti non hanno nè volontà, nè forza di difenderli viventi o di vendicarli estinti. Per lo contrario nel tredicesimo secolo v'erano tanti delinquenti tra i grandi come tra i plebei. Questo cambiamento ne' nostri costumi, agevolò la maniera di governare le nazioni; sotto altri rispetti non abbiamo motivo di potercene molto gloriare. I frequenti omicidj ricordati dalle storie, non erano assassinj, ma conseguenze delle private guerre: al presente i tribunali non si occupano dei duelli, che sono per noi la forma regolare[200] delle guerre private, e l'omicidio usato dalle persone di rango. Gl'intrighi amorosi terminavansi altra volta con un ratto, oggi colla seduzione; la colpa è forse la medesima, ma la seconda sfugge alla sopravveglianza delle leggi. Uomini avidi ed ingiusti appropriavansi colla violenza le altrui fortune, oggi coi fraudolenti fallimenti. Altravolta commettevansi i delitti allo scoperto, oggi celatamente. I parenti e gli amici, senza avere avuto parte al delitto, non rimanevano stranieri o alla difesa del colpevole, o alla vendetta dell'offeso: quindi la pubblica autorità era sempre chiamata a spiegare tutta la sua energia per reprimere delitti che ponevano in pericolo lo stato, e per assicurarsi di delinquenti protetti da potenti alleati.
I podestà, cui era confidata la giurisdizione criminale, furono perciò rivestiti del più assoluto potere; sì che pareva che, rispetto a loro, non si avesse timore di renderli troppo forti con pericolo della libertà, ma bensì di lasciarli troppo deboli per mantenere l'interna tranquillità. Si avvezzarono i popoli a chiamarli signori e padroni, onde tra questi ed i tiranni non rimaneva altra diversità che quella della durata della loro dominazione.
Frattanto nuove cagioni d'anarchia si andavano ogni giorno aggiungendo alle antiche: abbiamo osservato quanto fossero profondamente radicate negli animi italiani, quanto sangue avevano fatto versare, quante ricchezze sovvertite avessero le fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini. Il desiderio della vendetta si andava moltiplicando colle sventure, e rendendo più difficile la pace.