La nobiltà aspirando ad avere le prime parti nel governo della patria, erasi appropriati tutti gl'impieghi civili e militari, e quasi tutti gli ecclesiastici. I consoli, gli anziani, i consiglieri, gli ambasciatori, i comandanti delle porte, i capitani delle milizie, i canonici delle cattedrali, erano tutti gentiluomini; e questi erano tanto gelosi di non associarsi nelle cariche i plebei, che, avendo a vicenda risvegliata la gelosia degli ultimi, diedero origine nelle città lombarde a quelle frequenti guerre civili che avevano per oggetto di costringere i nobili a dividere colla plebe tutte le pubbliche incumbenze. La pace di sant'Ambrogio a Milano accordava ai plebei la metà delle cariche, dalle funzioni d'ambasciatore fino a quelle di trombettiere del comune[201].

Indipendentemente dalla gelosia eccitata dalla distribuzione delle pubbliche cariche, i nobili erano inoltre esosi alla plebe, perchè sembrava che fossero essi soli cagione di tutte le pubbliche calamità. Le rivalità de' nobili facevano ogni giorno versare il sangue de' cittadini; le fazioni guelfe e ghibelline erano diventate pei primi contese di famiglia; ed anche le guerre esterne tra una ed altra repubblica potevano talvolta sembrare un risultato delle loro violenze e del loro impeto inconsiderato. Era universale opinione, e si andava pubblicamente dicendo che senza i nobili l'Italia goderebbe d'una imperturbata pace; quasi che le passioni cui si abbandonavano, fossero attaccate alla loro nascita, non alle loro funzioni ed all'esercizio del potere. Il popolo stanco di soffrire tanti mali, di cui dava la colpa alla sola nobiltà, si moveva di quando in quando alla vendetta sempre estrema nel primo empito della passione; impugnava le armi contro i nobili, gli esiliava, li perseguitava, li faceva perire sopra un palco: allora gli abitanti della campagna si rivoltavano contro la città; le terre ove abitavano i gentiluomini prendevano le armi contro la metropoli, ed il disordine e la pubblica ruina giugnevano all'estremo.

Il numero degl'individui ond'erano composte le famiglie, e quel legame che le univa in separato corpo, formavano in gran parte la potenza de' nobili. Quando l'autorità pubblica è debole si sente il bisogno di accrescere la forza individuale con parziali società. Un'intera famiglia era sempre apparecchiata a salvare, a difendere, a vendicare qualunque de' suoi individui. Lo stesso nome, lo stesso sangue, l'onore della classe, erano bastanti motivi per riunire i più lontani parenti, e perchè mettessero a rischio la vita e le fortune loro per la salvezza o la vendetta d'un solo individuo. D'altra parte i plebei cercarono d'acquistare la stessa specie di forza; ed in cambio dei legami della natura, ne formarono d'artificiali, contraendo fraternità che, senz'essere unite dal sangue, presero spesse volte il nome di famiglia. Sembra che in Milano vi fossero molte di tali fraternità plebee, tutte figlie di due potenti società chiamate la Motta e la Credenza. Quelle associazioni che in sul finire del precedente secolo ebbero in Francia il nome di clubs, erano per molti capi simili alle fraternità delle repubbliche italiane, le quali formavano uno stato nello stato, nominavano magistrati per sopravegliare quelli della repubblica, assoggettavano a disamina gli affari nazionali, e si arrogavano le prerogative della sovranità senza che la costituzione ne attribuisse loro il diritto.

Furono appunto queste fraternità milanesi che, dandosi un capo perpetuo, innalzarono le prime un potere monarchico nello stato, e distrussero la repubblica. Ma prima di riferire più circostanziatamente questo avvenimento che mutò i destini di quasi tutta la Lombardia, conviene dare un'occhiata ai cambiamenti operatisi nella disciplina militare, da noi poc'anzi indicati come una delle cause dello stabilimento della tirannide.

Gli Arabi e gli Ungari che guastarono l'Italia nel decimo secolo, combattevano a cavallo, armati alla leggera; ma la principale forza de' Franchi e de' Tedeschi nello stesso secolo e ne' due susseguenti, stava ancora nell'infanteria. Le armate di Federico Barbarossa erano in gran parte formate di pedoni; ed i nobili che combattevano a cavallo, non erano però coperti di quella pesante armatura, nè accostumati ancora a quella ordinanza ferma, inalterabile, che formò il carattere della cavalleria dal tredicesimo fino al quindicesimo secolo. I cittadini delle città italiane potevano combattere con eguale vantaggio tanto contro la cavalleria leggera, come contro l'infanteria tedesca; e sembra che, come questi ultimi, avessero per armi difensive uno scudo, un caschetto, cosciali e bracciali, che loro coprivano parte del corpo davanti, e per tutt'armi d'offesa una larga spada tagliente. Soltanto alcuni corpi privilegiati avevano inoltre alabarde e balestre; ma l'infanteria non portò mai, come quella de' Romani, quel pesante e terribile pilum che una mano inesperta non avrebbe saputo lanciare.

Queste armi appropriate ai borghesi che non dovevano vivere continuamente sotto le insegne, proporzionate al coraggio ed alla fisica costituzione di corpi mantenuti robusti dalla temperanza e, dagli esercizj faticosi, dovevano farli capaci di tener testa alle truppe migliori allora conosciute; e ne diedero luminose prove nella prima guerra lombarda.

Trovavasi per altro anche a que' tempi nelle armate imperiali una qualità di truppe di cui bastava perfezionare l'armatura perchè l'infanteria non le potesse più star a fronte, e questi erano gli uomini d'arme. Il cavaliere era tutto vestito di ferro, ed in parte n'era coperto anche il cavallo, onde affrontava impunemente le frecce degli arcieri, e con una lunga e grossa lancia feriva i pedoni e li teneva in modo lontani, che non potevano offenderlo colla spada. Tali armature non abbisognavano d'alcun cambiamento, ma soltanto di renderne più forte ogni parte; dovevasi far più densa la corazza, più pesante il caschetto, lo scudo più impenetrabile, più lunga la lancia e più soda; bisognava che il ferro o il rame onde l'uomo era coperto, non lasciassero veruna giuntura, verun lato debole per cui la morte potesse aprirsi una strada; bisognava che il cavaliere soggiacesse ad un continuato esercizio per avvezzarsi al faticoso peso delle armi; bisognava trovare, o far nascere una più robusta razza di cavalli e più coraggiosa per portare così enorme peso, e galoppare in tempo della battaglia a seconda dei casi. Tale perfezionamento dell'armatura cavalleresca si operò lentamente dai gentiluomini. Mentre i plebei occupavansi delle cose del commercio e delle arti, e perdevano ogni giorno l'antica forza e l'abitudine alla guerra, i nobili non avevano nelle loro fortezze altra occupazione, altro divertimento che quello dell'armeggiare, esercitandosi in tutto ciò che poteva dare maggiore forza ed arrendevolezza alle membra; a ciò tendevano tutti i loro giuochi, i loro tornei: vivevano tra i loro cavalli ed avevano la stessa cura per l'educazione del loro destriero, come per l'educazione de' loro figliuoli. Questo destriero destinato per la battaglia non veniva adoperato in tutt'altre circostanze; anche nel campo il cavaliere adoperava il palafreno fino all'istante in cui doveva entrare in battaglia. Il cavallo e l'uomo resi forti dall'esercizio delle loro forze, furono capaci di sforzi superiori a quanto possiamo immaginare. L'armatura, il cavaliere ed il cavallo s'andarono facendo sempre più forti fino alla fine del quindicesimo secolo, quando l'abituale uso dell'artiglieria rese inutile questa cavalleria perfezionata con tante cure. Nel quindicesimo secolo l'armatura era tanto pesante che un cavaliere abbattuto non poteva rialzarsi da sè medesimo.

Quando il cavaliere si trovò coperto di una corazza impenetrabile alla freccia dell'arciere ed alla spada del pedone, l'infanteria delle città trovossi affatto incapace di sostenere l'urto della cavalleria. I cavalieri stretti in ordine di battaglia, abbassavano le loro lance e rompevano le file attraversandole di galoppo senza che niente potesse fermarli, e senza esporsi a verun pericolo. L'infanteria romana avrebbe, non v'ha dubbio, resistito a sì grand'urto, lanciando il pilum alla testa de' cavalli nell'istante opportuno di abbatterne molti e gettare il disordine tra le file: l'infanteria svizzera, ancora meglio ordinata sotto questo rapporto, oppose più tardi all'urto della cavalleria una selva d'immobili lance, contro le quali gli squadroni andavano a rompersi: ma le nazioni europee s'avvidero troppo tardi di questa maniera di combattere; onde dalla Norvegia fino all'estremità dell'Italia la cavalleria ebbe in ogni luogo tanta superiorità sulla fanteria, che si terminò col non farne più verun conto, credendosi affatto inutile nelle battaglie.

Per una strana rivoluzione la forza militare si trovò dunque tutta in mano della nobiltà, ed i pochi furono infinitamente più forti dei molti. Prima dell'invenzione delle armi da fuoco, e quando i soldati si battevano corpo a corpo, il numero delle truppe influiva assai meno che al presente sull'esito delle battaglie; perchè non eranvi che coloro i quali venivano a fronte l'uno dell'altro che potessero combattere. Quattro in cinquecento cavalieri gettavansi arditamente in mezzo a dieci mila pedoni, perchè al più potevano combattere ad un istesso tempo contro dei cinquecento cavalieri mille fanti, e gli altri nove mila dovevano rimanere inutili spettatori del combattimento finchè venisse la volta loro subentrando ai primi: e più volte accadeva che un piccolo corpo di cavalieri rompesse una colonna di parecchie migliaja di pedoni senza che un solo cadesse di cavallo. Non era dunque rigorosamente parlando una pugna ma un massacro, non trovando resistenza che in altro corpo di cavalieri egualmente armati, i quali urtandoli con eguale impeto e con eguali lance, potevano coglierli ed abbatterli. Se le lance si rompevano, i cavalieri combattevano colla spada o colla sciabla: talvolta riusciva loro di trovare la connessura delle corazze, o il difetto dello scudo; ma il più delle volte la battaglia terminavasi senza che morisse alcun cavaliere; e come si legge ne' romanzi di cavalleria, la sciabla picchiava sul capo del cavalier nemico, e lo stordiva senza però aprir l'elmo ond'era coperto.

Questo prodigioso vantaggio che i nobili avevano acquistato sul popolo nelle battaglie, doveva accrescerne l'odio e la gelosia. Ma i gentiluomini non potevano nelle città conservare la loro superiorità, come in campagna, perchè quando vi scoppiava una rivoluzione gli steccati, o serragli, chiudendo tutte le strade, impedivano che i cavalli passassero, mentre le milizie assediavano le case de' nemici, o afforzavano le proprie. I gentiluomini erano dunque cacciati facilmente dalle città; ma giunti in campagna, riprendevano la perduta superiorità, ed il popolo non ardiva d'inseguirli.