Poichè i cittadini cessarono d'essere tutti soldati o almeno soldati utili, le città dovettero assoldare degli uomini d'arme per non restare in balìa de' loro gentiluomini, e per tal modo la loro difesa fu affidata a mercenarie braccia. Troviamo i primi esempi di cavalleria assoldata dalle città nella guerra contro Ezelino, verso la metà del tredicesimo secolo, e l'uso si rese ben tosto generale in tutta l'Italia. Per non essere vittima del primo inventore, i popoli sono forzati di adottare all'istante i nuovi mezzi di attacco e di difesa, di cui un solo fa utile uso.
Siccome gli uomini d'armi riconoscevano dalla loro educazione la forza necessaria per combattere sotto il peso dell'armatura, i soli gentiluomini fecero lungo tempo la guerra a cavallo, e solamente fra loro si potevano trovare uomini d'armi. Vedremo in appresso, che i grossi stipendj che si offrivano ai cavalieri, furono cagione che molti uomini d'ogni classe si dedicassero fino dalla fanciullezza a questo mestiere; e che questi nuovi mercenarj, capitanati da gente, com'essi, senz'onore e senza patria, formarono quelle bande di condottieri che nel susseguente secolo ebbero tanta parte nelle rivoluzioni delle repubbliche italiane. Nel tredicesimo secolo i soldati a cavallo, essendo tutti gentiluomini, non soffrivano di militare che sotto capi di un rango superiore; giacchè (tale è la stravaganza del punto d'onore) erano ben disposti a vendere il proprio sangue, non però le vane loro pretensioni.
I fuorusciti furono probabilmente i primi che si accontentassero di ricevere un soldo straniero, servendo ad una causa cui non erano altrimenti interessati. Perdute improvvisamente tutte le loro ricchezze, e non sapendo accomodarsi a meno agiato vivere, risguardarono il mestiere della guerra come il più nobile di quanti potevano esercitarne. Gli emigrati ghibellini di Firenze formarono una piccola armata mercenaria sotto il comando del conte Guido Novello, mentre i Guelfi capitanati dal conte Guido Guerra furono al soldo di potentati stranieri nelle guerre di Parma e di Sicilia. Alcuni feudatarj che intrattenevano alle piccole loro corti più gentiluomini che non potevano, cercarono di supplire colla guerra alle sottili entrate de' loro feudi. I marchesi Lancia e Pelavicino furono un dopo l'altro al soldo dei Milanesi ora con cinquecento, ora con mille cavalli. E non solamente chiedevano il pagamento della loro bravura, ma ancora della nobiltà, volendo oltre il danaro onorifici titoli che soddisfacessero l'ambizione loro, com'era quello di capitano generale, ed anche di signore della repubblica.
Mentre in tal guisa si esacerbavano i partiti, ed a dismisura crescevano i disordini dell'anarchia, fu veduto nascere fuori dello stato un potere militare, afforzarsi, confondersi coi poteri civili, e minacciare la libertà. Milano, la più potente delle repubbliche lombarde, fu la prima di questa provincia a piegare sotto il giogo del dispotismo, seco ben tosto strascinando nella sua caduta tutte le altre.
«Dopo la morte dell'imperatore, dice Galvano Fiamma[202], godendo Milano al di fuori perfetta pace, nacque ne' cittadini l'ambizione di dominare, che fu cagione di crudelissime guerre». I nobili da un lato, dall'altro il popolo, ossia la confraternita della credenza, scelsero per loro capi due cittadini, che chiamarono podestà; titolo accordato soltanto al capo della repubblica, il quale, oltre l'essere sempre forestiere, non rimaneva in carica che un anno, e le di cui prerogative, quantunque assai ampie, erano però dalle leggi circoscritte[203]. Per lo contrario il podestà de' nobili, Paolo di Soresina, e quello del popolo, Martino della Torre, avevano un illimitato e perpetuo potere perchè non se ne conoscevano nè gli attributi nè la durata.
Martino della Torre era nipote, o, come altri vogliono, fratello di quel Pagano della Torre, signore della Valsassina, che aveva con tanta generosità soccorsi i Milanesi dopo la rotta di Cortenova[204]. Dopo tale epoca, quella famiglia era diventata al popolo assai cara, sospetta alla nobiltà; e Pagano, finchè visse, fu risguardato come il difensore ed il tribuno della plebe. Egli conosceva l'arte di affezionarsi il popolo, lusingandone le passioni; e quella di rendersi necessario, esacerbando gli animi de' plebei contro la nobiltà. Martino aveva tutti i talenti di un capo di partito, e maggiori virtù di quasi tutti gli usurpatori. Quando si vide capo dello stato, e quasi assoluto signore, salvò i suoi nemici, che i tribunali avevano condannati alla morte come convinti d'avere cospirato contro lo stato, dichiarando che, siccome non aveva mai saputo dar la vita ad un uomo, così non priverebbe mai di vita un altr'uomo[205].
Sembra che il capo de' gentiluomini, Paolo di Soresina, non avesse un carattere così deciso: sempre disposto a riconciliarsi colla fazione nemica, non ebbe difficoltà di maritare sua sorella con Martino della Torre, rendendosi egualmente sospetto alle due fazioni. Ma il vero capo della nobiltà era l'arcivescovo frate Leone da Perego. Probabilmente questo accorto prelato, non osando di mostrarsi armato alla testa d'una fazione, aveva egli stesso suggerito di fare in apparenza capo dei nobili un uomo senza energia, onde poterlo dominare a sua voglia.
L'attentato di un gentiluomo che uccise un suo creditore, perchè lo stringeva al pagamento, pose le armi in mano ai due partiti. Dopo avere spianata fino ai fondamenti la casa dell'uccisore, il popolo scacciò tutti gli altri nobili dalla città; i quali nel mese di giugno del 1257 si adunarono intorno all'arcivescovo, e, soccorsi dai Comaschi loro alleati, presero i castelli del Seprio, della Martesana, di Fagnano, di Varese ed altre importanti terre. Il popolo sotto il comando di Martino della Torre trasse fuori di città il carroccio per ridurre al dovere i gentiluomini; ma in molte scaramucce rimase perdente; e quando tutto si apparecchiava per una battaglia generale, s'interposero gli ambasciatori delle città vicine, e persuasero le due fazioni a sottoscrivere una pace, in forza della quale i nobili tornarono in città. Il solo arcivescovo non potè approfittarne, e morì poco dopo in Legnano, lasciando la sua fazione senza capo[206].
Non si tardò a vedere che questo trattato tra il popolo ed i nobili non aveva chiaramente fissati i diritti degli uni e degli altri, e convenne di prevenire la discordia, che dopo pochi anni andava ripullulando, affidando a sessantaquattro arbitri nominati metà per parte, l'incumbenza di stendere un nuovo trattato, che assegnasse ad ogni ordine i rispettivi privilegi in un modo irrevocabile, e che, prevedendo tutti i casi, e scendendo a tutti i particolari, non lasciasse verun appiglio a nuove contese. Questo trattato solennemente stipulato il giorno 4 aprile del 1258 nella basilica di sant'Ambrogio, da cui ricevette il nome, ci fu conservato dallo storico Corio[207]. Sanzionando una perfetta eguaglianza tra i due ordini, tanto rispetto alle nomine de' pubblici impiegati, che coll'abolire tutte le antiche condannagioni, e coll'ammettere tutte le alleanze, pareva che questo trattato dovesse perpetuare in Milano la concordia; ma sgraziatamente non durò più di tre mesi; ed i nobili furono nuovamente forzati a lasciare la città in sul finire di giugno. Sperando di ripararsi in Como, trovarono la città divisa dalla stessa lite che lacerava la loro patria; onde le due fazioni milanesi s'associarono a quelle di Como, e dopo una calda battaglia accaduta entro le mura di questa città, nella quale il popolo fu vittorioso, e dopo una seconda datasi in campagna in cui i nobili avvilupparono l'armata plebea, fu conchiusa con vantaggio de' gentiluomini una seconda pace che non doveva aver più lunga durata di quella di sant'Ambrogio.
Per quanto vantaggiose fossero le condizioni imposte dai nobili dopo la battaglia, in cui la loro cavalleria aveva deciso della vittoria, non erano appena rientrati in città, che il popolo riprendeva sopra di loro tutta la sua superiorità. Ma la lotta tra le due fazioni rendeva sempre più necessaria l'autorità de' loro capi, ed i plebei non d'altro occupandosi che dell'abbassamento de' nobili, dimenticavano interamente la propria libertà: anzi, a tale era giunto l'odio del popolo verso la nobiltà, che per ridurla all'estremo avvilimento parve compiacersi di averla compagna sotto il dominio di un signore. Ciò accadde del 1259 in cui determinarono d'eleggere un protettore della plebe, cui diedero i titoli di capo, d'anziano e di signore del popolo. L'elezione per altro non fu affatto tranquilla. La Credenza unita a tutti gli artigiani ed alle più basse classi della plebe destinava questa dignità a Martino della Torre, il prediletto capo della fazione popolare; ma l'altra società, la Motta, composta delle più ragguardevoli famiglie popolane, di quelle famiglie che per le loro ricchezze e per le cariche occupate nella repubblica avevano acquistato qualche considerazione, temendo forse la soverchia potenza di Martino, nominò un altro capo. In fatti avendo la Motta perduto il suo capo in un ammutinamento, si unì quasi tutta al partito de' nobili ed a Guglielmo Soresina, successore di Paolo e capo della nobiltà.