Seguendo i consigli di un legato pontificio che bramava di ristabilire la pace in Milano, il podestà bandì i due capi di parte; ma Martino, sicuro del favore e degli ajuti delle ultime classi del popolo, rientrò dopo due giorni in città, e, fattosi riconoscere per anziano e signore del popolo, ottenne che si ratificasse la sentenza di bando contro il suo concorrente Guglielmo di Soresina, e contro i suoi partigiani.

In tale stato di cose i nobili milanesi si volsero ad Ezelino, sperando di rientrare col suo ajuto in patria, ed essendosi a lui uniti presso Orci Novi, ch'egli aveva stretta d'assedio, lo persuasero ad avanzarsi oltre l'Adda, ove questo tiranno fu rotto e fatto prigioniero, in parte coll'assistenza di Martino della Torre. Così glorioso avvenimento accrebbe maravigliosamente l'influenza di Martino sopra la sua patria; perciocchè come i suoi avversari infamarono la propria causa unendosi al più odiato tiranno, così egli acquistò nuovi diritti alla riconoscenza de' suoi patriotti salvandoli da dura servitù.

Nè i Milanesi furono i soli che ricompensassero i servigi di Martino: che nello stesso tempo gli abitanti di Lodi lo nominarono signore della loro città, senza che per altro credessero d'avere con ciò rinunciato alla loro libertà; perchè anco i Milanesi risguardavansi sempre come repubblicani, quantunque gli avessero di già accordato il titolo di loro signore: ma Lodi era una città assai più piccola e più debole di Milano, e per conseguenza la potenza di un signore, e d'un signore straniero assai più sproporzionata a quella del popolo. In Lodi cessarono allora le dispute, nè Martino la tiranneggiò; ma questo piccolo stato fu ridotto ad essere tra le sue mani un istrumento di cui si valse per ridurre Milano in servitù.

Frattanto i gentiluomini milanesi, quasi tutti fuorusciti, formavano un corpo di cinquecento uomini d'armi oltre alcuni cavalleggieri; onde malgrado l'estrema superiorità del popolo di Milano per ricchezze, per numero, per potenza, non poteva Martino opporre a quella terribile cavalleria, che una infanteria plebea incapace di resisterle, poichè colui che fino dalla fanciullezza non erasi accostumato a vestire la corazza ed a combattere sotto così pesante soma, non poteva più accomodarvisi dopo essersi applicato ad un altro genere di vita. Una lunga e dura scuola era necessaria per esercitare il mestiere del soldato, onde non credevasi possibile che un plebeo diventasse mai cavaliere. Martino che aveva combattuto contro Ezelino di concerto col marchese Pelavicino, credette di poter senza pericolo servirsi della cavalleria del marchese in ajuto della propria potenza e di quella del popolo. Perciò a nome della repubblica di Milano conchiuse un trattato col marchese, in forza del quale ebbe questi il titolo di capitan generale, e fu preso con un corpo di cavalleria al soldo del popolo che gli assicurò l'annua pensione di mille libbre d'argento e la piena autorità in Milano per cinque anni.

Pelavicino, come abbiamo altrove osservato, era uno zelante ghibellino; e si vuole inoltre che in odio della santa sede avesse abbracciata l'eresia de' Pauliciani, onde proteggeva i predicatori di que' settarj in tutte le città da lui dipendenti, non permettendo agl'inquisitori di dar corso alle sanguinose loro procedure. L'alleanza di Martino della Torre col Pelavicino fu risguardata dalla santa sede come l'abbandono di una città e di una famiglia, che fin allora eransi mantenute fedeli ai Guelfi; e malgrado che Martino non abbandonasse questa fazione, i papi più non gli perdonarono quest'alleanza cogli eretici, e risolsero di punirlo, come di fatti lo fecero con una tarda, ma premeditata vendetta, innalzando, per deprimere la sua casa, la famiglia rivale de' Visconti.

Lo stesso Pelavicini, già da lungo tempo signore di Cremona, aveva pure ottenuto, dopo la morte di Ezelino, di farsi nominare capitano generale di Brescia e di Novara: indi coll'ajuto di Martino della Torre s'impadronì ancora di Piacenza; di modo che quasi tutta la Lombardia veniva governata da questi due signori.

I fuorusciti milanesi, perseguitati dalle loro forze riunite di città in città, finalmente del 1261 si chiusero in numero di circa novecento nel castello di Tabiago, ove furono ben tosto assediati dall'infanteria milanese e dalla cavalleria del marchese. Tutte le cisterne del castello furono in breve asciugate per abbeverare i cavalli di tanti gentiluomini; i quali, mancata l'acqua, essendo periti di sete, i loro insepolti cadaveri guastarono l'aria: talchè gli emigrati privi de' loro cavalli, indeboliti dalle malattie e dalle privazioni d'ogni genere, trovaronsi perfino nell'impotenza di farsi strada a traverso ai loro nemici. Costretti dopo lunghi sforzi di arrendersi, furono tutti incatenati e condotti a Milano sulle carrette. In tale occasione Martino della Torre li salvò dal furore della plebe che chiedeva la loro morte; ma li fece chiudere nelle prigioni, nelle torri e ne' campanili delle città, o in vaste gabbie di legno, esposti alla vista del popolo quali bestie feroci; lasciandoli più anni in tanta miseria.

Ogni cosa riusciva prospera alla famiglia della Torre, il di cui dominio sopra Milano sembrava da quest'ultima vittoria consolidato. Pure Martino volle assicurarsi di un altro pegno della sua grandezza. Dopo la morte di Leone da Perego il capitolo della cattedrale non aveva ancora nominato il successore. Il capitolo era composto presso a poco dello stesso numero di nobili e di plebei. Questi, dietro le istanze del capitano del popolo, proponevano Raimondo della Torre cugino o nipote di Martino; ma i nobili gelosi della gloria di Martino, si rifiutavano di aderirvi, e davano i loro suffragi a Francesco da Settala. Questa doppia elezione dava alla corte pontificia il diritto di appropriarsi la contrastata elezione. Il papa escluse i due competitori, e nominò l'anno 1263 Ottone Visconti che allora soggiornava in Roma. Era questi un canonico della cattedrale appartenente ad una delle più nobili famiglie milanesi. Martino, offeso da tale inaspettata elezione, si appropriò quasi tutti i beni della mensa episcopale; per lo che l'arcivescovo ed il papa si unirono ai nobili, e rialzarono le prostrate forze di questo partito.

La città di Novara aveva probabilmente, come Milano, nominato il marchese Pelavicino suo capitano solamente per un determinato tempo; onde rientrata nell'esercizio de' suoi diritti, l'anno 1263 ne affidò la signoria a Martino della Torre, che quasi nello stesso tempo ebbe avviso d'un importante vantaggio ottenuto dalle sue truppe sopra i partigiani dell'arcivescovo ne' contorni del lago Maggiore. Ma furono questi gli ultimi prosperi avvenimenti di Martino, il quale in sul cominciare di settembre trovandosi in Lodi da grave infermità oppresso, e sentendosi morire, chiese ed ottenne dal popolo di Milano, che volesse accordare a suo fratello Filippo quell'autorità di cui egli era rivestito.

Non sarebbe facile a decidere se l'immatura morte di quasi tutti i signori della Torre riuscisse utile o dannosa a questa famiglia. Un successore egualmente destro ed intraprendente, prendendo subito il luogo del defunto, avvezzava il popolo all'idea dell'eredità del supremo potere; ed essendovi stati, in meno di vent'anni, cinque capi della stessa famiglia, succeduti l'uno all'altro, si venne a risguardare l'ultimo quale rappresentante di un'antica dinastia. Filippo successore di Martino non gli sopravvisse che due anni, nel quale breve spazio consolidò l'autorità suprema nella propria casa, estendendola prima sopra Como, poi Vercelli e Bergamo, che del 1264 lo nominarono volontariamente loro signore. In tutte queste città, siccome nelle altre che suo fratello si era prima rese soggette, il popolo non credeva di rinunciare alla sua libertà: egli non voleva darsi un padrone, ma bensì un protettore contro i nobili, un capitano delle milizie, un capo della giustizia. L'esperienza mostrò troppo tardi che queste prerogative riunite costituivano un sovrano.