Filippo della Torre approfittò di questo accrescimento di potere per isvincolarsi dall'onerosa alleanza del marchese Pelavicino. Erano passati i cinque anni convenuti con Milano, ed il suo ajuto più non era necessario, perchè della Torre aveva finalmente in tante città a lui subordinate adunati abbastanza gentiluomini per formarne un rispettabile corpo di cavalleria. Il marchese fu licenziato, ma sebbene gli fossero strettamente mantenute le condizioni del trattato, concepì un profondo sdegno a cagione di questo congedo, e cercò di vendicarsi sui mercanti milanesi della condotta del loro principe[208].

Era effettivamente principe perchè aveva a sè soggetta la Lombardia, la quale comechè non s'avesse a rimanere lungo tempo sotto il dominio dei signori della Torre, il carattere repubblicano andava avvezzandosi all'ubbidienza, ed i Visconti rivali dei Torriani più omai non avevano a combattere che contro un principe nemico, non contro i cittadini.

La preponderanza della cavalleria nelle battaglie, ed il vantaggio che ne traeva la nobiltà, fu nell'aperte pianure della Lombardia una delle immediate cagioni della caduta delle repubbliche. In mezzo alle colline della Toscana, ove la cavalleria pesante non può stendersi nè agire liberamente, i nobili non erano così avvantaggiati; lo erano poi meno nelle repubbliche marittime, la di cui forza consisteva nelle galere, e dove il popolo, che ne formava gli equipaggi, aveva il sentimento della sua indipendenza. Dopo averle lungo tempo lasciate da un canto, è ormai tempo di riprendere il filo della storia delle loro rivoluzioni.

Mentre l'odio eccitato da una nobiltà arrogante precipitava i Lombardi sotto il giogo del dispotismo, in Venezia ove la nobiltà non era intimamente persuasa della propria forza, quella stessa nobiltà s'innoltrava per una via legale e regolare verso lo stabilimento di un governo aristocratico, che fondava sopra le ruine del potere monarchico dei dogi. Venezia avendo sempre volto il pensiere ai suoi ricchi stabilimenti dell'Oriente, ed alle guerre necessarie per la loro conservazione, non aveva presa parte alle rivoluzioni dell'Italia, nè conobbe le fazioni guelfe e ghibelline: onde non si ebbe occasione di parlare delle esteriori relazioni di questa potente repubblica; come le sue interne riforme operatesi lentamente e per gradi, non richiamarono a sè i nostri sguardi. Soltanto abbracciando un lungo spazio di tempo si riconosce lo spirito ond'era animata questa repubblica, e lo sviluppo di quel sistema che doveva farne la più severa e durevole aristocrazia dell'universo.

Nelle altre città d'Italia l'esterior forma del governo fu in origine repubblicana; e quando si prese a riformarne gli abusi, credettesi di doversi allontanare da tutte le forme che prima esistevano, e convenne accostarsi naturalmente alle monarchiche. Per lo contrario a Venezia, antichissima essendo l'istituzione dei dogi, i quali inamovibili magistrati furono per quattro interi secoli giudici supremi, generali di tutte le forze dello stato, circondati da un fasto orientale preso dalla corte di Costantinopoli, più volte autorizzati a trasmettere la propria dignità ai loro figliuoli, erano, rispetto alle prerogative, eguali ai re d'Italia. Anche la forma essenziale del governo era affatto monarchica; e quando se ne scorgevano gl'inconvenienti, ogni limitazione dei poteri del doge parve una conquista fatta a favore della libertà. La nazione fece causa comune colla nobiltà, e non si adombrò delle prerogative che questa si attribuiva.

Di già l'anno 1032, quando Domenico Flabenigo era stato creato doge, il potere monarchico, in seguito di una sommossa, aveva sofferte alcune restrizioni[209]. Il popolo aveva dati al doge due consiglieri, senza il di cui consentimento non poteva prendere veruna determinazione: era stata proibita l'associazione d'un figlio col padre, e nelle più importanti occasioni il doge era stato sottomesso all'obbligo di adunare a sua scelta i principali cittadini per deliberare con loro intorno agl'interessi dello stato. Coloro ch'egli pregava ad assisterlo, ebbero il nome di pregadi; e questa è l'origine del più antico e più illustre consiglio della repubblica di Venezia.

Ma la formazione di un corpo assai più importante, di quel corpo che in appresso attribuissi la sovranità, e formò da sè solo tutta la repubblica, fu posteriore di cento quarant'anni a questa prima limitazione dell'autorità ducale. Dopo la sgraziata spedizione nell'Arcipelago del doge Vital Micheli, il quale, ingannato dai negoziati della corte di Bizanzio, espose la sua flotta al contagio, e perdette il fiore de' soldati, scoppiò in appresso al suo ritorno un tumulto, nel quale fu ucciso da un plebeo[210]. Un interregno di sei mesi precedette l'elezione del suo successore, e la nazione veneziana gettò in quel frattempo i fondamenti di un governo veramente repubblicano, onde evitare che l'inconsideratezza di un solo uomo non mettesse in pericolo tutto lo stato.

Fino a quell'epoca la nazione non aveva avuta in faccia al governo verun rappresentante; s'adunava essa medesima, e con questi parlamenti o assemblee generali il doge divideva la sovranità. Ma quanto più la nazione cresceva di potenza, queste assemblee diventavano più tumultuose; e restando incomplete per l'assenza di molti cittadini, giudicavansi più incapaci di sopravvegliare il governo e di difendere contro i suoi attentati la pubblica libertà. Si credette, secondo il sistema che fu poi chiamato rappresentativo, che la nazione potrebbe delegare i suoi poteri ad un minor numero di cittadini che agirebbero in suo nome ed osserverebbero il governo. Si credette che affidando loro la comune difesa, li si darebbero pure i proprj interessi e sentimenti, e per tal modo si fece il primo passo, forse necessario, verso l'aristocrazia. Senza abolire le generali assemblee del popolo, che nelle più importanti occasioni si convocarono fino al quattordicesimo secolo[211], si formò un consiglio annuale di quattrocento ottanta cittadini, rappresentanti i sei sestieri della nazione e le dodici più antiche divisioni de' suoi tribunati. A questo consiglio venne affidata la somma di tutti i poteri non attribuiti al doge, ed in unione al medesimo la sovranità della repubblica[212].