Ma quanto possono essere grandi i nobili, tutti fra di loro eguali, d'una ben costituita aristocrazia, altrettanto piccoli sono d'ordinario i nobili della seconda classe in uno stato oligarchico. La nascita può bene dar loro un titolo al disprezzo dei loro inferiori, ma non ad essere superbi della propria indipendenza, perchè anch'essi soggetti ad altri. Piccoli tiranni ne' proprj castelli, e vili cortigiani presso i nobili di primo ordine, hanno tutti i vizj dei despoti, e la viltà degli schiavi; e non riconoscono le distinzioni della nascita che per abbassare sè ed i loro subalterni al di sotto dell'umana dignità.
Da una tale oligarchia erano in allora governate le repubbliche della Marca Trivigiana: la loro costituzione ammetteva la nobiltà, ma non era fatta per la nobiltà; perciocchè la possanza di alcuni nobili non era proporzionata nè con quella degli altri, nè con quella del rimanente dello stato. Nondimeno i potenti cercarono sempre di conciliare l'onore colla subordinazione; si studiarono di nascondere la vergogna attaccata alla condizione di loro soggetti; e per traviare l'opinione, fecero credere che l'intero abbandono di sè medesimi al servigio altrui avesse in sè qualche cosa di veramente cavalleresco. I nobili nelle monarchie, i gentiluomini di second'ordine nelle oligarchie mal conformate, riputarono perciò sempre gloriosa cosa il sagrificarsi per il padrone, quasi che il solo nome di padrone non fosse un obbrobrio per colui che ubbidisce. Ogni città della Marca aveva tra i suoi cittadini qualche signore feudale potente quasi al paro della stessa città; tutti gli altri gentiluomini poi, deboli isolatamente in faccia alla nazione, che per altro disprezzavano, brigavano il favore di questo nobile più potente, siccome cosa di loro gloria[13]. Di qui aveva origine la debolezza di tutti i consigli, l'incertezza delle parti, ed il costante sacrificio del pubblico al privato interesse.
Federico II, cedendo alle istanze di Ezelino da Romano entrò in Italia per la valle Trentina, e giunse in Verona il 16 agosto del 1286 con tre mila cavalli tedeschi. Dopo avere ingrossata la sua armata col partito de' Montecchi diretto da Ezelino, s'innoltrò al di là del Mincio. Le truppe di Cremona, Pavia, Modena e Reggio lo stavano colà aspettando. Con sì ragguardevole ajuto entrò ne' distretti di Mantova e di Brescia, che pose a fuoco ed a sangue.
La città di Padova, la più potente delle tre repubbliche guelfe della Marca Trivigiana, ed a cui era appoggiata in questo lato la sorte della lega, governavasi in allora da un monaco don Giordano, priore di san Benedetto, risguardato qual santo, e che sapeva, colle sue prediche, riscaldare il coraggio de' cittadini[14]: il podestà era Ramberto Ghisilieri di Bologna; come lo era di Vicenza il marchese d'Este. I due comuni formarono di concerto l'ardito progetto d'attaccare il distretto di Verona mentre Ezelino si trovava coll'imperatore: ma avvertito Federico dell'avvicinarsi della loro armata, si portò sopra Vicenza con tanta speditezza, che giunse inaspettato fino alle porte della città prima che il marchese d'Este ed i Padovani potessero darle soccorso[15]. I Vicentini atterriti, e trovandosi privi de' più bravi loro soldati ch'erano all'armata, posero una debole resistenza: le loro porte furono atterrate, la città saccheggiata, i cittadini incatenati senza distinzione; e lo stesso storico Gerardo Maurisio, quantunque venduto ad Ezelino ed ai Ghibellini, fu tre giorni strascinato quasi nudo per le strade dai Tedeschi che gli avevano saccheggiata la casa. Perdette allora tutti i suoi beni, e perfino i suoi libri, che non potè in seguito riavere che coi soccorsi ottenuti dagli amici.
(1237) Dopo questa conquista, Federico riprese la strada dell'Allemagna ov'era chiamato dalla guerra che aveva importantissima con Federico, duca d'Austria; affidando le truppe, che lasciava in Italia, ad Ezelino, il quale seppe destramente approfittare dei successi ottenuti dal monarca. Padova, spaventata dalla sciagura di Vicenza, abbandonava le redini del governo a sedici de' suoi principali gentiluomini[16]; ed in pari tempo in una radunanza generale nel palazzo nazionale, Azzone VII, marchese d'Este, riceveva dalle mani del podestà lo stendardo del comune, ponendo in suo arbitrio la difesa della Marca. Ma la maggior parte de' sedici gentiluomini pur dianzi eletti erano segretamente addetti alle parti ghibelline; e mentre il marchese tornava ad Este per provvedere alla sicurezza delle proprie terre, il podestà non tardò ad avvedersi che i suoi consiglieri erano entrati in negoziati coi nemici della loro patria. Questo bravo magistrato non si scoraggiò in così difficile circostanza, ed avendo chiamati i sedici consiglieri, chiese loro, secondo il costume d'allora, di giurare ubbidienza a' suoi ordini. Da ciò appare, che nelle più difficili circostanze di pericolo della patria, veniva affidata al primo magistrato una quasi dittatoria autorità. I consiglieri prestarono il chiesto giuramento in mano allo storico Rolandino, a quel tempo guardasigilli del comune; ma quando Ghisilieri ordinò loro di recarsi all'indomani mattina a Venezia e di presentarsi a quel doge, col di cui mezzo conoscerebbero i nuovi ordini del comune, un solo ubbidì, e tutti gli altri si ripararono nelle loro fortezze, che fecero ribellare al partito guelfo.
La fuga de' principali nobili accrebbe lo scoraggiamento del popolo, il quale andava ripetendo nelle pubbliche piazze che una città abbandonata dai più ragguardevoli cittadini dev'essere come una nave in balìa dei venti; che in tal modo non governavasi Venezia, la sola delle città italiane in cui i nobili ed il popolo non avessero separati interessi. Per dare soddisfacimento ai gentiluomini e riavvicinare i due partiti, l'assemblea del popolo destituì il podestà Ghisilieri nominando in sua vece Marino, dell'illustre famiglia de' Badoeri di Venezia; ma mentre i Padovani ondeggiavano irresoluti, il marchese d'Este fece separata pace coll'imperatore e con Ezelino, per cui duecento soldati padovani che custodivano varie rocche, furono fatti prigionieri. Invano Marino Badoero alla testa delle milizie della città rispingeva il 23 febbrajo Ezelino e gl'imperiali che volevano far l'assedio di Padova, che anche questo nuovo podestà fu forzato di ritirarsi[17]. I gentiluomini ghibellini, poi ch'ebbero ripigliata l'amministrazione del comune, s'affrettarono di mandare deputati ad Ezelino, offrendogli di riceverlo in città, che dichiaravano sottomessa all'imperatore, a condizione che le fosse guarentito il godimento della sua libertà, e liberati senza taglia tutti i prigionieri. Ezelino non curavasi delle condizioni, purchè in qualunque modo ottenesse d'entrare in Padova, già destinata capitale de' suoi nuovi dominj. Si notò che quando ne prese il possesso alla testa delle truppe imperiali, curvatosi sul suo palafreno, e gettato indietro il caschetto di ferro, baciò le porte della città: nè questo era certo il pegno della sua riconciliazione cogli uomini che allora si erano a lui sottomessi.
Credevasi dai più che Ezelino avrebbe accettata la carica di podestà; ma convien dire che incominciasse a risguardarla come al di sotto delle nuove sue pretensioni. Incaricato da un consiglio, affatto ligio al suo volere, di scegliere questo magistrato, ricusò da prima, con finta modestia, di farlo a nome di tutto il popolo[18]; poi cedendo alle comuni istanze, indicò il conte di Teatino, napoletano, uomo a lui subordinato. Fece in appresso ordinare dalle tre repubbliche di Padova, Vicenza e Verona, che, per la sicurezza del partito ghibellino, prenderebbero al loro soldo delle truppe dell'imperatore, cioè cento Tedeschi e trecento Saraceni. In tal guisa egli s'assicurò d'una gran guardia sempre armata, e che solo dipendeva da lui.
Intanto molti Guelfi eransi chiusi nel castello di Montagnana, ch'essi avevano afforzato; i quali pretendevano di essere i legittimi rappresentanti del comune di Padova, perchè erano i soli rimasti indipendenti dal tiranno. Attaccati da Ezelino, lo respinsero gagliardamente, quantunque combattessero sotto i suoi ordini molti soldati tedeschi e saraceni: ma egli seppe giovarsi di questa resistenza per assodare il suo potere in Padova. Il podestà chiese ostaggi alle famiglie de' gentiluomini e de' cittadini che sapevansi favorevoli al partito guelfo; in appresso adunò, senza distinzione di partito, le più potenti persone della città, e quelle che potevano avere maggiore influenza sui loro concittadini, e pregò tutti a dare una prova del loro amore per la pace, e della loro sommissione all'imperatore, allontanandosi soltanto per pochi giorni dalla città; assicurandoli in pari tempo essere questa l'unica via di smentire le calunniose voci che s'andavano spargendo sul conto loro, alle quali voci per altro egli non dava alcuna fede. In fatti circa venti de' più illustri cittadini di Padova ritiraronsi a Fontaniva, a Carturio, a Cittadella ed in altri castelli loro indicati da Ezelino, e tutti vicini alle sue terre. Pochi giorni dopo, senza che nulla se ne sapesse in Padova, li fece tutti sostenere e chiudere nelle proprie fortezze o in quelle del regno di Napoli[19]. Quando si seppe la cosa in Padova, molti cittadini risolsero di sottrarsi colla fuga alla crescente tirannia; ma ogni volta ch'Ezelino veniva avvisato della fuga di una famiglia, ne faceva abbattere le torri e smantellare le case. Scrive Rolandino, che in sul finire del dominio di questo tiranno più della metà de' palazzi di Padova altro non erano che un mucchio di rovine.
Ezelino teneva gli occhi aperti per impedire ogni tumulto popolare, che in poche ore avrebbe potuto annientare la sua potenza. Egli non si conteneva dall'aggravare il giogo, avendo solamente riguardo di non farlo in modo che, eccitando tutto ad un tratto lo sdegno del popolo, non gli si porgesse occasione di prendere le armi.