Il priore di san Benedetto, don Giordano, che da quel pulpito, su cui predicava ai cristiani, aveva lungo tempo governata la repubblica, trovavasi in città e poteva ad ogni istante illuminare il popolo sulle pratiche di Ezelino. Il tiranno non trascurava in ogni occasione di mostrare il più profondo rispetto per questo ecclesiastico. Un giorno gli mandò alcuni suoi cavalieri, pregandolo da sua parte a venire a palazzo per consigliarlo intorno ad un affare di somma importanza. Il priore li seguì, e montato sopra un cavallo che lo aspettava alla porta, venne condotto al castello d'Ezelino, ove rimase lungo tempo prigione[20]. Intanto tutti i più valorosi cittadini padovani dovettero ascriversi alla sua milizia; ed in tal modo le loro braccia ed il loro coraggio servirono di sostegno a quella tirannia ch'essi avrebbero potuto rovesciare[21].

Mentre una delle più potenti città dell'Italia settentrionale, una città costantemente attaccata al partito della libertà, cadeva sotto al giogo di un tiranno, quelle del centro della Lombardia preparavansi a far fronte all'invasione di Federico II. Questo monarca rientrò in Italia in agosto del 1237, alla testa di due mila uomini di cavalleria tedesca, e fu incontrato nelle vicinanze di Verona da dieci mila Saraceni, che aveva fatti venire dalla Puglia. Nel distretto di Mantova ingrossava la sua armata coll'unione di tutti i Ghibellini lombardi; e Mantova ed il conte di san Bonifacio, spaventati da tanto apparecchio di forze, gli si sottomisero[22].

L'imperatore entrò in seguito nel distretto di Brescia, e dopo quindici giorni d'assedio prese Montechiari ed alcuni altri castelli di minore importanza; poi s'avanzò al mezzogiorno di Brescia in quella parte del suo territorio che l'Oglio divide dal distretto di Cremona. I Milanesi cogli ausiliari di Vercelli, d'Alessandria e di Novara eransi accampati presso Manerbio, ov'erano coperti da un piccolo fiume e da una palude; perchè vedendo l'imperatore di non poterli vantaggiosamente attaccare in tale posizione, nè obbligarli ad abbandonarla, marciò lungo l'Oglio fino a Pontevico, ove passò il fiume, dando voce che andava a prendere i quartieri d'inverno a Cremona, e che colà licenzierebbe le sue truppe fino all'aprirsi della nuova stagione.

I Milanesi credettero terminata la campagna ingannati dalle notizie sparse ad arte dal nemico e corroborate dall'avvicinamento dell'inverno: onde passarono l'Oglio anch'essi per ritornare a Milano, attraversando il paese di Crema; ma quando giunsero a Corte nova si videro con estremo stupore prevenuti dall'armata imperiale. Rinvenuti però ben tosto dalla loro sorpresa, sostennero coraggiosamente l'impeto dei Saraceni e de' Tedeschi; e quantunque dopo una lunga resistenza il rimanente dell'armata fosse affatto sbaragliato, la compagnia detta de' forti, cui era affidata la custodia del Carroccio, restò immobile nella sua posizione finchè venne la notte a separare i combattenti.

Nulladimeno questa compagnia, solo avanzo d'un'armata distrutta, non poteva sperare di sostenere una seconda battaglia all'indomani, che Federico non avrebbe mancato di dare. La strada di Milano che attraversa il Cremasco, era già presa dalle truppe imperiali; conveniva dunque rimontare l'Oglio fino al distretto di Bergamo, che l'armata aveva prima attraversato per entrare nello stato di Brescia. Riflettendo che in così avanzata stagione il terreno reso molle dalle piogge avrebbe ritardata la marcia del Carroccio, i bravi Milanesi risolsero di spogliarlo essi medesimi di tutti i suoi ornamenti, ed in tale stato abbandonatolo tra i carri del bagaglio, si misero in cammino nel cuore della notte. Federico, fatto giorno, non tentò pure d'inseguirli, ma scoperto il Carroccio tra i carri abbandonati, lo fece trionfalmente condurre a Cremona come nobile testimonio della sua vittoria; e poco dopo lo mandò al senato ed al popolo romano con sue lettere che ci sono state conservate, nelle quali egli magnifica questo glorioso avvenimento[23]. Il Carroccio venne collocato in un ricinto del Campidoglio, ove fino al 1727 veniva indicato da un monumento in marmo[24].

Speravano i fuggitivi milanesi d'essere in luogo di sicurezza tostochè giugnessero nel distretto bergamasco; ma i Bergamaschi che in principio della guerra avevano domandato di starsi neutrali, si dichiararono contro i vinti quando conobbero la sorte della battaglia. Molti Milanesi furono nella loro fuga imprigionati o trucidati; altri in maggior numero sarebbero infallibilmente periti, se Pagano della Torre, signore della Valsassina, non veniva incontro ai fuggiaschi, e non li accoglieva ne' suoi feudi facendoli passare per le gole del suo dominio. Egli fece curare i feriti, e provvide ai bisogni di tutti; e quando gli parve tempo, li accompagnò egli medesimo fino nel loro territorio. Quest'atto di benificenza fu la prima cagione della grandezza della sua casa. Il popolo di Milano si mostrò lungo tempo riconoscente, e pose in compromesso la sua libertà piuttosto che parere ingrato verso di così nobile famiglia[25].

Diverse sono le opinioni degli storici intorno alla perdita sofferta dai Milanesi in questa fatale giornata. I loro scrittori la portano a due in tre mila uomini tra morti e feriti; le lettere dell'imperatore ne contano dieci mila. Pietro Tiepolo, figliuolo del doge di Venezia e podestà di Milano, cadde anch'egli in potere degl'imperiali; e Federico con una barbarie affatto impolitica, dopo averlo fatto strascinare in diverse prigioni della Puglia, lo fece morire sopra un palco. La repubblica di Venezia più non seppe perdonare all'imperatore questa crudele offesa, e dopo tale epoca si unì alla lega lombarda, cui per lo innanzi erasi rifiutata di prender parte.

(1238) Federico prese i suoi quartieri d'inverno a Cremona, ma per non rimanere ozioso tutto quell'inverno, visitò Lodi e Pavia, che, quantunque sempre fedeli al partito imperiale, non avevano fin ora osato di prendere a suo favore le armi per timore della soverchiante potenza de' Milanesi. Passò da Pavia a Vercelli, che pure ricondusse alla sua ubbidienza; e non è improbabile che in quel momento di terrore si staccassero dalla lega ed abbracciassero almeno in apparenza le parti ghibelline, anche le altre città del Piemonte, cioè Tortona, Alessandria, Novara, Asti, Torino e Susa[26]. E per tal modo la federazione lombarda trovossi ridotta a quattro sole città, Milano, Brescia, Piacenza e Bologna, le quali pure non mostravansi aliene dall'entrare in trattati coll'imperatore: ma avendo questi domandato che si sottomettessero senza condizioni all'autorità imperiale, i loro cittadini gli fecero rispondere che speravano di morire colle armi in mano, piuttosto che coprirsi di tanta infamia.