I primi chiamati a dar prove della loro costanza furono i Bresciani. Federico, così consigliato da Ezelino, il 3 agosto circondò Brescia d'assedio colle truppe che aveva raccolte in Germania, ov'erasi recato in primavera: assedio non meno notabile di quelli sostenuti contro Federico Barbarossa da Tortona, Crema, Alessandria e Milano, durante il quale per lo spazio di sessanta giorni nè gli assediati diedero minori prove di coraggio, nè gli assedianti di perseveranza e di crudeltà. L'arte della guerra aveva dopo Federico I fatti notabili progressi, e le macchine adoperate da Klamandrino, ingegnere de' Bresciani, erano assai più complicate di quelle che si videro a' tempi della prima guerra lombarda. Ma l'assedio di Brescia non fu circostanziatamente descritto che da Giacomo Malvezzi, storico bresciano, che fioriva in sul cominciare del secolo decimoquinto[27]; e nel suo racconto non troviamo quella perfetta conoscenza de' costumi e de' tempi, che rende interessanti le più minute particolarità, ed esclude ogni sospetto d'invenzione. In questo periodo di tempo i Lombardi non hanno storici coetanei, onde siamo costretti di passare rapidamente sugli avvenimenti loro, e di cercare la descrizione dei costumi e degli uomini nelle storie della Marca Trivigiana, che furono dettate da coloro ch'ebbero parte, o furono testimonj delle cose colà accadute.

In ottobre, vedendo Federico che l'assedio progrediva troppo lentamente, e che i Milanesi, trovandosi la sua armata tutta intorno a Brescia, ne approfittavano per battere a ritaglio i Ghibellini di Pavia e di Lodi, risolse di abbruciare le sue macchine e di ritirarsi a Cremona. Questa prima perdita, che si risguardò come una prova della debolezza del partito imperiale, ravvivò il coraggio delle città guelfe, e procacciò loro nuove alleanze. Il papa, dichiarossi loro protettore, e Venezia e Genova stipularono un trattato d'alleanza col papa e colle città della lega contro l'imperatore, i di cui ambasciatori dovettero partire da Genova senza ricevere il giuramento di fedeltà, che Federico chiedeva a quella repubblica.

Intanto nella Marca Trivigiana erasi riaccesa la guerra tra Ezelino ed il marchese d'Este. Il primo, spalleggiato dalle milizie delle tre più potenti città della Marca, aveva omai spogliato il marchese di tutte le sue fortezze, e forzatolo a chiudersi in Rovigo: ma per quanto si trovasse Ezelino avanzato nel favore di Federico, non ottenne però mai che questa privata contesa si risguardasse come una guerra dell'Impero. Anzi quando Federico venne a Padova, ove soggiornò gran parte dell'inverno, invitò alla sua corte il marchese, e diè segno di volerlo riconciliare con Ezelino. Fece fare solenni nozze tra Rinaldo figlio del marchese, ed Adelaide figliuola d'Alberico da Romano, com'era stato progettato da frate Giovanni da Vicenza; e parve avere divisa la sua confidenza fra i due capi dell'opposto partito. Nondimeno Ezelino faceva dalle sue spie osservare coloro che frequentavano la casa del marchese, i quali furono altrettante vittime destinate al supplicio dopo la partenza dell'imperatore.

(1239) Mentre Federico riceveva in Padova non dubbie prove della divozione di quegli abitanti, ebbe notizia che Gregorio IX lo aveva, in pieno concistoro, scomunicato. Siccome vedeva di non potere impedire che questa sentenza non venisse tra poco a notizia de' Padovani, fece egli medesimo raunare tutti i cittadini nella sala de' consigli generali, ove stava preparato il suo trono, sul quale ascese con tutto il fasto conveniente della dignità reale, mentre il suo cancelliere Pietro delle Vigne, posto al suo fianco, alzossi per arringare il popolo. Scelse per testo del sermone due versi d'Ovidio:

Leniter ex merito quidquid patiare, ferendum est;

Quæ venit indigne pœna, dolenda venit.

Perchè di que' tempi costumavasi anche nelle dicerie profane di cominciare con un testo. Pietro delle Vigne, applicando il suo all'imperatore, dichiarò in suo nome, che s'egli si fosse meritata la sentenza di scomunica, non sarebbesi rifiutato di confessare il suo fallo avanti al popolo, e di sottomettersi al giudizio della Chiesa; ma chiamando lo stesso popolo testimonio dell'ingiusto procedere del pontefice, e passando in rivista le allegazioni cui appoggiavasi la scomunica, si studiò di provarne la falsità.

Il papa, dopo aver rimproverato a Federico la sua empietà ed incredulità, entrando nei particolari, lo accusava d'avere in Roma suscitate ribellioni contro la santa sede, d'avere oppresso il clero e perseguitati gli ordini mendicanti ne' suoi dominj, d'avere spogliate le mense vescovili delle loro entrate, e finalmente d'avere occupato terre e stati, dipendenti unicamente dalla Chiesa[28].

Andava unita alla scomunica una bolla che scioglieva i sudditi dal giuramento di fedeltà, ed assoggettava all'interdetto i luoghi abitati dall'imperatore. Non ignorava Federico l'influenza di tali sentenze sul cuore dei Guelfi, onde incominciò subito ad avere sospetti i due principali signori di questo partito, il marchese d'Este ed il conte di san Bonifacio, ch'egli aveva chiamati alla sua corte. Per assicurarsi di loro, chiese al primo di dargli in mano come ostaggio suo figlio Rinaldo colla consorte Adelaide; inchiesta che gli riuscì più pregiudicievole di tutto quanto poteva temere dalla cattiva disposizione de' Guelfi; perciocchè Alberico da Romano, forse di già ingelosito dell'ingrandimento del fratello Ezelino, si chiamò oltremodo offeso, vedendo condotta in Puglia come ostaggio sua figlia che lo stesso imperatore aveva maritata con Rinaldo d'Este; ed unitosi al signore da Camino, di cui fino a tal epoca era stato nemico, si ritirò con lui a Treviso, e rivoltò la città contro Federico. In appresso mentre l'imperatore marciava coll'armata alla volta di Lombardia, avendo al suo seguito il marchese d'Este ed il conte di san Bonifacio, un amico loro che godeva la piena confidenza dell'imperatore, passandosi la mano a traverso la gola, fece loro comprendere che si volevano decapitare[29]. Trovavansi in quel punto presso ai bastioni di san Bonifacio: spronarono i cavalli, e precipitandosi in quel castello, ne fecero chiudere le porte; e per quante istanze venissero lor fatte da Pietro delle Vigne a nome di Federico, non vollero più sortire. E per tal modo gran parte della Marca si andava inimicando all'imperatore: il marchese d'Este ricuperava una dopo l'altra le terre toltegli da Ezelino, il quale, credendosi alfine talmente stabilito in Padova da poter gustare impunemente il piacere delle più atroci vendette, faceva decapitare sulla pubblica piazza i più potenti gentiluomini, e morire tra le fiamme o sopra un vergognoso palco gl'infelici cittadini che sospettava attaccati alla causa della libertà. Diciotto di questi sgraziati perirono in un solo giorno nel prato della valle di Padova[30].

Trattanto l'imperatore aveva condotta la sua armata nel territorio di Bologna, ove consumò parecchi mesi nell'assedio di alcune rocche: di dove si volse contro i Milanesi senza ottenere verun decisivo vantaggio. L'infelice esito dell'assedio di Brescia non era la sola causa dello scoraggiamento di Federico, e della guerra debolmente tratta in Lombardia. Questo principe dava fede alle predizioni degli indovini ed ai calcoli dell'astrologia giudiziaria, non movendo mai la sua armata se prima un astrologo non aveva determinato il preciso istante della partenza dietro accurata osservazione delle stelle. Allorchè, avvisato della ribellione di Treviso, disponevasi alla marcia per sottometterla, un eclissi del sole lo rimosse dall'impresa[31]. Forse un egual motivo lo consigliò ad abbandonare la Lombardia per isvernare in Toscana; e forse credette a ragione che gli si convenisse di avvicinarsi ai suoi stati delle due Sicilie, ed alla corte di Roma.