Baldovino II, debole e spregevole principe, era in allora imperatore latino di Costantinopoli, e regnava solo fino dall'anno 1237; il quale avendo nelle sue angustie talvolta vilmente e sempre invano supplicati i principi dell'Occidente ad ajutarlo, era ritornato nella sua capitale, ove per procacciarsi un poco di danaro, faceva levare il piombo dai tetti delle chiese e dei palazzi di Costantinopoli, indi faceva demolire questi edificj per provvedersi di legna da fuoco; vendeva od impegnava le sacre reliquie; e per ultimo dava il proprio figlio come ostaggio ad alcuni banchieri veneziani, che gli prestarono alcune somme di danaro[228]. Per lo contrario i Greci in sessant'anni di sventure e di esiglio avevano ripreso un poco di coraggio e di energia. Dopo la caduta del loro impero non ammettendo più padroni ereditarj, i soli talenti aprivano la strada al trono. Teodoro Lascari, Giovanni Vatace, e finalmente Michele Paleologo aveano rialzato in Nicea il trono de' Cesari, e riunito a poco a poco al loro dominio la maggior parte delle province dell'Europa e dell'Asia, che i crociati avevano tolte ai loro predecessori. Questi principi non meno valorosi guerrieri che accorti politici avevano potuto volgere tutte le loro forze contro i Latini, perchè i Bulgari ed i Saraceni, loro naturali nemici, indeboliti da interne fazioni, non gli davano più molestia.
I soli difensori, i soli sostenitori dell'impero latino di Costantinopoli erano i Veneziani; perchè i Francesi non isperando più di arricchirsi coi saccheggi, si affrettavano di abbandonare la Grecia e di tornare alla loro patria, mentre ogni anno nuovi negozianti giugnevano ad ingrossare la colonia veneziana, e nuovi vascelli, e nuovi valorosi guerrieri venivano a difenderla. Se dobbiamo per altro credere ad uno storico greco, fu l'imprudenza de' Veneziani che perdette la città[229]. Aveva Michele Paleologo con Baldovino conchiusa la tregua d'un anno, quando il nuovo balìo o podestà di Venezia, Marco Gradenigo, giunse nel porto di Costantinopoli[230]. Questi rinfacciò ai Latini il vergognoso loro ozio in mezzo ai nemici, e li persuase ad intraprendere l'assedio di Dafnusio, isola e città all'imboccatura del Bosforo nel Ponte Eusino. Egli si valse in questa spedizione delle truppe veneziane e francesi che trovavansi in città, non lasciando alla guardia delle mura che il debole Baldovino colle donne e coi vecchi.
Nello stesso tempo, dopo avere dato il titolo di Cesare ad Alessio Strategopulo, l'imperatore Paleologo lo aveva spedito contro il despota dell'Epiro. Questo generale essendosi innoltrato fino alle porte di Costantinopoli colla sua armata, fu avvisato dai contadini del sobborgo, i quali, trovandosi allora al confine dei due imperi, viveano in una licenziosa indipendenza, che Baldovino in quell'istante non aveva truppe, e si offrivano d'introdurlo in città.
In fatti, dopo avere concertata ogni cosa con Strategopulo, que' contadini che chiamavansi volontarj[231], il giorno 25 luglio del 1261 entrarono in Costantinopoli per una segreta apertura che metteva capo in una delle loro case, ed impadronitisi della porta Aurea[232], che dai Latini tenevasi chiusa, e spezzatala colle scuri, si fecero a gridare dall'alto delle mura: viva l'imperatore Michele! vivano i Romani! Strategopula che trovavasi acquartierato colla sua truppa presso il convento della Fontana, aspettandovi il convenuto segno, entrò subito in Costantinopoli per la porta che gli era stata aperta. I Comani o Tartari, ch'erano i Saccomani della sua armata, si sparsero ne' quartieri della città per saccheggiare le case de' Latini, mentre i Greci si rimanevano con bella ordinanza intorno al loro generale. Lo spavento incusso dai Comani, gl'incendj che andavano eccitando ovunque potevano penetrare, la sommossa de' Greci di Costantinopoli, che volevano scuotere il giogo de' Latini, portarono la confusione tra i Franchi; i quali, preceduti dall'imperatore Baldovino, fuggirono verso il porto, andando a bordo de' vascelli che vi si trovavano. La flotta veneziana, che aveva fatta l'impresa di Dafnusio, arrivava allora opportunamente presso al tempio di Sostenione, e servì a dar ricovero all'imperatore, al balìo, al patriarca latino, a tutti i Francesi ed alla maggior parte de' Veneziani che abitavano in Costantinopoli. Sì grande era il numero degli usciti, che ben tosto consumarono tutti i viveri della flotta, onde molti perirono di fame avanti che potessero essere trasportati all'isola di Negroponte, colonia de' veneziani, ove soggiornarono alcun tempo.
E per tal modo Costantinopoli, dopo essere stata cinquantasette anni sotto il dominio de' Francesi e de' Veneziani, tornò ad essere la capitale dell'impero greco, che a quest'epoca parve riprendere nuovo vigore, e che doveva ancora mantenersi quasi due secoli[233].
Mentre i Latini abbandonavano Costantinopoli, che vedeva con piacere allontanarsi questi illegittimi suoi figliuoli[234], Michele Paleologo avvisato a Meteoria che la reale città era stata occupata dalle sue truppe, ringraziò il cielo d'un avvenimento che non osava sperare, perchè l'anno precedente non aveva potuto impadronirsi con una grossa armata del solo sobborgo di Galata. Preceduto da un'immagine della Vergine e circondato dal senato e da tutti i grandi della nazione, entrò in città per la porta aurea, cantando inni di rendimento di grazie[235]. L'imperatore andò ad abitare il palazzo dell'Ippodromo, perchè quello di Blacherna, da più anni abitato soltanto dai Franchi, era imbrattato ed annerito dal fumo. «Si vide allora, scrive Niceforo Gregora, che la regina delle città più non era che un campo di desolazione pieno di rottami e di ruine, molte case erano cadute, e quelle che ancora rimanevano non erano che miseri avanzi salvati dalle fiamme. Bizanzio aveva affatto perduta la sua bellezza ed i suoi più preziosi ornamenti negl'incendj più volte appiccativi dai Latini, quando la ridussero in servitù: e come ciò fosse poco, niuna cura si presero di ripararla, quasi fossero da lungo tempo persuasi di doverla in breve abbandonare[236].»
Ma non tutti i Latini erano usciti di città: oltre i Genovesi che avevano ajutati i Greci a farne la conquista, eranvi ancora i Pisani e molti Veneziani. Molti degli ultimi trattenuti dagl'interessi del loro traffico, o dalle parentele contratte coi Greci, non avevano voluto abbandonare nè le loro proprietà, nè la loro famiglia; altri accortisi troppo tardi della subita perdita della città non trovarono luogo sulle navi. Conosceva Michele troppo bene la debolezza e la povertà della sua nuova capitale per privarsi dell'ajuto e delle ricchezze di così industriosi abitanti: onde non solo riconfermò ai Genovesi tutti i privilegi accordati nel precedente trattato d'alleanza, ma un egual travamento prometteva pure ai Veneziani ed ai Pisani che volessero soggiornare ne' suoi stati. Non però acconsentì ai primi, ch'erano i più numerosi e resi più arroganti dalla sua amicizia, di abitare nell'interno della città, ove potevano diventare pericolosi; e li trasportò a Galata situata nell'opposta riva del porto, mentre non ebbe paura di lasciare in città i Veneziani ed i Pisani sotto la sopravveglianza del popolo che gli odiava. Del resto accordò alle tre nazioni di appropriarsi il quartiere loro rispettivamente assegnato, vivendo colle proprie leggi, e sotto il governo di quel magistrato che alle determinate epoche loro manderebbe il consiglio generale della loro patria[237]. I Genovesi intitolavano questo magistrato podestà; i Veneziani, balìo; console i Pisani. E per tal modo i mercanti italiani formavano in Costantinopoli tre piccole repubbliche che conservavano l'intera loro libertà ed indipendenza, continuando i loro cittadini ad esercitare la navigazione ed il commercio con quella industria ed attività ch'erano allora proprie di quelle nazioni.
Sebbene Michele Paleologo avesse accordati tali privilegi ai Veneziani dimoranti in Costantinopoli, non aveva però fatta la pace colla loro repubblica, nè rinunciato alla speranza di spogliare affatto i Latini delle isole e delle province che ancora possedevano in Levante. Attaccò l'Eubea, facendo che quel principe si ribellasse ai Veneziani, e s'impadronì delle isole di Lenno, di Chio, di Rodi e di molte altre, poste nel mar Egeo[238]. Accordò per altro in feudo ai Genovesi l'isola di Chio, volendo con ciò compensarli di quanto avevano operato a suo favore nelle sue imprese marittime. È questo uno degli stabilimenti che i Genovesi conservarono più lungo tempo in Levante, essendogli stato tolto per tradimento dai Turchi soltanto del 1556, perchè i Greci che abborrivano il clero e la signoria de' Latini favoreggiavano i Musulmani. Oggi vi sono circa cento cinquanta mila Greci, de' quali sessanta mila abitano la città. Quest'isola, una delle più belle colonie de' Genovesi, non erasi conservata sotto l'immediata dipendenza della repubblica; perchè, essendole stata data in pegno per una somma di danaro, nove famiglie la pagarono, e fecero l'impresa a loro spese. Più tardi queste famiglie si unirono tutte sotto il nome de' Giustiniani; e del 1365 tutti i Giustiniani si trasportarono a Chio[239]; ove l'assoluta oligarchia della loro famiglia si mantenne due secoli; essi conservano ancora al presente il titolo di principi di Chio. Tutti non lasciarono questa loro patria adottiva, essendovi ancora molti Giustiniani in quell'isola che vivono coi prodotti delle loro terre sotto il dominio de' Turchi; le famiglie tornate a' nostri giorni in Genova, chiedevano ne' primi anni del presente secolo alla repubblica le somme che le avevano date in deposito quando essa le investì del perduto principato. Allorchè fu data ai Genovesi la proprietà dell'isola di Chio, non erano altrimenti disposti a fondare un'oligarchia nella loro colonia ed a render principi i loro gentiluomini. Egli era in quel tempo presso a poco in cui cominciava a manifestarsi la discordia tra la nobiltà ed il popolo; discordia lungo tempo fatale al riposo della repubblica; discordia la quale pose più volte lo stato sotto il dominio di un padrone; e la quale avrebbe finalmente distrutta affatto la libertà, se nel carattere di un popolo marittimo non esistesse una cotale energia che difficilmente può assoggettarsi al giogo. Gli uomini la di cui patria non è soltanto posta sulla terra ma ancora sul libero Oceano, non possono, tornando in porto, sopportarvi lungamente una tirannia, dalla quale vanno esenti viaggiando sul mare.
Nella prima metà del tredicesimo secolo, il poter sovrano era stato in tal maniera diviso tra il governo ed il popolo. Eransi questi riservati i suoi parlamenti o assemblee generali, nelle quali risolvevansi gli affari di maggiore importanza, i cambiamenti nella costituzione, la pace, la guerra, le alleanze. Accadde più volte, che il senato, consultato intorno ad un importante affare, dichiarò nelle sue deliberazioni, che potendosi compromettere l'intera nazione, alla sola nazione toccava il decidere[240]. Più volte ancora si vide il podestà adunare il parlamento, non solo per trattare di qualche impresa contro i nemici dello stato, ma per formare nello stesso tempo la sua armata; imperciocchè tutti i cittadini uniti in assemblea, dopo avere dichiarata la guerra, prendevano le armi e seguivano lo stesso giorno il loro pretore nel campo.
Finchè il popolo delibera egli stesso ed agisce senza l'interposizione de' suoi rappresentanti, i consigli gli sono quasi affatto inutili; quindi l'annuale senato della repubblica non figura nella storia di Genova che a lontani intervalli, senza che si possano perciò ottenere chiare nozioni intorno alle sue prerogative. Ma se piccola cosa sono i consigli, importantissimi sono i magistrati, siccome coloro che diventano depositarj di tutte le sovrane funzioni, che il popolo non ha potuto riservare a sè stesso.