L'anno 1172 la nomina del doge fu trasferita con tutte le altre elezioni dall'assemblea del popolo al maggior consiglio, che delegava in origine ventiquattro, e ne' tempi susseguenti quaranta membri, che la sorte riduceva ad undici. Dopo il 1249 questa elezione diventò assai più complicata. Trenta membri estratti a sorte in tutto il consiglio si riducevano a nove con una seconda estrazione. Questi dovevano scegliere a pluralità di sette suffragi quaranta membri dello stesso consiglio, che poi la sorte riduceva a dodici. In appresso i dodici ne nominavano venticinque, che la sorte nuovamente riduceva a nove; i nove ne nominavano quarantacinque, e questi erano dalla sorte ridotti ad undici, i quali finalmente nominavano i quarantuno elettori del doge, che dovevano eleggerlo colla maggiorità di venticinque suffragi[218]. Alcuni scrittori risguardarono questa complicazione della sorte e dell'elezione come una mirabile invenzione politica. Sarebbe per altro difficil cosa il circostanziare i vantaggi proprj di così intralciata combinazione, e forse que' medesimi che l'inventarono non seppero prevederne verun utile risultato. Poteva con questo metodo eleggersi un doge di Venezia, perchè doveva soltanto rappresentare e non agire: ma quando il capo dello stato deve esercitare le funzioni di giudice, o di amministratore, o di generale, con questo metodo non si otterrà che per accidente la scelta del più degno.
È cosa naturale che i Veneziani non si prendessero troppa cura delle cose d'Italia, e che, tranne i pochi soccorsi dati all'armata crociata contro Ezelino, non ci abbiano data occasione di parlare delle loro guerre. Le conquiste che fatte avevano grandissime in Levante, domandavano per conservarle sforzi tanto superiori ai loro mezzi, che tutta l'attenzione dei capi della repubblica era rivolta a quella sola parte. Abbiamo veduto nel precedente capitolo che Enrico Dandolo si era stabilito in Costantinopoli, e che suo figliuolo, contro gli usi dello stato, aveva avuta la facoltà di esercitare in Venezia le funzioni del doge come suo luogotenente. Per altro, morto Dandolo[219], più non si permise al suo successore di allontanarsi dalla capitale; fu incaricato un altro magistrato, il balìo di Costantinopoli, di governare la porzione di quella grande città che spettava alla repubblica, e la colonia veneziana che vi si era stabilita. Questo magistrato prese come il doge il titolo di signore di un quarto e mezzo dell'impero romano; titolo che rendevasi ogni giorno più vano, imperciocchè dopo la morte di Dandolo e di Enrico di Fiandra, i Greci avevano in ogni parte prese le armi contro i Latini, e cacciatili da quasi tutte le loro conquiste, chiudendoli, sto per dire, entro le mura di Costantinopoli. Pure quando il pericolo si fece urgente, i Veneziani, come l'attestano due delle loro cronache manoscritte, per non lasciar cadere il conquistato impero, l'anno 1225 consultarono se fosse conveniente di trasportare a Costantinopoli la sede della repubblica, sicchè, abbandonando le loro lagune, tutta la nazione andasse a chiudersi in quella superba città, la quale a stento potevano, stando così lontani, difendere: si racconta che la proposizione non fu rigettata nel maggior consiglio che per la maggiorità di due soli voti[220].
Le isole del mar Egeo, che quasi tutte erano cadute in potere della repubblica, non esaurivano meno la nazione di gente o di danaro, quantunque i suoi consigli punto non si occupassero della loro amministrazione o della loro difesa. Erano queste state date in feudo a dieci potenti famiglie, molte delle quali vi mantennero la loro signoria fino al sedicesimo e diciassettesimo secolo. La repubblica sentendosi troppo debole per sostenere sola tutti i suoi diritti, aveva abbandonate le isole dell'Arcipelago ai particolari che ne facessero la conquista, loro permettendo di reggerle colle leggi o assise di Gerusalemme, che l'impero di Costantinopoli aveva adottate[221]. L'isola di Candia in cui Venezia più che in Costantinopoli aveva fatto il centro della sua potenza in Levante, richiedeva assai più cure per governarla, e maggior coraggio e vigilanza.
Numerosi sono gli abitanti di quest'isola, e, stando alle testimonianze de' Veneziani, il loro carattere è perfido e incostante. Potrebbesi per altro spiegare tanto per le virtù loro che pei loro vizj le frequenti sedizioni e l'avversione che mostravano per un giogo straniero. I Veneziani per tenerli in dovere mandarono in Candia una colonia: ma quel popolo che fabbricava ed equipaggiava con estrema facilità flotte di cento navi in pochi mesi, quel medesimo popolo i di cui mercanti erano domiciliati in tutti i porti del Mediterraneo, a stento trovava alcuni uomini che rinunciassero per sempre alla loro patria, anche loro offrendo in altro paese dignità, poteri e ricchezze. A formare la colonia concorsero in ugual parte i sei sestieri di Venezia; la quale colonia, appena giunta nell'isola, ebbe il possesso di cento trentadue feudi di hautbert o cavallerie, e di cento otto feudi di scudieri, ossia sergenti d'armi[222]. Dunque il numero delle famiglie veneziane che passarono in Creta, era soltanto di cinquecento quaranta. Alla testa della colonia fu stabilito un duca per rappresentare il doge, il quale veniva eletto ogni due anni dal maggior consiglio di Venezia, ed era, come il doge, assistito da due consiglieri superiori. Eranvi a Candia come a Venezia i giudici del proprio, i signori della notte, quelli della pace, il piccolo consiglio, o signoria, il grande cancelliere, e soprattutto il maggior consiglio, che nella stessa epoca di quello di Venezia fu dichiarato nobile ed ereditario. Perciò quando, del 1669, la città di Candia fu presa dai Turchi, e che la repubblica perdette la colonia, i gentiluomini di quel consiglio richiamati nella metropoli, furono risguardati come non avessero mai perduti i loro ereditarj diritti; e tutti i nobili candiotti dichiarati nobili veneziani, e come tali registrati nel libro d'oro[223].
Le frequenti sedizioni de' Candiotti, le non meno frequenti invasioni de' Greci sudditi di Vatace, di Teodoro Lascari, o di Paleologo tennero questa colonia in continui pericoli in tutto il tredicesimo secolo. Fu pure contrastata ai Veneziani dai Genovesi che quasi nel tempo della prima conquista avevano saputo formar uno stabilimento nell'isola. Questo popolo era geloso degl'immensi dominj che i Veneziani avevano acquistati nel Levante, e più ancora dell'estensione del loro commercio e delle loro ricchezze. I Genovesi avevano più volte tentato di appropriarsi alcune isole dell'Arcipelago, ed alcune piazze forti della Morea. Tale gelosia avvelenò una lite eccitata tra le due popolazioni dal solo punto d'onore nella città di Tolemaide ossia san Giovanni d'Acri.
Di tutte le conquiste fatte in Terra santa più non restavano ai Cristiani che due o tre piazze sulle coste della Siria, la più forte delle quali era san Giovanni d'Acri, ov'eransi rifugiati quasi tutti i Latini scacciati dal regno di Gerusalemme[224]. Ognuno presumeva di trovare in questo asilo la stessa indipendenza di cui aveva goduto ne' feudi ond'era stato spogliato; di modo che questa sola città trovossi divisa in sei o sette differenti sovranità. Il re di Gerusalemme, i conti di Tripoli e di Edessa, il gran maestro dell'ospitale e del tempio, i Pisani, i Veneziani, i Genovesi avevano tutti il proprio quartiere. Nacque tra gli ultimi una contesa pel possesso della chiesa di san Sabba, che non era stata con precisione assegnata all'una delle due nazioni. I Veneziani, per decidere questa disputa, volevano farne arbitro il papa; ma i Genovesi presero le armi, ed impadronitisi della chiesa, la fortificarono; nè di ciò contenti assalirono i magazzini de' Veneziani in Acri ed in Tiro, e gli scacciarono dal loro quartiere[225].
Non prenderemo a descrivere le zuffe che per vendicare questa prima offesa i due popoli si diedero in tutti i mari dell'Italia e del Levante. Siccome nelle battaglie navali s'affrontano ad un tempo la furia de' nemici, i pericoli del mare, e spesso quelli della burrasca, gli uomini danno prova della maggiore intrepidezza di cui possa essere capace una debole creatura, la quale in tale cimento sembra innalzarsi al livello de' dominatori della natura. Ma i prosperi o gl'infelici avvenimenti delle battaglie di mare non influiscono direttamente sulla sorte delle nazioni come quelle delle armate di terra; e quando non trovasi tra i guerrieri qualche illustre personaggio che a sè richiami lo sguardo della posterità, quando le battaglie navali sono dirette da capitani oscuri, quando finalmente la guerra si fa piuttosto da armatori indipendenti che dalle flotte d'una nazione, difficile e nojoso diventa il racconto delle particolari circostanze; di modo che tutto quanto noi potremmo dire intorno alle vicendevoli sconfitte delle flotte veneziane e genovesi, nulla aggiugnerebbe all'idea generale che formar ci possiamo d'una inutile perdita di gente e di tesori.
Vero è per altro che la rivalità de' Genovesi coi Veneziani produsse un notabile cambiamento nelle alleanze delle due nazioni. I Veneziani che fino a tale epoca erano stati i protettori del partito guelfo, ed avevano lungo tempo fatto guerra a Federico II poi ad Ezelino, staccaronsi dal papa per allearsi da una banda coi Pisani, implacabili nemici dei Genovesi, dall'altra con Manfredi che aveva da vendicare sui Genovesi le antiche ingiurie, ed in particolare l'ajuto dato al loro compatriotto Innocenzo IV[226]. La lega dai Veneziani contratta coi nemici del papa incoraggiò i Genovesi a contrarne un'altra che fu ancora più scandalosa. Spedirono essi ambasciatori a Michele Paleologo, imperatore dei Greci, per impegnarlo a perseguitare più caldamente i Veneziani loro comuni nemici, esibendosi di ajutarlo a ritogliere dalle mani de' Veneziani e de' Francesi la città di Costantinopoli, che avrebbe dovuto essere la capitale di Paleologo, e che di tanti acquisti era quasi il solo che ancora fosse in potere de' Latini. Il trattato di alleanza fu sottoscritto a Nicea il giorno 13 marzo del 1261[227]. Paleologo esentò i Genovesi dai diritti di pedaggio in tutti i suoi porti, e questi invece gli promisero un certo numero di vascelli di guerra ad un determinato prezzo. Infatti essi ne armarono sei, e dieci galere, che immediatamente spedirono in Levante.