Un più pericoloso demagogo cercò in seguito di farsi un partito nel popolo, e fu questi Oberto Spinola, capo di una delle quattro più nobili, più antiche e più potenti famiglie di Genova. Queste famiglie che verso la metà del tredicesimo secolo cominciavano ad uscire assolutamente dalla linea di tutte le altre, erano i Grimaldi, i Fieschi, i Doria e gli Spinola. Pareva che nell'elezione del 1264 i Grimaldi avessero avuto maggior parte alle magistrature ed a tutti i consigli, che le tre altre famiglie. Tutte ne aveano conceputo gelosia, ma Oberto Spinola seppe egli solo approfittarne. Tentò di ottenere la carica di capitano del popolo, che era stata data a Boccanigra, e sebbene non riuscì nell'intento in quest'occasione, si pose in relazione col partito popolare; relazione, che mantenutasi nella sua famiglia, fu lungo tempo cagione alla repubblica di pericolose scosse, minacciandola frequentemente di rapirle la libertà[247].

E per tal modo le due più potenti repubbliche marittime riformavano nello stesso tempo la loro costituzione, ma in senso contrario. Una, partendo da una democrazia reale, s'avanzava segretamente, lentamente e senza scosse verso un'aristocrazia forte e regolare: l'altra, governata da una nobiltà inquieta, faceva violenti sforzi e spesso inutili per tornare alla democrazia; spesso ancora invocava imprudentemente la potenza di un solo uomo per istabilire l'autorità di tutti. Infinite circostanze influiscono sempre sulla costituzione de' popoli. Benchè i Genovesi ed i Veneziani avessero le stesse abitudini, il medesimo carattere, il medesimo amore per la libertà, benchè parlassero il medesimo linguaggio, nello stesso tempo, e per così dire nello stesso paese, presero due contrarie direzioni per arrivare allo stesso scopo. In un altro capitolo avremo occasione di volgere lo sguardo alla terza repubblica marittima, a Pisa, la cui storia, meno conosciuta, è per molti rispetti simile a quella di Genova.

CAPITOLO XXI.

Carlo d'Angiò, chiamato dai papi, procura in Italia al partito guelfo una assoluta superiorità. — Conquista il regno di Napoli. — Disperde l'armata di Corradino, e fa perire questo principe sul patibolo.

1261 = 1268.

Il regno d'Alessandro IV era stato un'epoca favorevole alla fazione ghibellina. Manfredi, approfittando della debolezza di questo pontefice, aveva stabilita la sua autorità nel regno di Napoli; e nello stesso tempo i Ghibellini fiorentini avevano obbligata tutta la Toscana ad accostarsi al loro partito: e se nella Marca ed in Lombardia era stata distrutta la tirannide d'Ezelino, lo fu col favore dell'alleanza contratta co' capi ghibellini, il marchese Pelavicino e Buoso di Dovara, da' Guelfi di Milano, di Ferrara e di Padova. Finalmente a quest'epoca la casa della Torre a Milano erasi alienata dalla santa sede; ed a Verona, come nella Marca Trivigiana, Mastino della Scala erasi posto alla testa del partito ghibellino. Ma Alessandro IV morì il 25 maggio del 1261, ed il suo successore con mano più ferma e potente rovesciò bentosto la bilancia politica d'Italia.

Questo successore, che prese il nome di Urbano IV, era francese, nativo di Troia nella Sicampagna[248] e di bassa condizione, ma aveva saputo co' suoi talenti acquistarsi il vescovado di Verdun, poi il patriarcato di Gerusalemme. Era quest'istesso anno tornato da Terra santa per sollecitare i soccorsi del papa e de' Latini in favore de' Cristiani di Levante. I cardinali, che trovavansi ridotti al numero di otto, dopo tre mesi di conclave senza aver riuniti i suffragi a favore d'un membro del loro collegio, credettero di non poter trovare tra i prelati non cardinali chi fosse più del patriarca di Gerusalemme degno della tiara.

Forse Urbano non sarebbe stato severo giudice di Manfredi, se la causa di questo re avesse dovuto essere da lui solo giudicata; ma, agli occhi di un papa, Manfredi era reo del gravissimo delitto di non essersi assoggettato al giudizio della santa sede che lo aveva condannato. L'indipendenza de' sentimenti è ciò che più offende le anime intolleranti; e l'altrui libertà diventa un'ingiuria in faccia a chi volle sempre vivere nella servitù. Urbano che non aveva alcuna personale cagione d'inimicizia con Manfredi e niun interesse nella sua caduta, Urbano che non poteva ripromettersi dalla sua politica nè l'incremento del potere della Chiesa, nè la libertà di Terra santa, pure attaccò Manfredi con maggiore violenza ed ostinazione, che non avrebbe fatto lo stesso Innocenzo IV.

Durante la vacanza della santa sede, i Saraceni di Manfredi erano entrati nella campagna di Roma: Urbano non si limitò a dar ordine al re di Sicilia di richiamarli[249], ma pubblicò contro di lui una crociata, con tutte le indulgenze che accordavansi a' liberatori di Terra santa; nominò capitano delle truppe pontificie Rugiero di san Severino, uno degli emigrati napoletani, commettendogli di adunare sotto le sue insegne tutti i ribelli del regno. In tale maniera obbligò le truppe di Manfredi alla ritirata, e l'annalista Rainaldo crede pure che Urbano le attaccasse personalmente[250].