Urbano, non contento di questo primo atto, che avrebbe potuto risguardarsi come una giusta difesa dello stato della Chiesa, citò Manfredi a comparire innanzi a lui per purgarsi de' delitti onde era incolpato, delle sue relazioni co' Saraceni, della sua perseveranza nel far celebrare i santi misteri ne' paesi colpiti dall'interdetto, finalmente delle condanne e pene capitali di molti suoi sudditi che egli risguardava come altrettanti omicidj, perchè non conosceva nè la sovranità, ne l'autorità giudiziaria del re di Sicilia. Questa citazione non fu a Manfredi notificata, ma soltanto affissa alle porte della chiesa d'Orvieto, residenza d'Urbano[251]. Informato che Manfredi trattava con Giacomo re d'Arragona di dare al di lui figliuolo sua figliuola Costanza, (1262) scrisse a Giacomo per dissuaderlo dall'alleanza colla famiglia di Manfredi, di cui gli enumera tutti i supposti delitti, indi soggiugne: «Come mai ha potuto entrare nel tuo cuore così strano progetto? come mai, o figliuol mio, l'altezza dell'animo tuo ha potuto tanto abbassarsi? come hai tu solamente tollerato che ti si proponesse per consorte di tuo figliuolo la figlia d'un uomo qual è Manfredi? è forse tuo figlio talmente disprezzato dagli altri principi, che non possa trovare un'illustre sposa tra le fanciulle di reale stirpe? Qual vergogna sarebbe la tua di macchiare con tale maritaggio lo splendore del tuo sangue! qual detestabile opera, legare con sì stretta parentela un figliuolo tanto devoto alla Chiesa col suo nemico e persecutore[252]!» A fronte di così calde rimostranze questo matrimonio, che trasmetteva agli Arragonesi il diritto ereditario alla corona di Sicilia, ebbe effetto: ma san Luigi che aveva domandata per suo figlio una figlia dello stesso Giacomo, parve così scandalizzato dal pensiere di contrarre qualche relazione con un nemico della Chiesa, che sospese il trattato, e diede ad Urbano speranza di non procedere più avanti. Questi prese da ciò motivo di felicitarlo; anzi mandò in Francia uno de' suoi notaj sotto coperta di ringraziare il re di tale deferenza[253]; ma in realtà per far rivivere il progetto, formato prima da Innocenzo IV, di trasferire la Corona di Sicilia a Carlo d'Angiò fratello di san Luigi. La lettera del papa al suo notaro Alberto ci svela le difficoltà che ritardavano questo trattato.

«Noi abbiamo ricevute le tue lettere dalle quali rileviamo, tra le altre cose, che il nostro caro figlio in Gesù Cristo, l'illustre re di Francia, ascolta gli artificiosi discorsi di coloro che vogliono dissuaderlo dai negoziati, per istringere i quali ti abbiamo mandato alla sua corte. Essi cercano di fargli credere che Corradino nipote di Federico, già imperatore de' Romani, possa avere alcun diritto sul regno di Sicilia, e che nel supposto che ne sia cotale diritto decaduto, sarebbe per concessione della santa sede passato in Edmondo figlio del nostro carissimo figlio in Gesù Cristo, il re d'Inghilterra. Così adunque, benchè veda nella nomina di suo fratello l'onore e la felicità della Chiesa romana, ed i mezzi di soccorrere l'Impero di Costantinopoli e di Terra santa, come ardentemente lo desidera, pure sta in forse; e forse non avrebbe il torto se ciò che dicono certi suoi consiglieri fosse vero; egli teme d'invadere ciò che risguarda come eredità d'un altro.... Noi offriamo il sagrificio delle nostre lodi a Dio, a quel Dio che tiene in sua mano i cuori de' re; noi gli rendiamo grazie di conservare il re di Francia in tanta purità di coscienza.... Ma questo re deve avere in noi e ne' nostri fratelli maggiore confidenza; deve credere senza ombra di dubbio, che mentre lo risguardiamo come il prediletto figlio della Chiesa romana, che mentre noi nudriamo per lui un particolare affetto, non esporremmo la sua persona o i suoi stati a qualche pericolo, nè il suo nome alla maldicenza ed allo scandalo, nè la sua anima, di cui ci è confidata la difesa, alla dannazione. Egli deve credere che noi ed i nostri fratelli vogliamo, col divino ajuto, conservar pure le nostre coscienze e salvare le anime nostre innanzi all'autore d'ogni salute; e noi sappiamo di certa scienza, che niente di tutto quanto vogliamo fare, non offende i legittimi diritti di Corradino, o di Edmondo; o d'alcun altra persona[254]

La sentenza di deposizione, fulminata nel concilio di Lione da papa Innocenzo, colpiva tutta la discendenza di Federico II; e la Chiesa aveva pronunciata nel più solenne modo la diseredazione di Corrado e di Corradino, onde il santo re Luigi non osava opporsi a tale giudizio, benchè ne sentisse nel suo cuore l'ingiustizia, e non volesse raccoglierne i frutti; per la qual cosa rifiutò la corona di Sicilia, che il papa gli aveva offerta per uno de' suoi tre minori figli[255]. L'investitura formalmente accordata da un papa a Edmondo, figliuolo del re d'Inghilterra, ritraeva i principi francesi dall'accettare le offerte d'Urbano, più che non faceva il diritto ereditario della casa di Svevia sui regni che tuttora possedeva. Il papa, per calmare i loro scrupoli, unì al suo notajo Alberto un uomo più interessato a procurare nemici a Manfredi, Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza, irriconciliabile nemico del suo re.

Questo prelato passò prima alla corte d'Enrico III re d'Inghilterra, che trovò impegnato in una guerra civile co' suoi baroni, perchè rifiutavasi di eseguire i capitoli della gran carta del regno, che egli aveva giurato d'osservare. L'arcivescovo approfittò dell'imbarazzo in cui era il re, per ottenere da lui e da suo figliuolo Edmondo una formale rinuncia a tutti i diritti che Alessandro IV aveva potuto trasferir loro sul regno di Napoli. Per ridurli a tale atto si fece a rappresentar loro, che non avevano punto soddisfatte le condizioni espresse nell'investitura; che non erano presentemente in istato di soddisfarle; e che intanto la Chiesa aveva bisogno di pronti e potenti soccorsi. In pari tempo offriva al re inglese tutto il potere della Chiesa contro i suoi sudditi; e ricompensò la condiscendenza d'Enrico III e d'Edmondo collegandosi con loro contro le libertà britanniche[256].

L'arcivescovo di Cosenza si recò colla rinuncia di Edmondo presso san Luigi; e, dimostrando essere i diritti della Chiesa maggiori di quelli di Corradino, se non dissipò interamente i rimorsi del santo re, li fece almeno tacere. Di una affatto diversa natura era la negoziazione pendente con Carlo d'Angiò, che gli scrupoli non ritraevano dall'accettare una corona, cui la propria ambizione e la vanità della consorte gli facevano desiderare; ma il papa l'accordava a troppo onerose condizioni: e siccome non prometteva che ajuti vani di parole ed un titolo litigioso, Carlo d'Angiò, che doveva conquistare il regno a sue spese e colle proprie forze, esponendosi a tutti i pericoli ed a tutte le difficoltà dell'impresa, non voleva impegnarsi in una guerra, finchè la santa sede si ostinava a guardare per sè i frutti de' suoi pericoli.

Il papa aveva da principio proposto, che Carlo d'Angiò promettesse di rimettere alla Chiesa Napoli, tutta la Terra di Lavoro e le adiacenti isole, inoltre la valle di Gaudo. Carlo vi si rifiutava apertamente, e quest'inutile negoziato fece perdere al papa un anno[257]. Finalmente, per mezzo dell'arcivescovo di Cosenza, Urbano offrì al principe francese l'investitura de' due regni della Sicilia e della Puglia, quali erano stati posseduti dai re Normanni e Svevi, tranne soltanto la città di Benevento col suo territorio, ed un annuo tributo di dieci mila once d'oro.

(1264) Poichè furono accettate tali condizioni, il papa spedì in Francia Simone, cardinale di santa Cecilia, per affrettarne l'esecuzione. Gli consegnò le più pressanti lettere dirette a san Luigi, nelle quali accusava Manfredi d'avere raddoppiate le vessazioni contro la santa sede dopo avere avuto avviso delle negoziazioni intraprese per ispogliarlo de' suoi stati, e gli rappresentava coi più vivi colori i pericoli ai quali questo principe esponeva la religione, se la Francia non prendeva le difese della santa Chiesa[258].

Quando Carlo d'Angiò scese in Italia, aveva quarantasei anni: come figlio di Francia aveva per suo appannaggio la contea d'Angiò, e per conto della moglie era sovrano della Provenza. Questa era la quarta figliuola di Raimondo Berengario, ultimo conte di Provenza. Le maggiori sorelle avevano sposato i re di Francia, d'Inghilterra e di Germania[259], onde Berengario, dopo averle così riccamente maritate, lasciava l'ultima erede de' suoi stati, affinchè suo marito rinnovasse la casa de' Conti di Provenza[260]. Allora era questo il maggior feudo della corona di Francia; e Carlo d'Angiò, dopo i re, era fuor di dubbio il più ricco e potente principe d'Europa. Anche le sue qualità personali lusingavano il papa di felice successo; e nella guerra di Terra santa erasi acquistata riputazione di valoroso soldato e di esperto capitano: «Fu Carlo, dice Giovanni Villani, uomo savio e prudente nel consigliare, prode nelle armi, aspro e temuto da tutti i re del mondo, magnanimo e di pensieri elevati, che niuna intrapresa gli era superiore; costante nelle avversità, fermo e fedele nelle sue promesse, parlando poco ed adoperando molto; non fu quasi mai veduto ridere; di temperati modi come un religioso, zelante cattolico, aspro nel fare giustizia, di guardatura feroce. Fu di statura alta e nerboruta, di colore olivastro, e col naso assai grande. La sua persona sembrava più che quella di alcun altro veramente fatta per la reale maestà. Dormiva pochissimo.... Fu prodigo d'armi verso i suoi cavalieri; ma avido d'acquistare da qualunque parte si fosse, terre, signorie, danaro, per supplire alle sue intraprese. Egli non si dilettò mai di buffoni, di trovatori, o poeti, nè di cortigiani»[261].

Mentre Carlo adunava un esercito per l'impresa cui erasi impegnato, e mentre Beatrice, sua consorte, aspirando ad avere, come le altre sorelle, il titolo di regina, impegnava tutti i suoi giojelli per provvederlo di danaro, altri Francesi combattevano di già in Italia a favore della chiesa. Se dobbiamo credere a Matteo Spinelli, Roberto, conte di Fiandra e genero di Carlo, aveva, in luglio del 1261, condotta in Italia una grossa armata di crociati francesi per attaccare Manfredi, che questi Francesi non conoscevano, e per difendere la chiesa, benchè affatto stranieri a' suoi interessi[262]. Tale sorta di gente, sotto il nome di religione, non pensa che a soddisfare a quella inquieta attività che la spinge sempre a tentar nuove cose, senza mai prender a cuore la causa cui sembrano servire. Costoro ripongono il loro godimento nei mezzi e non nel fine d'ogni cosa; il loro coraggio non è animato da una passione abbastanza nobile per esporsi a grandi sagrificj; ma da un segreto sentimento della propria nullità, da un nascosto disprezzo di sè medesimi, che associano al desiderio di illudere gli altri. Impazienti di segnare qualche orma d'un'esistenza, che per sè medesima non merita di fissare l'attenzione del pubblico, armansi indifferentemente a vantaggio o in danno della Chiesa, per la libertà o per la tirannide: sempre sperando coll'essere prodighi delle loro vite, di uscire da quella nullità che tanto li tormenta; ed ignorano che non il disprezzo della vita, ma il solo amore d'una nobile causa rende l'uomo glorioso; che, per rendere un culto alle idee generose, non si deve adoperare in maniera che i più grandi sagrificj impiccioliscano, ma sentirne la grandezza e non lasciare di farli; che colui che sprezza la sua esistenza non fa che indicare agli altri il disprezzo in cui la debbono tenere; che quello che cerca gli altrui suffragi senza nutrire egli stesso veruna stima di sè medesimo, potrà forse veder soddisfatta la sua vanità; ma non acquisterà gloria.