I crociati francesi, dopo aver ricevuto a Viterbo la benedizione d'Urbano IV, inoltraronsi fino al Garigliano, e vennero più volte alle mani con Manfredi e co' suoi Saraceni: talvolta vittoriosi e talvolta vinti, versarono il proprio e l'altrui sangue; ma

Fama di loro il mondo esser non lassa;

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa[263].

L'avviso del vicino arrivo di Carlo d'Angiò operava di già un cambiamento nel sistema politico d'Italia. Il partito ghibellino aveva acquistato, per la sola inconsiderata condotta degli ecclesiastici, una superiorità sproporzionata alle sue forze, ch'egli perdette tosto che i suoi avversarj ebbero speranza d'uno straniero soccorso. Filippo della Torre, signore di Milano, ch'erasi per politica accostato ai Ghibellini a fronte dell'inclinazione della sua famiglia e della sua patria, fu il primo a staccarsene. L'anno 1264, come l'abbiamo osservato nel precedente capitolo, licenziò il marchese Pelavicino, che con i suoi cavalieri era stato preso al soldo del comune di Milano[264]; si collegò con Carlo, e chiese ed ebbe da lui un podestà provenzale, Barral di Baux, che governò Milano un anno. In pari tempo il marchese Obizzo d'Este, che quest'anno succedeva a suo avo nel governo di Ferrara, rialzava il partito guelfo nella Marca Trivigiana[265] e stringeva alleanza col conte di san Bonifacio, signore di Mantova, e con tutte le città che avevano scosso il giogo di Ezelino. Vero è che la Toscana restava ancora tutta intera in potere de' Ghibellini, nella quale lega era stata forzata ad entrare del 1263 la stessa repubblica di Lucca, cacciando dal suo territorio tutti que' Guelfi stranieri, cui da tre anni prestava generoso asilo[266]. Ma questi Guelfi, ed in particolare i Fiorentini, riunitisi in Bologna, eransi tutti dati alla professione delle armi. Sempre disposti a combattere per la stessa causa, essi cercavano di vendicarsi sui Ghibellini lombardi dei mali sofferti nella loro patria. Essendo a Modena scoppiata una lite tra le due fazioni, volarono in soccorso de' Guelfi, i quali, cacciati di città i Ghibellini, rimasero soli padroni dell'amministrazione della repubblica[267]. Colà i fuorusciti fiorentini nominarono loro capitano Forese degli Adimari, sotto la di cui condotta, pochi mesi dopo, fecero trionfare i Guelfi anche in Reggio[268]: e finalmente avendo avuto lo stesso successo a Parma[269], tutta la contrada posta tra il Po e gli Appennini fu principalmente per opera loro richiamata all'ubbidienza della Chiesa. Oltre i pedoni avevano formato un corpo di quattrocento cavalli ben montati e ben disciplinati, essendosi procurati a spese de' loro nemici quanto loro abbisognava.

Intanto Manfredi non trascurava verun mezzo per difendersi dai nuovi nemici che la Chiesa gli andava facendo. In sul finire di settembre mandò in Lombardia il conte Giordano con quattrocento lancie e molto danaro per unirsi al marchese Pelavicino, onde impedire la discesa de' Francesi in Italia[270]; ed egli medesimo il 18 ottobre dello stesso anno entrò nella Marca d'Ancona con nove mila Saraceni. Nel 1261 era stato eletto da una fazione senatore di Roma[271], onde aveva nominato Pietro di Vico suo vicario in quella città, mandandogli un corpo di truppe tedesche perchè si fortificasse nell'isola del Tevere. Il vicario di Manfredi veniva spesso alle mani coi partigiani del papa[272], sperando di potere quando che fosse rendersi padrone di tutta la città. Per ultimo Manfredi aveva impegnati i Pisani ad allestire una potente flotta, che unita a quella della Sicilia ammontava ad ottanta galere, e che pareva sufficiente ad impedire il passaggio di Carlo d'Angiò, qualora preferisse la via del mare[273].

Appena ridotti a termine i preparativi di guerra da ambo le parti, papa Urbano IV morì, e, fino all'elezione del suo successore, Manfredi potè lusingarsi che il nuovo pontefice sarebbe men caldo nel perseguitarlo. Ma Urbano che non trovò che otto cardinali quando fu fatto papa, non dimenticò di crearne molti; di modo che l'elezione del suo successore trovossi tra le mani delle sue creature; la sua influenza, mantenendosi anche dopo la sua morte, il conclave gli sostituì il cardinale di Narbona, anch'esso francese, ed immediato suddito di Carlo d'Angiò, il quale in tempo dell'elezione trovavasi legato straordinario presso di questo principe. O la politica della corte di Roma non fu mutata dalla sua accessione, o non si rese che più subordinata alla politica francese.

I Romani, egualmente incapaci di servire e di viver liberi, mentre Urbano IV negoziava ancora con Carlo d'Angiò, avevano fatto offrire a questo principe l'ufficio di senatore della loro città, che l'opposta fazione aveva conferito a Manfredi. Pare che il solo motivo che li movesse a dare questa carica a due monarchi, fosse vanità ed amor della pompa: invece d'onorare uno de' loro eguali colla loro confidenza, si credevano al contrario onorati trovando un re che volesse loro comandare. Sebbene il papa avesse ragione di temere dell'influenza che un principe potente acquistar potrebbe in Roma, se veniva ad esercitarvi quella magistratura, aveva permesso però che fosse data a Carlo, perchè sentiva troppo bene quanto tornerebbe utile a questo principe l'aver Roma dipendente nella circostanza d'attaccare il regno. Frattanto sotto comminatoria d'annullare il trattato d'investitura, il papa volle da Carlo il giuramento di rinunciare alla dignità di senatore tosto che avesse fatta la conquista delle due Sicilie, o soltanto della maggior parte di quelle province, avendolo in prevenzione assolto del contrario giuramento cui i Romani intendevano d'obbligarlo, quello di conservare finchè vivesse la dignità senatoria[274]. Carlo impaziente d'avvicinarsi agli stati che doveva conquistare, risolse di venire per mare a Roma, onde prendervi possesso della dignità di senatore, senz'aspettare l'armata destinata a combattere Manfredi.

Clemente IV, successore d'Urbano, aveva raffermata la missione in Francia del cardinale di santa Cecilia, autorizzandolo, benchè non l'avesse fatto il suo predecessore, a commutare in una crociata contro Manfredi i voti di coloro ch'eransi crociati per liberare Terra santa. Nè i motivi religiosi furono i soli mezzi che s'impiegassero in Francia per unire una potente armata; anche considerabili leve di gente si fecero nelle suddite contee d'Angiò e di Provenza. Beatrice prodigava i tesori della sua ricca eredità per fare dei soldati a suo marito; e Carlo, ricordando le passate vittorie sugl'infedeli, assicurava i più ricchi feudi nelle due Sicilie a coloro che l'ajuterebbero a conquistarle. Finalmente san Luigi che vedeva con piacere il suo caldo ed inquieto fratello occuparsi fuori del proprio regno, lo provvide per l'impresa di Napoli d'uomini e di denaro. Con tanti mezzi Carlo adunò un'armata di cinque mila cavalli, di quindici mila pedoni e di dieci mila balestrieri[275]. Ne diede il comando a suo genero Roberto di Bethune, figlio del conte di Fiandra, cui san Luigi diede per consigliere Giles le Brun, contestabile di Francia; e Guidi Monforte, quarto figlio del conte di Leicester, che dopo la rotta di suo padre ad Evesham erasi rifugiato in Francia, si unì con lui. Mentre la contessa Beatrice disponevasi a scendere in Italia con quest'armata, Carlo, presi con lui soli mille cavalieri, s'imbarcò a Marsiglia sopra una flotta di venti galere, che vi aveva fatto allestire, e fece vela per le foci del Tevere.