L'ammiraglio di Manfredi dopo aver cercato di chiudere la navigazione del Tebro con palificate, erasi situato colla sua flotta presso le coste dello stato della chiesa. Una terribile burrasca sopraggiunta mentre Carlo attraversava il mar di Toscana fu la salvezza di quest'ultimo, perchè costrinse la flotta combinata di Sicilia e di Pisa a prendere il largo. Vero è ch'egli stesso non isfuggì alla violenza della tempesta, e fu gittato con alcune galere verso Porto Pisano, ove poco mancò che non fosse sorpreso dal conte Guido Novello, luogotenente di Manfredi in Toscana. Rimessosi in mare, il suo vascello fu spinto dal vento verso la foce del Tevere, onde entrato in una leggiera nave, rimontò con quella il fiume, ed andò ad alloggiare quasi solo nel convento di san Paolo fuori delle mura di Roma. L'inquietudine da cui fu preso, trovandosi solo, e quasi tra le mani de' suoi nemici, cessò ben presto, perchè lo sopraggiunsero le truppe che erano con lui montate sulla flotta. Il 24 maggio del 1265 fece alla loro testa il suo ingresso nella capitale del mondo, in mezzo alle grida de' Romani che lo proclamavano loro difensore[276].
Passò il rimanente dell'anno prima che l'armata crociata, condotta dalla contessa Beatrice, giugnesse in soccorso di Carlo, e questi approfittò del presente ozio per negoziare col papa che risiedeva in Perugia. Le prime relazioni furono miste di lagnanze e di rimproveri. Carlo avea preso possesso del palazzo di Laterano per alloggiarvi con i suoi cavalieri; ma Clemente ben tosto gli scrisse: «Tu hai fatta di tuo solo capriccio e senza alcuna necessità un'azione che verun principe religioso non avrebbe fin qui osato di fare, ordinando, in onta alla decenza, alle tue genti d'entrare nel palazzo di Laterano.... Vogliamo che tu lo sappia, e che sii persuaso che non sarà giammai per piacerci che il senatore di Roma, qualunque siano la sua dignità ed i suoi meriti, abiti l'uno o l'altro de' nostri palazzi della città.... A te dunque s'appartiene, mio caro figliuolo, d'accomodarti senza dispiacere al nostro volere. Cerca un'altra stanza per te in una città così abbondante di palazzi, e non ti far già a credere che ti facciamo sortire con disonore dalla nostra casa, quand'anzi noi pensiamo di provvedere all'onor tuo»[277].
Carlo si sottomise con docilità a questa riprensione, e pochi giorni dopo il papa commise a quattro cardinali di porre sul capo del conte d'Angiò, nella basilica di san Giovanni di Laterano, la corona dei regni di Sicilia al di qua ed al di là del Faro, di consegnargli il gonfalone della chiesa, di fargli prestare il giuramento d'osservare le condizioni della sua investitura, della quale ne fu fatta lettura a tutto il popolo, e di ricevere in nome del pontefice la promessa di vassallaggio per tutti i paesi che avrebbe conquistati[278].
Le principali condizioni annesse a questa investitura erano: l'eredità per i soli discendenti di Carlo in ambo i sessi, ed in loro mancanza il ritorno della corona alla Chiesa romana; l'incompatibilità della corona di Sicilia con quella dell'impero, o col dominio della Lombardia o della Toscana, l'annuo tributo d'un palafreno bianco e di otto[279] mila once d'oro; il sussidio di trecento cavalieri mantenuti tre mesi ogni anno in servigio della Chiesa; la cessione di Benevento e del suo territorio al patrimonio di san Pietro; finalmente il preservamento di tutte le immunità ecclesiastiche pel clero delle due Sicilie. In prevenzione fu pronunciata la perdita d'ogni diritto sui due regni contro quel re discendente di Carlo d'Angiò, che non sarebbe fedele mantenitore di tutte l'espresse condizioni[280].
Intanto l'armata crociata si andava lentamente adunando in Borgogna, di dove passò in Savoja, ed attraversate le Alpi, pel Monte Ceniso scese in Piemonte in sul finire dell'estate del 1265[281]. Il marchese di Monferrato, alleato della fazione guelfa e delle città di Torino e d'Asti, lasciò libero il passaggio ai Francesi.
Benchè il partito di Manfredi avesse avuta in Lombardia qualche perdita, conservava però ancora una linea di città ghibelline che sembravano tagliare ogni comunicazione tra l'Italia superiore e la bassa. Mastino della Scala, potente cittadino di Verona, erasi coll'appoggio del partito ghibellino reso padrone della sua patria; Brescia e Cremona erano dipendenti dal marchese Pelavicino, che pure reggeva le città di Piacenza e di Pavia. Pare che il marchese Pelavicino si fosse dapprima posto in vicinanza delle due ultime città colle proprie truppe e con quelle che gli aveva mandate Manfredi sotto gli ordini del marchese Lancia; e che perciò l'armata de' crociati lasciasse la strada che naturalmente dovea tenere da Asti a Parma. Pelavicino rimase nella sua posizione con circa tre mila cavalli tedeschi e lombardi finchè i Francesi furono nel Monferrato, e non ritornò verso il Nord a Soncino che quando li vide entrare nel Milanese. Un'altra meno forte divisione sotto il comando di Buoso da Dovara custodiva il piano del Nord del Po ed il passaggio dell'Oglio. I Francesi non sapevano quale strada tenere, quando Napoleone della Torre loro si fece incontro e li condusse a traverso del Milanese fino a Palazzuolo sul territorio di Brescia, ove dovevano passar l'Oglio. Il marchese Obizzo d'Este ed il conte di san Bonifacio gli si affacciarono dall'opposta banda del fiume; onde Buoso di Dovara, temendo d'essere avviluppato, non osò, o non fu in istato di opporsi al passaggio dell'Oglio; e rimase chiuso in Cremona, mentre l'armata guelfa s'avvicinò a Brescia, prese Montechiaro, sconfisse a Capriolo l'armata di Pelavicino che gli era corsa incontro; indi per lo stato di Ferrara entrò ne' paesi occupati dai Guelfi[282].
L'armata francese giunta a Ferrara, invece di trovare opposizione lungo la strada di Roma, incontrava dovunque nuovi rinforzi di Guelfi; prima i quattrocento uomini d'armi de' fuorusciti fiorentini, poi i sudditi del marchese d'Este e del conte di san Bonifazio, indi quattro mila Bolognesi, strascinati dalle prediche del vescovo di Sulmona, presero la croce contro Manfredi e si unirono all'armata francese, la quale arrivò alle porte di Roma gli ultimi giorni dell'anno.
(1266) Carlo non aveva danaro per pagare così numeroso esercito; il papa rifiutavasi di somministrarne, e forse non lo poteva[283]. Se il conte d'Angiò differiva fino alla primavera ad avanzarsi contro al nemico, non avrebbe potuto probabilmente impedire la diserzione della sua armata; si pose perciò subito in cammino, prendendo la strada di Ferentino, onde entrare nel regno per Ceperano e Rocca d'Arce.