Manfredi nulla aveva trascurato di tutto quanto poteva contribuire a tenergli il popolo affezionato, e per eccitarlo ad una vigorosa difesa aveva adunato presso Benevento un parlamento de' baroni e de' feudatarj del suo regno, e gli aveva esortati ad armare tutti i loro vassalli per la difesa delle proprie famiglie[284]. Aveva inoltre richiamate tutte le truppe, prima mandate in Toscana ed in Lombardia, e spedito in Germania per assoldare due mila cavalli. Aveva confidata al conte di Caserta, suo cognato, la difesa del Garigliano nel luogo in cui presso Ceperano questo fiume serve di confine a' suoi stati; aveva lasciata a San Germano una forte guarnigione di Tedeschi e di Saraceni, ed egli medesimo col grosso dell'armata trovavasi a Benevento. I Francesi s'avanzavano verso il suo regno per la strada superiore, ossia di Ferentino. Il conte di Caserta abbandonò vilmente il suo posto, lasciando senza difesa il passaggio del Garigliano: la fortezza di Rocca d'Arce, creduta inespugnabile, venne presa d'assalto, e quella di San Germano cadde in potere del nemico dopo una battaglia nella quale la maggior parte de' Saraceni fu tagliata a pezzi dai Francesi[285].
Se i Pugliesi avevano manifestato poco attaccamento al re e poco zelo per la sua difesa quando le forze sembravano eguali, i primi successi de' Francesi accrebbero la loro inclinazione alla ribellione, e la viltà si nascose sotto l'esteriore del malcontento e della sedizione. Aquino e tutti i castelli della contrada aprirono le porte al vincitore; le gole delle montagne d'Alife furono abbandonate, ed egli penetrò senza incontrar resistenza fino nella campagna di Benevento a due miglia da questa città, presso alla quale Manfredi aveva adunata la sua armata. Questo principe, che scopriva tra i suoi aperti indizj di tradimento e di scoraggiamento, tentò di prender tempo ritardando la marcia di Carlo con proposizioni d'accomodamento; ma a' suoi ambasciatori rispose il conte in francese: «Andate, e dite al sultano di Nocera che io non voglio che battaglia; e che questo giorno o io metterò lui all'inferno, o egli manderà me in paradiso[286].»
Il fiume Calore che scorre innanzi a Benevento divideva le due armate: forse se Manfredi si fosse approfittato delle sue naturali fortificazioni per evitare la battaglia, l'armata di Carlo, che già mancava di vittovaglie, sarebbe stata ridotta a dure necessità, come l'assicurano alcuni storici contemporanei; ma Manfredi non voleva rimanere più oltre nell'avvilimento di andare rinculando in faccia ad un nemico, cui ogni successo procacciava nuovi partigiani, e che fino allora aveva sempre saputo procurarsi munizioni col saccheggio delle campagne. Divise dunque la sua cavalleria in tre brigate: la prima di milleduecento cavalli tedeschi, comandata dal conte Galvano; la seconda di mille cavalli toscani, lombardi e tedeschi sotto gli ordini del conte Giordano Lancia; e la terza comandata da lui medesimo era composta di millequattrocento cavalli pugliesi e saraceni. Quando Carlo vide che Manfredi disponevasi a combattere, si volse a' suoi cavalieri e disse loro: «Venuto è il giorno, che tanto abbiamo desiderato;» poi fece quattro corpi della sua cavalleria, il primo di quattro mila cavalli francesi comandato da Gui di Monforte e dal maresciallo di Mirepoix; il secondo diretto da lui medesimo era composto di novecento cavalieri provenzali, ai quali aveva uniti gli ausiliarj di Roma; il terzo sotto gli ordini di Roberto di Fiandra e di Giles le Brun, contestabile di Francia, era formato da settecento cavalieri fiamminghi, brabantesi e piccardi; finalmente il quarto, capitanato dal conte Guido Guerra, era quello de' quattrocento emigrati fiorentini[287]. Questi corpi non formavano tutti assieme che un'armata di tre mila lance, e Giovanni Villani non ne dà un maggior numero a Carlo d'Angiò, forse per accrescer gloria al suo eroe, facendolo vincere con minori mezzi. Calcolando però le truppe che Carlo aveva condotte di Francia, e quelle che aveva trovate in Italia, la sua armata doveva essere almeno più numerosa del doppio.
Dall'una e dall'altra parte si cominciò la battaglia coll'infanteria, la quale sebbene cogli sforzi suoi non potesse decidere della vittoria, non però combatteva con minore accanimento. Gli arcieri saraceni passarono il fiume, ed attaccarono con alte grida i Francesi sull'opposta riva. L'infanteria europea che allora mancava egualmente d'appiombo e di leggerezza non poteva resistere meglio ai volteggiatori, che alla cavalleria, ed i Saraceni ne fecero da lontano colle loro frecce un'orribile carnificina. Per sostenere la sua infanteria si mosse il primo corpo di cavalleria francese gridando, montjoie chevaliers! Il legato del papa li benedì in nome della Chiesa, assolvendoli da tutti i loro peccati in ricompensa dei pericoli cui si esponevano pel servigio di Dio. Gli arcieri saraceni non sostennero l'urto della cavalleria francese, e ritiraronsi con perdita; ma la prima brigata della cavalleria tedesca scese allora nel piano di Grandella per incontrare nemici degni del suo valore[288]. Il suo grido di battaglia era Souabe cavalieri! In questo secondo incontro l'avvantaggio fu ancora di Manfredi; ma ossia che i Francesi fossero più vicini al loro campo, o che più rapide ne fossero le manovre, ricevevano sempre i primi i rinforzi della seconda, terza e quarta linea, sicchè ogni volta ristauravansi coll'arrivo di fresche truppe: e già combattevano tutti i loro quattro corpi di cavalleria, quando non erano ancora venuti alle mani che due di Manfredi. Si dice che questo principe conoscendo le truppe guelfe fiorentine che combattevano valorosamente, gridasse dolente: «Ove sono adesso i miei Ghibellini pei quali io feci tanti sacrificj!.... Qualunque siasi la fortuna della giornata, questi Guelfi possono oramai essere sicuri che il vincitore sarà loro amico.»
Frattanto nel caldo della mischia fu dato ordine ai Francesi di tirare ai cavalli, ciò che tra i cavalieri era considerato come una viltà; e per questa manovra i Tedeschi perdettero tutt'ad un tratto il vantaggio che avevano sopra i Francesi. Manfredi vedendoli piegare esortò la linea di riserva ch'egli comandava a sostenerli vigorosamente: ma appunto in questo momento della crisi incominciò la diserzione dei baroni della Puglia e del Regno: il gran tesoriere, il conte della Cerra, il conte di Caserta, e la maggior parte de' mille quattrocento cavalli che non avevano ancora combattuto, e che dando vigorosamente addosso a truppe affaticate, avrebbergli ottenuta sicura vittoria, abbandonarono vilmente il loro buon re; il quale, quantunque non si vedesse più intorno che un piccolo numero di cavalieri preferì una generosa morte ad una vergognosa esistenza[289]. Mentre allacciavasi il caschetto, un'aquila d'argento che ne formava il cimiero, cadde sull'arcione del suo cavallo. Hoc est signum Dei, disse a' suoi baroni: «Io avevo attaccato il cimiero colle mie proprie mani, non è ora il caso che lo distacca.» Non avendo più questo real segno che lo distingueva dagli altri, gittossi nonpertanto in mezzo alla pugna, combattendo da bravo cavaliere; ma i suoi essendo già rotti, non potè impedirne la fuga, e fu ucciso in mezzo a' suoi nemici da un francese che non lo conosceva[290].
Finchè si mantenne la battaglia, la perdita era stata eguale da ambo le parti; ma dopo rotti, diventò immensa pei Ghibellini. I fuggitivi furono inseguiti nella stessa città di Benevento, ove i Francesi entrarono in sul far della notte. Colà furono presi i principali baroni di Manfredi, e fra gli altri il conte Giordano Lancia e Pietro degli Uberti, che Carlo mandò nelle sue prigioni di Provenza, ove li fece crudelmente morire. Pochi giorni dopo furono dati in mano di Carlo la moglie di Manfredi, sua sorella ed i suoi figliuoli, che tutti morirono nelle prigioni[291] del feroce Carlo.
Per tre giorni s'ignorò la sorte di Manfredi, che fu finalmente riconosciuto da un suo domestico nel campo di battaglia. Il suo cadavere fu posto sopra un asino e portato innanzi al nuovo re Carlo, che fece subito venire tutti i baroni prigionieri per meglio assicurarsi che fosse veramente Manfredi. Tutti lo affermarono spaventati; ma quando si presentò il conte Giordano Lancia, e gli fu scoperto il volto di Manfredi, battendosi il volto colle mani, e dirottamente piangendo: «O mio Signore, gridò, che siamo noi diventati!» I cavalieri francesi ch'erano presenti furono commossi da questo spettacolo, e chiesero a Carlo di rendere almeno gli onori funebri al morto re: «Ben volentieri, rispose, se non fosse morto scomunicato;» e con tale pretesto rifiutandogli una terra sacra, fece per lui scavare una fossa presso al ponte di Benevento. Pure ogni soldato dell'armata portò una pietra sopra quest'umile sepolcro. E per tal modo fu innalzato un monumento alla memoria di un uomo grande ed alla sensibilità d'un'armata vittoriosa. Ma l'arcivescovo di Cosenza, quello stesso Pignatelli ch'era stato incaricato delle negoziazioni coi re di Francia e d'Inghilterra, non permise che le ossa di Manfredi riposassero sotto questo mucchio di pietre; e dietro un ordine del papa le fece levare da questo luogo, che apparteneva alla Chiesa, e gettare al confine del regno e della campagna di Roma presso al fiume Verde[292].
Lo stesso giorno della battaglia i Pugliesi si poterono accorgere con quale giogo avevano cambiata l'autorità del loro principe, e di quale natura sarebbe il governo de' Francesi. Il saccheggio del campo di Manfredi, e le spoglie di tanti ricchi baroni trovati sul campo di battaglia e fatti prigionieri, pareva che dovessero bastare all'avidità de' soldati; ma quest'avidità andava crescendo a misura che il bottino si faceva più grande. Benevento, benchè non si fosse opposta al vincitore, venne abbandonata al saccheggio, e per lo spazio di otto giorni i suoi abitanti trovaronsi esposti a tutti i mali che possono aspettarsi dalla libidine, dall'avarizia e della brutale ferocia dei soldati[293]. Questa sete di sangue che non sembra propria degli uomini, e che pure talvolta provarono intere nazioni, fu la più ampiamente soddisfatta. Non solamente gli uomini, le donne, i fanciulli, ma anche i vecchi furono senza pietà scannati tra le braccia gli uni degli altri; e Benevento, in fine di questa orribile carnificina, non aveva omai altro che case deserte e lorde d'umano sangue[294].
Intanto presentavansi in folla a Carlo i baroni del regno e i deputati delle città per giurargli ubbidienza e fedeltà. Quando si pose in cammino per andare a Napoli, fu ricevuto in tutte le città quale signore e legittimo re. Entrò trionfante in Napoli colla regina Beatrice, sua consorte, dispiegandovi una pompa all'Italia ancora ignota. Adunò un parlamento de' baroni del regno, che cercò di affezionarsi con affettata affabilità. A tutti prometteva grazie, o per lo meno il perdono della passata nimistà; ma al loro ritorno nelle proprie province faceva tenere loro dietro quella folla di plebaglia francese che formava l'infanteria della sua armata, la quale non aveva prese le armi, che per saccheggiare. Carlo distribuiva ai cavalieri le baronie che aveva confiscate a suo profitto, e divideva tra gli uomini d'un ordine inferiore tutti gl'impieghi lucrosi. In pochi giorni si videro partire dalla sua corte, per tutte le parti de' nuovi stati, numerose bande di giustizieri, d'ammiragli, di comiti, d'ispettori de' porti, di gabellieri, d'ispettori de' magazzini, di maestri del siclo, di maestri giurati, di balivi, di giudici e di notai. A tutti gl'impieghi dell'antica amministrazione aveva aggiunti tutti gl'impieghi corrispondenti ch'egli conosceva in Francia, di modo che il numero de' pubblici funzionarj era più che duplicato. Fieri delle nuove loro dignità, ignorando come il loro padrone la lingua del paese, e sprezzando i costumi nazionali, questi plebei, diventati potenti, scorrevano le province e le spogliavano. Ovunque pretendevano di essere accolti come vincitori, ovunque manifestavano il più alto disprezzo per la nazione suddita. I loro viaggi consumavano i popoli, e la loro dimora diventava ancora più ruinosa; perciocchè portavano seco i registri di tutte le imposte in vigore sotto Manfredi; di tutte quelle che Manfredi aveva abolite o surrogate ad altre; di tutte quelle che nelle urgenti circostanze alcuni cattivi re avevano alle volte tentato d'imporre ai loro popoli. Eransi coll'andare del tempo introdotte molte riserve e privilegi; molte contribuzioni non costavano al popolo il valore nominale; Carlo le fece tutte riscuotere a rigore, e riformò come abuso una tolleranza che altro non era che un beneficio de' passati re. Così que' medesimi che avevano tradito Manfredi, quelli ch'eransi immaginati di trovare sotto la protezione della chiesa e d'un re guelfo una pace ed una prosperità inalterabile, versavano amare lagrime sulla morte del principe di Svevia, ed accusavansi con profondo dolore d'incostanza, d'ingratitudine e di viltà[295].