Clemente IV, avvisato delle vessazioni che si commettevano in nome di Carlo, si credette in dovere di proteggere il popolo contro quel re ch'egli stesso aveagli dato. «Se il tuo regno, gli scriveva, viene crudelmente spogliato dai tuoi ministri, tu ne sei incolpato a ragione, poichè tu hai riempiuti i tuoi ufficj di ladri e di assassini che commettono ne' tuoi stati azioni di cui Dio non può sostenerne la vista.... Essi non temono di macchiarsi con ratti, con adulterj, con ingiuste esazioni, e ladronecci... Come potrei io mai compatire la tua pretesa povertà! Tu non puoi, o non sai vivere in un regno colle di cui entrate un uomo eccelso, Federico, già imperatore de' Romani, suppliva a maggiori spese che le tue, saziava l'avidità della Lombardia, della Toscana, delle due Marche e della Germania, ed inoltre accumulava immense ricchezze[296]

La vittoria di Carlo d'Angiò che portava la desolazione nelle due Sicilie, cagionava in Toscana e specialmente in Fiorenza sensazioni affatto diverse. Il conte Guido Novello, capitano della gente d'armi di Manfredi, comandava in questa città; e perchè aveva sotto i suoi ordini mille cinquecento cavalli tedeschi o italiani, perchè i Guelfi erano esiliati, perchè tutte le città toscane, dopo la battaglia di Monte Aperto, eransi unite alla sua parte, egli poteva ancora conservare la sua autorità malgrado la caduta e la morte di Manfredi. Ma stava contro di lui l'opinione del popolo, il quale era affezionato alla parte guelfa ed esacerbato non solo dalla persecuzione mossa contro i capi di quella fazione, ma ancora dalla perdita della sua libertà; poichè sotto il governo del conte Guido eransi a poco a poco abolite in Firenze quasi tutte le prerogative d'una repubblica. Quando si ebbe notizia della battaglia della Grandella, il popolo diede manifesti segni della sua gioja per la morte di Manfredi; gli esiliati si avvicinarono alla città, cercarono di sorprendere alcune castella e di legare corrispondenza cogli abitanti della città onde far nascere qualche congiura.

Il conte Guido era un buon guerriero, ma non uomo di stato; e forse la più sperimentata politica non avrebbe potuto salvarlo nelle difficilissime circostanze in cui si trovava; ma egli fece in cambio molti falli e si mostrò debole. Credette di dover temporeggiare, dando qualche soddisfacimento ai Guelfi ed al popolo col chiamarli a parte del governo. Chiamò da Bologna due frati Gaudenti; era questo un nuovo ordine di cavalleria che prendeva l'impegno di difendere le vedove e gli orfani, di mantenere la pace, d'ubbidire alla Chiesa, ma che non legavasi con voti di castità e di povertà, come negli altri ordini. Uno di questi due cavalieri era guelfo, l'altro ghibellino, e Guido li nominò assieme podestà di Firenze. Diede loro un consiglio di trentasei savj presi indistintamente tra i nobili ed i mercanti, i Guelfi ed i Ghibellini. Accordò in appresso, dietro la domanda di questo consiglio, che i mestieri più importanti fossero uniti in corporazioni; onde si vennero a formare dodici corpi d'arti e mestieri[297]. Le sette professioni che risguardaronsi come più nobili, vennero indicate col nome di arti maggiori, e loro si accordarono consoli, capitani ed uno stendardo, sotto il quale gli artigiani erano obbligati di adunarsi in caso di tumulto, per conservare l'ordine nella città. Le arti minori, il di cui numero venne in seguito accresciuto, non ebbero subito il privilegio di formare compagnie. In tal modo il conte Guido gittò le fondamenta d'una aristocrazia plebea, che in appresso vedremo lottare lungo tempo colle inferiori classi del popolo. Forse il conte Guido sperava di allearsi colla nuova aristocrazia; ma la prima cura di coloro ch'egli aveva chiamati a parte del governo, fu quella di abbatterlo.

Le grazie accordate dalla paura non ottengono giammai riconoscenza, perchè infatti non la meritano. I savj scelti tra la plebe si risguardarono come difensori, e non come creature di Guido, che gli aveva nominati. Ricusarono di sanzionare colla loro approvazione le nuove imposte che Guido aveva bisogno di stabilire per pagare la sua cavalleria, composta di seicento Tedeschi e di novecento ausiliarj venuti da Pisa, Siena, Arezzo, Volterra, Colle. Volle perciò disfarsi de' savj, facendo nascere una sedizione contro di loro. I Ghibellini si avanzarono per attaccarli nella sala in cui rendevano ragione, ma i trentasei si sottrassero, e vedendo che il popolo prendeva le armi per difenderli, si unirono a lui sulla piazza innanzi al ponte santa Trinità. Colà il popolo circondossi di steccati e stette fermo aspettando l'urto della cavalleria. Questa non tardò a comparire, ma non potè forzare le barricate, e nelle anguste strade che sboccavano sulla piazza santa Trinità la cavalleria trovavasi esposta alle pietre che si gittavano dalle finestre, e il conte Guido dovette farla ritirare.

Questa sola scaramuccia decise dei destini di Firenze; imperciocchè il conte sgomentatosi quando vide che da tutte le parti il popolo era in movimento contro di lui, e che da tutte le case lanciavano pietre, credette che i primi vantaggi che otterrebbe il popolo lo farebbero più audace, e non pensò più a conservare la sua posizione, ma soltanto a ritirarsi con onore. Fecesi dunque recare le chiavi della città, ed avendo fatta la rassegna de' suoi soldati per assicurarsi se tutti erano con lui, sortì in bella ordinanza alla loro testa il giorno 11 di novembre del 1266, ed andò la sera a Prato[298].

Ma Guido appena arrivato in questa città si pentì della debolezza con cui aveva abbandonato Firenze senz'esserne cacciato, anzi senza quasi avere combattuto. All'indomani in sul far del giorno, si rimise in viaggio per tornare a Firenze, e presentatosi innanzi alla porta del ponte alla Carraja, domandò che gli fosse aperta; ma non era più tempo. Il popolo, che forse non sarebbe stato forte abbastanza per cacciarlo fuor di città, poteva allora vietargliene l'ingresso. Egli si rimase fino a mezzogiorno sotto le mura, adoperando sempre inutilmente le preghiere, le promesse e le minacce; in fine risolse di tornare a Prato. In questo frattempo i Fiorentini stavano riformando il governo; congedarono i due podestà Gaudenti chiamati da Guido; chiesero ajuto ad Orvieto la più vicina delle città guelfe; e mandarono ambasciatori a Carlo d'Angiò per ottenere la sua assistenza.

Carlo, benchè di diverso partito, seguiva la politica di Manfredi; per essere sicuro del regno di Napoli, voleva essere capo di parte in Toscana ed in Lombardia, e tenere in queste contrade due vanguardie, che impedissero l'avvicinamento de' nemici. Mandò quindi a Firenze del 1267 ottocento cavalieri francesi sotto il comando del conte Gui di Monforte; i quali entrarono in quella città il giorno di Pasqua, mentre i Ghibellini, che mediante una tregua vi erano tornati quell'inverno, ne uscivano spontaneamente esiliandosi senza fare la più piccola resistenza, e si rifugiavano a Pisa ed a Siena. Carlo si fece per dieci anni dare la signoria della città, alla quale non era annessa che la prerogativa di tenervi un vicario per gli affari della guerra e della giustizia. I cittadini che avevano l'amministrazione della repubblica sostituirono un magistrato di dodici savj a quello di trentasei istituito da Guido Novello.

I Fiorentini formarono in seguito diversi consigli, senza il consentimento de' quali la signoria non poteva risolvere verun affare d'importanza. Il primo che dovevasi interpellare, si chiamò consiglio del popolo, ed era composto di cento cittadini: da questo la deliberazione era portata entro lo stesso giorno al consiglio di credenza o di confidenza, nel quale sedevano di pieno diritto i capi delle sette arti maggiori. Era la credenza composta di ottanta membri: dal quale consiglio, come da quello del popolo, erano esclusi i Ghibellini ed i nobili. All'indomani la stessa deliberazione veniva assoggettata a due altri consigli, quello del podestà composto di ottanta membri tanto nobili che plebei, senza contare i capi delle arti che avevano diritto d'esservi ammessi, ed il consiglio generale formato di trecento cittadini di ogni condizione[299].

Lo stabilimento di tanti consigli, i di cui membri erano tutti amovibili, rendeva più rare e meno necessarie le assemblee del parlamento, ossia di tutto il popolo. Cinquecento settanta cittadini, distribuiti in quattro classi, dovevano dare i loro suffragi su tutti gli oggetti più importanti di legislazione e d'amministrazione, ed avevano parte alle nomine di tutti gl'impieghi; e perchè dopo un anno venivano loro surrogati altri cittadini, così si manteneva in tutti lo spirito del popolo e non quello del corpo. I consigli avevano adunque sopra il governo un'influenza veramente democratica, e se non erano che rappresentanti, e non lo stesso popolo, potevano in cambio essere ammessi a prendere una parte più attiva nell'amministrazione dello stato, ciò che non avrebbe potuto fare il popolo, e conservare perciò sopra la magistratura una più immediata influenza. Essi lo sentirono; ed i semplici cittadini non vollero lasciare agli ordini superiori della nazione alcuna delle prerogative che potevano riservare a sè medesimi; e questa fu forse la principal cagione che in Firenze e nelle altre repubbliche della Toscana rese così attiva e violenta quella gelosia del popolo verso la nobiltà, de' plebei contro i cittadini, la quale non si vide a così alto grado portata nelle repubbliche della Grecia. Un effetto di tale gelosia fu l'esclusione de' nobili dai due primi consigli.