Intanto un'altra repubblica si andava formando nell'interno della repubblica fiorentina, la quale vi conservò pel corso di forse oltre due secoli il suo governo indipendente, le sue leggi, la sua forza, la sua ricchezza. Era questa l'amministrazione della parte guelfa. Quando i Ghibellini uscirono di Firenze, i Guelfi, così consigliati dal papa e da Carlo d'Angiò, confiscarono tutti i loro beni, de' quali, detratta la parte impiegata ad indennizzare coloro che avevano sofferto nell'ultima emigrazione[300], ne formarono una borsa separata, destinata a provvedere al mantenimento ed all'accrescimento del partito guelfo. Per amministrare questa borsa si trovò opportuno di accordare ai Guelfi una particolare magistratura; furono autorizzati a nominare ogni due mesi tre capi, in principio chiamati consoli di cavalleria, poi capitani di parte. Questi consoli si diedero un consiglio segreto di quattordici membri, ed un consiglio generale di sessanta cittadini, tre priori, un tesoriere, un accusatore de' Ghibellini, e per dirlo in una parola, tutta l'amministrazione d'una piccola repubblica e quasi tutta la forza d'una sovranità[301]. Questo governo di fazione sempre pronto a combattere, sempre regolare e sempre ricco, mantenne sino alla sua fine sopra la sorte della repubblica la più decisa influenza.
I Guelfi fiorentini ebbero appena ristabilito nella loro città il governo popolare, che presero a dare, in tutta la Toscana, superiorità alla loro fazione. Dichiararono perciò la guerra alle repubbliche di Siena e di Pisa che si ostinavano nella causa ghibellina, e che dovevano inoltre lottare colle interne fazioni; perchè in tutte le città di qualunque fazione si fossero, il popolo era geloso della nobiltà.
In luglio del 1267 i Fiorentini ed i Francesi comandati dal conte di Monforte assediarono Poggibonzi, castello vicino a Siena, ov'eransi rifugiati molti emigrati ghibellini e uomini d'armi tedeschi[302]. Carlo d'Angiò, avendo dal papa ottenuto il titolo di vicario imperiale in Toscana, volle prendere possesso in persona di tale dignità, ed il primo giorno d'agosto dello stesso anno fece il suo solenne ingresso in Firenze; poi venne con tutta la sua cavalleria al campo che assediava Poggibonzi. Colà ebbe motivo di avvedersi quanto gli fosse stata vantaggiosa la risoluzione di Manfredi, che tutto commise all'evento d'una battaglia, invece di fermarlo ad ogni castello che difendeva il suo regno, indebolendolo con una continuata serie d'assedj: imperciocchè quello solo di Poggibonzi occupò quattro mesi l'armata reale de' Francesi unita ai Fiorentini, e non s'arrese che in dicembre, quando gli assediati non ebbero più vittovaglie.
In sul cominciare del 1268 Carlo passò sul territorio di Pisa, ove assediò e prese varj castelli di questa repubblica, fra i quali Porto Pisano e Mutrone. Nonpertanto i Pisani non si scoraggiarono, anzi avevano di già pensato a chiamare contro di lui dal fondo della Germania un potente nemico, il quale fosse il loro liberatore, o almeno il loro vendicatore. Il giovane Corradino, figliuolo di Corrado e nipote di Federico, allevato dalla madre nella corte di suo avo, il duca di Baviera, era entrato nell'anno sedicesimo della sua età, e di già dava a conoscere di dover riuscire degno erede delle virtù de' suoi maggiori; e tutti i Ghibellini tenevano gli occhi a lui rivolti, come verso il liberatore dell'Italia ed il vendicatore della casa di Svevia. Sua madre Elisabetta erasi presa maggior cura di renderlo degno della corona, che di fargliela portare troppo presto. Quando Manfredi erasi dichiarato re di Sicilia, Elisabetta aveva riclamato presso di lui per la conservazione de' diritti del figliuolo; ma non aveva in seguito cercato di turbare l'amministrazione di quel valoroso principe, e lo vedeva con piacere difendere un'eredità che doveva tornare a suo figlio. Aveva perciò accortamente rigettate le offerte de' Guelfi che, avanti la venuta di Carlo d'Angiò, proponevanle d'armare Corradino contro Manfredi e di fargli ricuperare gli stati de' suoi padri. Quando i Ghibellini oppressi o esiliati da Carlo vennero a rinnovarle le medesime istanze, quantunque accordasse maggior confidenza a questi antichi amici della sua casa, rifiutavasi ancora alle loro istanze, trovando suo figlio troppo giovane per governare, e sopra tutto troppo giovane per attaccare in così lontano paese un vecchio guerriero, un vecchio politico, sostenuto da tutto l'apparecchio della religione e dal valore d'una bellicosa nazione. Ma i deputati ghibellini ch'eransi portati alla sua corte, non cessavano di stimolare la madre, il figlio e que' loro parenti che potevano avere qualche influenza sul loro spirito. I confidenti ed antichi amici di Manfredi, Galvano e Federico Lancia, parenti di sua madre, Corrado e Marino Capece, que' due Napoletani che avevano accompagnato il principe di Taranto in tempo della sua fuga, erano i deputati della nobiltà ghibellina dei due regni[303]. Rappresentavano a Corradino l'odio profondo che aveva eccitato in tutto il regno la condotta de' Francesi, la loro mala fede, la rapacità, l'insultante disprezzo delle pubbliche costumanze. Gli dicevano che venuti in nome della religione, avevano profanate le chiese, spesso uccisi i ministri dell'altare; che dopo aver promessa al popolo la libertà, avevano violati gli antichi suoi privilegi, ed abolite le sue immunità. Lo assicuravano che tutti i partiti farebbero causa comune per ristabilire sul trono il legittimo erede; che la Sicilia non aspettava che un segnale per ribellarsi, che i Saraceni di Nocera piangevano per tenerezza al solo udire il nome dell'avo suo, di suo padre, o di suo zio, e ch'erano disposti a tutto sacrificare per l'ultimo rampollo d'una famiglia teneramente amata. In pari tempo gli ambasciatori di Pisa e di Siena gli promettevano l'appoggio di metà della Toscana, che attualmente combatteva contro il suo maggior nemico per la sua causa, quantunque non ancora sotto il suo nome. Fecero di più; gli portarono cento mila fiorini de' loro denari per ajutarlo a fare le prime leve. Erano pure arrivati alla corte di Corradino alcuni ambasciatori lombardi: Martino della Scala prometteva i soccorsi di Verona a lui subordinata e di tutti i Ghibellini della Marca Trivigiana. Il marchese Pelavicino, cui le vittorie de' Guelfi avevano spogliato di Cremona, Parma e Piacenza, non comandava che ne' suoi feudi ereditarj ed in Pavia. Risiedeva d'ordinario a borgo san Donnino; di dove mandava ambasciatori a Corradino, offrendogli la sua persona ed i suoi soldati invecchiati al servigio della casa di Svevia.
Corradino, caldo, impetuoso, non seppe resistere a così lusinghiere offerte, e credè giunto l'istante di vendicare suo avo, il padre e lo zio, sì lungo tempo e tanto crudelmente perseguitati. La principale nobiltà di Germania si pose sotto le sue insegne. Federico, duca d'Austria, giovane principe che come Corradino era stato spogliato de' suoi stati da Ottocare II, re di Boemia, si offerse di dividere con lui i pericoli della spedizione; il duca di Baviera, suo zio, ed il conte del Tirolo, secondo marito di sua madre, armarono i loro vassalli per accompagnarlo fino a Verona. Corradino arrivò in questa città alla fine del 1267 con dieci mila uomini di cavalleria, dei quali meno della metà era pesantemente armata[304]. Dopo la dimora di poche settimane in Verona, impiegate nel rinnovare i trattati coi signori italiani, il conte del Tirolo ed il duca di Baviera ricondussero le loro truppe in Germania; e Corradino con circa tre mila cinquecento uomini passò a Pavia, attraversando la Lombardia senza incontrare verun ostacolo.
Da questa marcia Carlo poteva argomentare che Corradino entrerebbe per la Liguria in Toscana, come veramente fece, ed il re francese per chiudergli il passaggio erasi recato ai confini dei territorj di Lucca e di Pisa: ma in tal tempo ebbe avviso dalla Puglia e da Roma, che rendevasi colà necessaria la sua presenza. La ribellione aveva incominciato ne' suoi stati, e Roma governata da un senatore suo parente, ma suo nemico, erasi alleata con Corradino; e finalmente Clemente IV, mandandogli la seguente lettera, lo affrettava a ritornare.
«Io non so perchè ti scriva come a re, mentre pare che tu non ti prenda cura del tuo regno, il quale trovasi senza capo, lacerato da' Saraceni, o da perfidi Cristiani: prima impoverito da' ladronecci de' tuoi ministri, ora viene divorato da' tuoi nemici. Così il bruco distrugge ciò che non potè la cavalletta. Gli spogliatori non gli mancano, bensì i difensori. Se per tua colpa lo perdi, non lusingarti che la Chiesa voglia rientrare in nuovi travagli e nuove spese per fartelo acquistare un'altra volta: tu potrai allora ritornare nelle tue ereditarie contee, e contento dell'inutile nome di re, aspettarvi gli avvenimenti. E forse tu fai fondamento sulle tue virtù, o speri che Dio farà per te miracolosamente quello che tu dovevi fare; oppure, tu ti fidi alla prudenza che tu credi avere, i di cui suggerimenti anteponi agli altrui consigli. Io ero determinato a non più scriverti di questi affari; e ti mando solamente questi ultimi avvisi dietro le istanze del nostro venerabile fratello Raoul, vescovo d'Alba.
«Viterbo il 5 di maggio anno 4[305].»
Lo spavento che sentiva il papa, e che manifestava in questa così poco misurata lettera, era in parte prodotto da' preparativi di guerra che il senatore di Roma andava facendo quasi sotto i suoi occhi. Questo senatore era un principe castigliano. Alfonso X, re di Castiglia, quello stesso che aspirò a portare la corona imperiale, aveva due fratelli, Federico ed Enrico, che dopo essersi contro di lui ribellati co' suoi sudditi, avevano dovuto abbandonare la Spagna e rimanersi più anni al servigio del re di Tunisi[306]. Durante la lunga loro dimora presso i Saraceni furono accusati d'avere adottati i costumi e la religione di quel popolo. Enrico frattanto, stanco del suo esilio tra i Musulmani, era dall'Affrica passato in Italia ne' tempi in cui la conquista del regno di Napoli fatta da Carlo d'Angiò riscaldava le speranze di tutti gli ambiziosi. Il padre d'Enrico era fratello della madre di Carlo, onde il principe castigliano approfittò di questa parentela per essere favorevolmente accolto da suo cugino; ed a questa aggiunse una raccomandazione ancora più potente, prestandogli sessanta mila doppie, prezzo de' suoi servigi presso i Saraceni e de' suoi risparmj. In fatti Carlo lo accolse come fratello; lo raccomandò caldamente al papa, cui chiese perfino che lo investisse del regno di Sardegna, onde toglierlo a' Ghibellini di Pisa. Ma Carlo non tardò ad ingelosirsi dell'influenza che Enrico andava acquistando grandissima sullo spirito del popolo di Roma ed alla corte papale, chiese per sè medesimo il regno di Sardegna, rifiutò di restituire al cugino il prestato denaro, ed eccitò talmente la sua collera, che Enrico giurò di vendicarsi, quand'anche dovesse perdere la vita[307].
Intanto i Romani inaspriti contro la nobiltà da quella stessa gelosia, che animava a quest'epoca tutti i popoli d'Italia, avevano escluso quest'ordine privilegiato dal governo della loro città. Avevano allora nominati due cittadini per ogni quartiere, onde comporne il supremo loro consiglio, e questo accordò il rango di senatore ad Enrico di Castiglia, perchè lo credette opportuno a decorare colla sua reale nascita il nuovo governo. Enrico aveva sotto i suoi ordini circa trecento cavalieri spagnuoli o saraceni, che l'avevano seguìto da Tunisi in Italia; ebbe presto il modo di farne venire degli altri; ed in pari tempo afforzò il suo potere in Roma con una mescolanza di fermezza e di giustizia, rimettendovi l'ordine e la sicurezza: ma fece arrestare come ostaggi alcuni capi del partito de' nobili e de' Guelfi, due Orsini, un Savelli, uno Stefani ed un Malabranca. Diede inallora pubblicità all'alleanza da lui contratta con Corradino, e scrisse a questo principe per affrettarlo a recarsi a Roma[308].