Nello stesso tempo Corrado Capece, dopo aver portate a Pisa notizie di Corradino e dell'imminente sua venuta, aveva fatto vela alla volta di Tunisi sopra una galera pisana per trovare Federico, fratello d'Enrico di Castiglia, che sbarcò sulle coste della Sicilia con duecento cavalieri spagnuoli, altrettanti tedeschi e quattrocento toscani ch'eransi riparati in Affrica dopo la disfatta della casa di Svevia, che ardentemente desideravano di vendicare. Le due galere che portarono questa gente a Sciatta in Sicilia erano cariche di selle e di armi; ma i cavalieri erano in sì misero stato ridotti, che non avevano fra tutti più di ventidue cavalli[309]. Nulladimeno sparsero nell'isola le lettere ed i proclami di Corradino per ricordare ai popoli la fedeltà giurata alla sua famiglia. Bentosto le valli di Mezzara e di Noto, e tutta la Sicilia, fuorchè Palermo, Messina e Siracusa spiegarono le insegne della casa di Svevia; il vicario del re Carlo fu rotto da Corrado e da Federico, ed i cavalli tolti ai Provenzali servirono ai cavalieri giunti dall'Affrica.
Quando Carlo ebbe avviso de' progressi de' suoi nemici in Sicilia, seppe pure che a Luceria i Saraceni avevano prese le armi contro di lui, che la città di Aversa nella Puglia, le città degli Abruzzi, tranne l'Aquila, e molte città della Calabria eransi ribellate. Per queste notizie partì subito per attaccare i suoi nemici prima che ricevessero i soccorsi di Corradino, e, lasciando ottocento cavalieri francesi o provenzali in Toscana sotto gli ordini di Guglielmo di Belselve, venne a grandi giornate in Puglia ed assediò Luceria.
Frattanto Corradino, lasciata Pavia, aveva, per valicare le Alpi liguri, divisa la sua gente in due corpi; con uno de' quali, condotto dal marchese del Carreto, attraversando le terre di questo signore, scese anch'egli a Varaggio presso Savona nella riviera di Ponente, nel qual luogo i Pisani tenevano pronte dieci galere per condurlo a Pisa, dove arrivò nel mese di maggio[310]. L'altro corpo composto della sua cavalleria venne per le montagne di Pontremoli a Sarzana, ove fu accolto dai Pisani medesimi, i quali vollero dare all'ultimo rampollo della casa di Svevia sicure prove del costante attaccamento loro verso quella famiglia. Allestirono perciò trenta galere montate da cinque mila soldati pisani, e le spedirono verso le coste delle due Sicilie ove, dopo aver guastato il territorio di Molo, attaccarono finalmente in faccia a Messina la flotta combinata provenzale e siciliana di Carlo d'Angiò e le presero ventisette galere che abbruciarono in vista del porto[311].
Corradino poi ch'ebbe, alla testa dei Pisani, fatta una scorreria nel territorio di Lucca[312], passò a Siena, ove fu accolto colle medesime dimostrazioni di gioja. Guglielmo di Belselve, maresciallo di Carlo, vedendo che il suo nemico avanzavasi alla volta di Roma, volendo avvicinarlo, marciò da Fiorenza ad Arezzo; ma giunto a Ponte a Valle sull'Arno, cadde in un'imboscata tesa dalle truppe di Corradino comandate dagli Uberti di Firenze, e fu fatto prigioniere colla maggior parte de' suoi soldati, essendo gli altri stati uccisi o dispersi[313].
Corradino, durante il sue cammino a traverso dell'Italia, aveva tre volte ricevuto ordine dal pontefice di licenziare la sua armata, e di venire disarmato ai piedi del principe degli apostoli a ricevere quella sentenza che avrebbe contro di lui pubblicata, minacciandolo in caso di rifiuto di scomunicarlo e di spogliarlo del titolo di re di Gerusalemme, il solo che la santa sede gli avesse permesso d'ereditare da' suoi antenati. Corradino non si era curato di tali minacce, onde Clemente pronunciò in Viterbo, il giorno di Pasqua, la sentenza di scomunica contro di lui e de' suoi partigiani[314], dichiarandolo decaduto dal regno di Gerusalemme, e liberando i suoi vassalli dal giuramento di fedeltà. Corradino non rispose altrimenti a quest'ultima bolla che avanzandosi verso Roma alla testa della sua armata. Passando presso Viterbo, ove dimorava il papa, che vi si era afforzato con numerosa guarnigione, Corradino fece spiegare la sua armata innanzi alle mura della città per incutere timore alla corte pontificia. Difatti i cardinali ed i preti corsero spaventati a trovare Clemente, che stava allora pregando. «Non temete, rispose loro, che tutti questi sforzi saranno dispersi come il fumo.» Indi si recò sulle mura di dove osservò Corradino e Federico d'Austria che facevano sfilare in parata la cavalleria. «Queste, disse ai cardinali, sono vittime che si lasciano condurre al sagrificio[315].»
Corradino fu in Roma ricevuto dal senatore Enrico di Castiglia colla pompa riservata ai soli imperatori. Il senatore aveva presso di lui adunati ottocento cavalieri spagnuoli, molti uomini d'armi tedeschi, e signori ghibellini, che avevano militato sotto Manfredi e sotto Federico. Dopo essersi trattenuto pochi giorni in Roma per dar riposo all'armata, ed appropriarsi i tesori del clero nascosti nelle chiese, Corradino partì il 18 agosto alla testa di cinque mila uomini d'armi alla volta del regno di Napoli.
Le strade del regno dalla banda della Campagna e di Ceperano trovandosi ben fortificate e guarnite di truppe, Corradino risolse di prendere il cammino degli Abruzzi. Passando sotto Tivoli, attraversò la valle di Celle, e scese nella pianura di san Valentino o Tagliacozzo[316]. Informato il re Carlo della strada tenuta da Corradino levò l'assedio di Luceria, ed avanzandosi a grandi giornate, passò la città dell'Aquila, e si fece incontro al suo rivale nella stessa pianura di Tagliacozzo. Non aveva Carlo più di tre mila cavalieri da opporre ai cinque mila di Corradino; ma un vecchio barone francese, Alardo di San Valerì, che tornava allora di Terra santa, gli suggerì un pericoloso, e fors'anco crudele stratagemma, che compensò l'inferiorità del numero. Così consigliato da San Valerì, Carlo divise la sua armata in tre corpi; formò il primo di Provenzali, di Toscani e di Campagnani sotto il comando di Enrico duca di Cosenza che perfettamente rassomigliava a Carlo, e che fece vestire degli abiti e delle reali insegne: formò il secondo corpo di Francesi capitanati da Giovanni di Crari, e mandò questi due battaglioni, quasi formassero soli tutta l'armata, a custodire il ponte e difendere il piccolo fiume che traversa il piano di Tagliacozzo. Frattanto il re con Alardo di San Valerì, Guglielmo di Villehardovin, principe della Morea, ed ottocento cavalieri, il fiore di tutta l'armata guelfa, si nascose in una angusta valle per dare addosso ai nemici in sul finire della battaglia.
Corradino, poi ch'ebbe riconosciuti i due corpi, che supponeva formare tutta l'armata guelfa, divise la sua per nazioni in tre corpi. Egli col duca d'Austria prese il comando de' Tedeschi, affidò quello degl'Italiani al conte Galvano Lancia, e quello degli Spagnuoli ad Enrico di Castiglia. Guadò arditamente il fiume alla testa de' suoi valorosi soldati ed attaccò i Provenzali che furono ben tosto rotti, come pure poco dopo il corpo de' Francesi. I Ghibellini erano talmente superiori di numero, che l'armata nemica si vide in breve distrutta o posta in disordinata fuga. Carlo che dall'alto di un colle vedeva l'uccisione delle sue genti, si disperava, e voleva ad ogni modo andare in loro soccorso, ma il signore di San Valerì, che perfettamente conoscendo la natura de' Tedeschi aveva calcolati gli effetti della loro vittoria, non gli permise di muoversi. In fatti i Tedeschi trovando sul campo di battaglia il corpo d'Enrico di Cosenza cogli ornamenti reali, lo supposero lo stesso Carlo, onde parendo loro d'avere ottenuta intera vittoria, e di non avere più nulla a temere, si sparsero per la campagna per saccheggiare il campo nemico.
Quando Alardo di San Valerì vide compiutamente rotti gli ordini di battaglia delle truppe di Corradino, e che dispersi nell'inseguire i fuggiaschi, erano divisi in piccole bande, e non più in istato di sostenere l'urto della sua cavaleria, voltosi a Carlo, gli disse: «Fate adesso suonare la carica, che giunto è l'istante opportuno.» Infatti questi ottocento scelti e freschi cavalieri spingendosi in mezzo ad un'armata di cinque mila uomini oppressi dalla fatica, e talmente dispersi, che in verun luogo trovavansi duecento cavalieri riuniti e disposti a fare resistenza, ne fecero uno spaventoso massacro. Carlo era sì poco aspettato, che quando la sua truppa entrò di galoppo nel campo di battaglia, si credette da coloro che l'occupavano, che fosse un corpo dell'armata di Corradino che aveva inseguiti i nemici, e non si posero in sulle difese per fargli fronte. I Francesi, vedendo rialzata l'insegna del loro re, accorrevano ad ordinarsi intorno alla medesima, e per tal modo la gente di Carlo andava ingrossando, mentre scemava quella di Corradino[317]. I baroni che gli stavano appresso non vedendo alcun mezzo di restaurare la battaglia, lo consigliarono a mettersi in salvo co' suoi soldati, onde misurarsi un'altra volta, e non rimanere morto o prigioniere. Corradino, il duca d'Austria, il conte Galvano Lancia, il conte Gualferano ed i conti Gherardo e Galvano di Donoratico di Pisa fuggirono assieme; ed a stento Alardo di San Valerì contenne i Francesi che volevano inseguirli; perciocchè se essi dal canto loro rompevano l'ordinanza, avrebbero potuto essere egualmente disfatti: poco mancò pure che nol fossero da Enrico di Castiglia, che tornò co' suoi Spagnuoli sul campo di battaglia: ma questi ancora furon rotti, e Carlo si tenne fino a notte ordinato in battaglia, per non compromettere la sua vittoria.