Corradino fuggendo aveva sperato di trovare il grosso della sua armata ch'era piuttosto dispersa che disfatta; ma quel paese, che gli si era mostrato prima favorevole, andavasi contro di lui dichiarando di mano in mano che aveva avviso della sua rotta. Enrico di Castiglia fu fatto prigioniero e consegnato a Carlo dall'abate di Monte Cassino, cui aveva chiesta ospitalità. Corradino, giunto coi suoi amici alla torre d'Astura in riva al mare, lontana quarantacinque miglia dal campo di battaglia, si fece dare una barca per passare in Sicilia; ma Giovanni Frangipani, signore d'Astura, gli tenne dietro con un'altra barca, e, fattolo prigioniero, lo condusse nel suo castello. Stava il Frangipani dubbioso se dovesse accettare il danaro offertogli per la libertà de' suoi prigionieri, quando si vide assediato dall'ammiraglio di Carlo, e forzato di rimetterli nelle sue mani. Ricevette dal re francese in premio della sua viltà un feudo presso Benevento.

La disfatta di Corradino non doveva mettere fine nè alle sue sventure, nè alle vendette del re. L'amore del popolo pel legittimo erede del trono era così manifesto, che Carlo temeva di nuove rivoluzioni finchè il principe fosse vivo; onde Carlo coprendo la sua diffidenza e la sua crudeltà colle apparenze della giustizia, determinò di far morire sul patibolo l'ultimo rampollo della casa Sveva, l'unica speranza del partito ghibellino. A tal fine adunò in Napoli due sindaci o deputati di ciascheduna città di Terra di Lavoro e del Principato[318]; le quali erano le province a lui più devote e più abbondanti di Guelfi. Eretta quest'adunanza in tribunale, chiese una sentenza di condanna contro Corradino e tutti i suoi partigiani. Ma a fronte della parzialità con cui era stato formato questo tribunale, ed a fronte del timore, che poteva ispirare a' suoi membri il conosciuto carattere del tiranno, la maggior parte di loro non vollero macchiarsi di tanta infamia.

Mentre Carlo abbassavasi vilmente alle funzioni d'accusatore, e rinfacciava il suo rivale d'essersi ribellato contro di lui, suo legittimo sovrano; di avere fatto alleanza co' Saraceni, e di avere saccheggiati i monasterj; Guido di Sucaria, famoso legista, che sedeva tra i giudici, prese la parola per difendere l'accusato. Mostrò che Corradino trovavasi sotto la salvaguardia che le leggi della guerra accordano ai prigionieri; che il suo diritto al trono, che aveva cercato di far rivivere, era abbastanza plausibile perchè, senza delitto, potesse tentare di farlo valere; che i disordini della sua armata non gli potevano altrimenti essere imputati che al capo d'un'armata ben affetta ed amica alla Chiesa si potevano imputare i sacrilegi e le infamità da quella medesima armata in simil guisa commessi; per ultimo, che l'età di Corradino sarebbe un motivo di grazia, quand'anche non avesse alcun diritto alla protezione della giustizia. Un sol giudice provenzale, suddito di Carlo, di cui gli storici non ci conservarono il nome, osò votare per la morte di Corradino; altri si ridussero ad un timido e colpevole silenzio; e Carlo, appoggiato all'autorità di un solo giudice, fece da Roberto di Bari, protonotaro del regno, pronunciare la sentenza di morte contro lo sventurato principe e tutti i suoi compagni[319]. La sentenza fu comunicata a Corradino mentre stava giocando agli scacchi. Gli si lasciò poco tempo per disporsi alla morte, ed il giorno 26 ottobre, fu con tutti i suoi compagni condotto sulla piazza del mercato di Napoli presso al mare: Eravi il re Carlo con tutta la sua corte, ed un'immensa folla di popolo circondava il vincitore ed il re condannato.

Il giudice provenzale che aveva votato per la morte di Corradino lesse la sentenza portata contro di lui come traditore della corona e nemico della Chiesa. Giunto al termine della lettura, quando stava pronunciando la pena di morte, Roberto di Fiandra, il proprio genero di Carlo, si slanciò sopra l'iniquo giudice, e piantandogli nel petto lo stocco che teneva in mano, gridò: «Non s'aspetta a te, miserabile, il condannare a morte così nobile e gentil signore!» Il giudice cadde morto in terra sugli occhi del re, che non osò mostrarne verun risentimento.

Frattanto Corradino trovavasi già tra le mani del carnefice; si staccò egli medesimo il mantello, e postosi in ginocchi per pregare, si rialzò gridando: «Oh mia madre, di quale profondo dolore ti sarà cagione la notizia che ti sarà portata della mia morte!» Poi volgendo lo sguardo alla folla che lo circondava, vide le lagrime ed udì i singulti del suo popolo: allora, levatosi il suo guanto, gettò in mezzo a' suoi sudditi questo pegno di vendetta, e sottopose il capo all'esecutore[320].

Dopo di lui perdettero la testa sopra lo stesso palco il duca d'Austria, i conti Gualferano, Bartolomeo Lancia, ed i conti Gherardo e Galvano Donoratico di Pisa. Per un raffinamento di crudeltà volle Carlo che il primo, figliuolo del secondo, precedesse suo padre e morisse tra le sue braccia. I cadaveri, giusta gli ordini del re, furono esclusi da ogni luogo sacro, e sepolti senza veruna pompa sulla riva del mare. Peraltro Carlo II fece in appresso fabbricare nello stesso luogo una chiesa di carmelitani, quasi volesse calmare quelle ombre sdegnate.

Enrico di Castiglia, senatore di Roma, venne risparmiato, sia perchè cugino del re, sia per rispetto alle istanze fatte dall'abate di Monte Cassino che l'aveva consegnato. Ma si dovevano ancora versare torrenti di sangue. I Ghibellini di Sicilia scoraggiati dalla disfatta di Corradino, furono vinti, e caddero tutti gli uni dopo gli altri in mano de' Francesi, che li condannarono a morte. Tale fu la sorte de' fratelli Marino e Giacomo Capece, e di Corrado d'Antiochia, figlio di Federico d'Antiochia, bastardo di Federico II: il quale i carnefici, dopo avergli cavati gli occhi, appiccarono[321]: questi ad eccezione dello sventurato Enzo che ancora viveva nelle prigioni di Bologna, ove morì quattr'anni più tardi, era l'ultimo de' discendenti illegittimi della casa di Svevia, come Corradino n'era l'ultimo de' principi. Ventiquattro baroni calabresi furono presi nel castello di Gallopoli, e condannati all'ultimo supplicio[322]. Questi esempj di crudeltà erano imitati dai giudici di più basso rango, che trattavano i plebei come vedevano essere trattati i grandi. Molti si mandavano a morire, molti erano mutilati, altri spogliati delle loro fortune, senza neppure essere ascoltati avanti che fosse pronunciata contro di loro la sentenza. A Roma, fece il re troncare le gambe a coloro ch'eransi dichiarati contro di lui, ed in appresso temendo che la vista di tanti infelici gli suscitasse nuovi nemici, li fece chiudere in una casa di legno, cui fu appiccato il fuoco[323]. Guglielmo, detto lo stendardo, uomo di sangue, era stato mandato in Sicilia per reprimere, o punire i sediziosi. Assediò Augusta posta tra Catania e Siracusa. Era questa città difesa da mille de' suoi cittadini in istato di portare le armi, e da duecento cavalieri toscani del numero di coloro che Capece aveva condotti in Sicilia: la sua situazione era tale da rendere lungo tempo vani gli sforzi degli assedianti; ma sei traditori diedero la città nelle mani de' Francesi, aprendo loro una porta segreta. Gli abitanti di Augusta, sorpresi e massacrati nelle proprie strade, non poterono opporre veruna resistenza agli assalitori; pure quando ebbe occupata tutta la città, Guglielmo pose dei carnefici in riva al mare, e facendoli condurre l'un dopo l'altro tutti gli sventurati che scoprivansi ne' sotterranei delle loro case, faceva loro troncare il capo, e gettare i cadaveri nelle onde[324]. Neppure un solo abitante d'Augusta si sottrasse alla crudeltà di Guglielmo; i fuggiaschi, ch'eransi affollati in una barca, affondarono, ed i sei traditori, presi come gli altri da' carnefici, parteciparono della sventura della tradita loro patria. Corrado Capece venne consegnato a Guglielmo dagli abitanti di Conturbia, ed appiccato dopo che gli furono cavati gli occhi. Luceria fu presa dallo stesso Carlo, poichè la fame ebbe fatti perire la maggior parte de' Saraceni che la difendevano[325]; e tutte le città e castella delle due Sicilie tornarono in potere de' Francesi.

Il guanto, che Corradino aveva gettato in mezzo al popolo, si assicura che fu raccolto da Enrico Dapifero, e portato a D. Pietro d'Arragona, marito di Costanza, figliuola di Manfredi, come al solo legittimo erede della casa di Svevia. Forse Corradino volle in fatti, come lo pretesero i re austriaci ed arragonesi[326], trasferire in tal modo alla loro famiglia i proprj diritti al trono delle Sicilie, e ratificarne in tal modo il titolo ereditario; ma pare più probabile ancora, che Corradino, gettando in mezzo a' suoi sudditi il pegno della sua vendetta, suggerisse loro di scuotere un odioso giogo e di lavarsi del sangue de' loro re, del sangue de' loro amici e concittadini, che veniva versato sulle loro teste. Questo pegno di guerra fu realmente rialzato dalla nazione, ed i vesperi siciliani furono la lenta, ma terribile vendetta del supplicio di Corradino, della strage d'Augusta, de' torrenti di sangue sparso dai Francesi nelle due Sicilie.

CAPITOLO XXII.