Smisurata ambizione di Carlo d'Angiò. — Eccita la discordia tra le repubbliche italiane per opprimerle. — Suoi progetti impediti dai vesperi siciliani.
1268 = 1282.
Carlo era finalmente giunto a quel grado di potenza cui agognava da tanto tempo; i due regni di Sicilia gli erano sottomessi; l'erede di quelle corone sagrificato alla sua politica, la famiglia di Svevia estinta, non rimanendo che una sola femmina maritata nell'estremità dell'Europa ad un principe poco ricco e poco potente, femmina che tirando ogni suo diritto da un bastardo non aveva alla successione che un titolo di poco superiore a quello del conquistatore. Carlo non era solamente re delle due Sicilie, ma era il favorito dei papi, che in esso vedevano l'opera loro; e come amico e figliuolo prediletto della santa sede esercitava negli stati della chiesa una potenza che niuno secolare sovrano aveva potuto da lungo tempo acquistarvi. Clemente IV morì un mese dopo il supplicio di Corradino[327], e perchè in trentatre mesi i cardinali non gli avevano ancora dato un successore, Carlo approfittò dell'interregno per accrescere il suo potere negli stati della chiesa. Clemente gli aveva dati dei diritti sopra la Toscana nominandolo vicario imperiale di quella provincia; i Guelfi lombardi lo risguardavano come loro protettore; molte città del Piemonte l'avevano eletto loro perpetuo signore; e per tal modo il re delle due Sicilie era diventato l'arbitro di tutta l'Italia.
Beatrice sua moglie, che per appagare la propria vanità lo aveva impegnato in così pericolose intraprese, non raccolse il frutto di quelle vittorie, che aveva così ardentemente desiderate; perciocchè morì poco dopo la battaglia di Tagliacozzo, e Carlo sposò in seconde nozze Margarita di Borgogna.
Se Carlo conservò lungo tempo l'acquistato potere, non però fu soddisfatta la sua ambizione; che dopo tante prosperità non sembrandogli le due Sicilie uno stato degno di lui, più omai non lo risguardava che come un mezzo per innalzarsi a maggior grandezza. In vece di appagarsi dell'alta influenza che aveva acquistata sopra tutta l'Italia, volle ridurre questa terra in servitù e farne un solo regno il quale gli somministrasse gli opportuni mezzi a far l'impresa del Levante, che stavagli altamente a cuore. Si era perciò procacciate segrete corrispondenze in ogni angolo dell'Italia e della Grecia, tracciandosi una strada cogli inganni, che poi andava allargando colla crudeltà; tesori immensi, larghi fiumi di sangue fece spargere ai popoli che voleva governare; ma invece di ridurli in ischiavitù, gli scosse dal vergognoso letargo, e chiamò sopra di sè e sopra la sua famiglia la tarda ma giusta vendetta degli oppressi.
Tra le circostanze, che principalmente favorirono l'ingrandimento della casa d'Angiò, vuole essere annoverata la caduta de' principali capi del partito ghibellino in Lombardia, il marchese Pelavicino e Buoso di Dovara. Ambedue erano stati allievi di Federico II, ambedue compagni d'armi del feroce Ezelino, finchè, costretti da' suoi delitti, concorsero anch'essi coi Guelfi alla sua distruzione. Uberto Pelavicino era un eccellente capitano, ed era stato uno de' primi a formare un numeroso e potente corpo di cavalleria, che da lui solo dipendeva; aveva riunite sotto il suo dominio molte città, che, nominandolo loro generale, lo avevano, quasi senza accorgersene, fatto loro padrone[328]. L'ambizione di Pelavicino era meno avida e feroce di quella d'Ezelino; egli non aveva fondato il suo potere coi delitti, nè resolo compiuto, onde se ne vide spogliato dall'incostanza de' popoli, senza essere in istato, come Ezelino, di difendere con una lunga guerra gli stati da lui formati.
Quasi tutte le città da lui dipendenti eransi di già sottratte alla sua autorità, quando Corradino attraversò la Lombardia; e solo gli rimanevano molti castelli assai forti, fra i quali, quello ragguardevolissimo di san Donnino, solita sua residenza, tra Parma e Piacenza, il quale si arrese in sul finire del 1268 ai Parmigiani che lo assediavano, e fu interamente distrutto, ed i suoi abitanti dispersi nelle vicine terre. Il marchese Uberto, ch'erasi ritirato in un altro castello, vi morì l'anno susseguente, mentre i Guelfi suoi nemici stavano per assediarlo[329]. Suo figlio Manfredi continuò la nobile famiglia de' Pelavicino, che con leggiere alterazione di nome chiamasi oggi Palavicino; ma quantunque fino a' nostri giorni sia rimasta feudataria immediata dell'impero, non risalì però mai a quel grado di potenza, cui l'aveva innalzata il marchese Uberto.
Buoso di Dovara, lungo tempo collega di Pelavicino, fu forse, disgustandosi con lui, cagione della comune ruina; giacchè appena stando uniti erano abbastanza potenti per resistere ai loro nemici. Buoso fu esiliato da Cremona con tutto il suo partito, e morì miserabile dopo avere compromessa la sua autorità per una insensata avarizia[330].
Le città di Lombardia, quasi tutte addette al partito guelfo, parevano, colla caduta degli antichi loro padroni, ricuperare la perduta libertà; ma esse avevano perduto nelle precedenti rivoluzioni quell'odio della tirannia e del potere arbitrario che forma, per così dire, la salvaguardia delle repubbliche. La passione dominante d'ogni città era il trionfo d'una fazione, non lo stabilimento d'un conveniente governo; ed i mezzi, che venivano adottati per conseguire questo scopo, tendevano di loro natura a distruggere la libertà. Non si può forse ragionevolmente sperare che una repubblica possa stare senza fazioni; ma per lo meno sarebbe desiderabile che le fazioni prendessero origine nel suo seno e che i suoi cittadini non adottassero cause straniere. Un'interna fazione confonde sempre lo scopo ch'ella si propone colla speranza d'un miglior governo. Se gli uni si sforzano di far trionfare i nobili, egli è perchè si lusingano di trovare nell'aristocrazia maggior forza, dignità, prudenza e tranquillità: se altri esaltano il potere popolare, vuol dire che si ripromettono nella democrazia maggiore libertà, indipendenza ed energia. Nè gli uni nè gli altri sceglieranno scientemente per ottenere l'intento loro mezzi distruttivi dello scopo che si propongono, e questo scopo è sempre una salvaguardia dello stato medesimo. Ma quando i cittadini hanno preso parte collo stesso zelo in una fazione più estesa che la loro patria, in una fazione il cui scopo trovasi al di fuori di questa, quello è risguardato come un interesse superiore all'interesse nazionale: allora non sonovi sagrificj che i cittadini non siano disposti a fare per conseguirlo. Nelle dispute di religione, in quelle dell'impero e della chiesa, ridurre in servitù la sua patria, il sottoporla ad un governo violento ma energico, non è già un distruggere lo scopo propostosi, egli è al contrario un giovare spesse volte a somministrare più sicuri mezzi per ottenerlo. Le fazioni furono spinte in Toscana ed in Lombardia ad un egual grado di violenza; ma nel primo paese erano quelle della democrazia e dell'aristocrazia, onde fu mantenuta la libertà; nel secondo quelle de' Guelfi e de' Ghibellini, ed il governo repubblicano fu loro sagrificato.