Carlo d'Angiò, che alimentava le passioni da cui sperava i suoi prosperi successi, fece adunare a Cremona una dieta delle città guelfe della Lombardia. La presiedettero i suoi ambasciatori, i quali rappresentarono alle città, che per non perdere i vantaggi della vittoria che avevano ottenuta sui Ghibellini, eterni loro nemici, per impedire il rinascimento di quell'odiata fazione e per dare maggiore forza ed unione al governo della lega, egli era necessario di nominare un capo. Pretesero che il re Carlo, il quale andava debitore di ogni suo potere ai Guelfi, sarebbe l'uomo più invariabilmente attaccato al loro partito; ed in conseguenza domandavano che tutte le città lombarde lo nominassero loro signore. Vi acconsentirono quelli di Piacenza, Cremona, Parma, Modena, Ferrara e Reggio[331]; quelli di Milano, Como, Vercelli, Novara, Alessandria, Tortona, Torino, Pavia, Bergamo, Bologna e quelli del marchese di Monferrato, risposero, che volevano aver Carlo sempre amico, padrone mai. Non perciò si sgomentarono i deputati di Carlo, anzi fecero fante pratiche, che, avanti che terminasse l'anno, i Milanesi e varj altri popoli acconsentirono a giurare fedeltà al nuovo signore.

Il re di Sicilia non sarebbesi forse limitato a questi primi successi, se a tale epoca non fosse stato strascinato da suo fratello san Luigi nell'ultima crociata, che lo allontanò alcun tempo dalle sue intraprese sull'Italia.

(1270) Mille cause diverse avevano quasi spento l'ardore per le crociate; e le più frequenti comunicazioni coi Saraceni avevano assai diminuito quell'odio che prima ispiravano. Per lo contrario i cristiani di Terra santa avevano date tante prove di viltà, di perfidia, di corruzione, che le loro sventure venivano risguardate come una punizione del cielo. La cieca fede dell'undecimo secolo era stata indebolita dai nascenti lumi del tredicesimo; ed il generoso cavalleresco sagrificio dei grandi aveva fatto luogo ad una più astuta politica. L'abuso delle crociate aveva in sì special modo fatta nascere la diffidenza intorno all'efficacia delle indulgenze; eransi veduti più volte i papi predicare la crociata contro i loro particolari nemici, contro principi commendevoli per virtù e per talenti, contro imperatori che avrebbero potuto essere l'appoggio della cristianità; onde incominciavasi a dubitare della santità delle crociate e delle ricompense che potevano meritare innanzi al tribunale di Dio. Il signore di Joinville, sollecitato da san Luigi ad accompagnarlo in quest'ultima spedizione, racconta che gli rispondesse; «che s'egli si esponeva al pellegrinaggio della croce, ruinerebbe totalmente i suoi poveri sudditi. Inoltre, soggiunge egli nelle sue memorie, ho udito dire da molti che coloro che gli consigliarono l'intrapresa della crociata fecero un grandissimo male, e peccarono mortalmente; perchè, finchè rimase nel regno di Francia, tutto il suo regno viveva in pace, e vi regnava la giustizia; e tostochè l'ebbe abbandonato, tutto incominciò a peggiorare. Fecero pure grandissimo male per un altro motivo; essendo il detto signore tanto indebolito e fiacco della persona, che non poteva sostenere veruna armatura, nè rimanere lungo tempo a cavallo[332]

Qualunque si fosse il sentimento di Joinville e di molti suoi compagni d'armi, presso ad altri molti le cavalleresche virtù di san Luigi riaccesero per l'ultima volta lo zelo che si spegneva. Non potevasi infatti lasciar di ammirare questo vecchio monarca, che abbandonava le cure e la gloria del suo rango, e senza essere scoraggiato dalla contraria sorte della prima spedizione, imbarcavasi di nuovo con tutta la sua famiglia per intraprendere una guerra da cui non poteva sperarne alcun vantaggio temporale, ma solo perchè la credeva voluta dal suo dovere e dalla gloria di Dio. Arrivato sulla spiaggia delle Acquemorte e nell'atto di montare a bordo del suo vascello, san Luigi si volse ai suoi figliuoli ed in particolare a Filippo che doveva succedergli.

«Tu vedi, mio figlio, gli disse, come malgrado la mia vecchiaja intraprendo per la seconda volta questo pellegrinaggio, mentre la regina tua madre trovasi in età avanzata, e che, coll'ajuto di Dio, il nostro regno essendo esente da turbolenze, vi godevo di quante ricchezze e delizie ed onori è dato agli uomini di godere. Tu vedi, ti dico io, come per la causa di Cristo e della sua Chiesa io non risparmio la mia vecchiezza; non mi lascio smuovere dalle lagrime di tua madre, ripudio gli onori ed i piaceri, e consacro le mie ricchezze in servigio di Dio. Tu vedi come io conduco con meco te, i tuoi fratelli, e la tua maggior sorella, e sai che avrei meco condotto ancora il quarto figliuolo, se la sua età lo avesse permesso. Ho voluto farti rimarcare tutte queste cose, affinchè quando dopo la mia morte avrai il governo del mio regno, non ti esca mai di mente che non si deve nulla risparmiare per Cristo, per la Chiesa, e per la difesa della fede, non la consorte, non i figliuoli, non un regno. Ho voluto nella mia persona darne un esempio a te ed ai tuoi fratelli, affinchè, quando convenga, facciate lo stesso[333]

In fatti l'esempio del santo re ne aveva strascinati degli altri, quello di Sicilia suo fratello, ed il re di Navarra, Teobaldo. Distinguevansi pure tra i crociati Edoardo, figlio d'Enrico III, re d'Inghilterra, poi suo successore, i conti di Poitou e di Fiandra, il figlio del conte di Bretagna, ed un gran numero di nobili signori[334].

Ma quest'ultima crociata, lungi dall'avere un successo proporzionato al rango, alla potenza ed all'abilità de' principi che la componevano, fu la più sventurata di tutte, in modo che la sua cattiva riuscita e le triste conseguenze che ne derivarono, sconsigliarono poi sempre i cristiani da così pericolose spedizioni. La flotta crociata non potè spiegare le vele avanti luglio, e sbarcò sulle coste d'Affrica un'armata, che dopo l'unione del re di Sicilia e del principe Edoardo, pretendono alcuni numerosa di oltre duecento mila uomini, de' quali quindici mila di cavalleria pesante[335]. La lusinga che il bey di Tunisi farebbesi cristiano, e la supposizione di giugnere più facilmente in Egitto lungo la costa dell'Affrica, fecero preferire questa strada alla lunga navigazione dell'Arcipelago. Ma mentre stavasi aspettando il re Carlo su quelle ardenti spiagge, fra i vortici d'arena che i Saraceni avevano l'arte di dirigere sopra i Latini, l'armata fu assalita dalla peste. Fra i più distinti personaggi caddero prima il principe Giovanni di Francia, ed il cardinale Albano legato del papa: poi infermò lo stesso re san Luigi, che morì il 25 d'agosto con sentimenti di pietà e di rassegnazione degni della passata sua vita. Grandissimo fu il numero de' principali signori e baroni morti in breve tempo dal contagio, e la mortalità de' semplici soldati fu tale, che, senz'avere combattuto, l'armata trovavasi già molto indebolita quando sopraggiunse Carlo d'Angiò e ne prese il comando.

Con minori virtù e sopra tutto con minore disinteressamento, Carlo aveva forse più talenti militari di suo fratello. Egli aveva aspettato a sbarcare le sue truppe dopo la caduta delle piogge autunnali che sogliono rinfrescare e purgare l'aere infetto di quelle spiagge. All'istante, per allontanare le truppe da un campo ove la morte aveva fatto tante stragi, le condusse all'assedio di Tunisi: e perchè il bey spaventato offrì di entrare in negoziazione, Carlo si affrettò di raccogliere i frutti de' generosi sforzi di suo fratello e di tanti cristiani; accordò al bey la pace a condizione ch'egli sarebbe tributario del re di Sicilia; indi facendo imbarcare i suoi soldati, invece di compiere il suo pellegrinaggio e marciare in soccorso di Terra santa, salpò verso i suoi stati. Molti crociati sdegnaronsi altamente, vedendo che la politica di Carlo si faceva giuoco de' loro voti; ma tutti ripresero la strada dell'Europa, ad eccezione di Edoardo e de' suoi Inglesi, che continuarono il loro viaggio verso Terra santa, ove giovarono molto alla difesa di san Giovanni d'Acri attaccato da Bendocdar.

Ritornando i crociati in Europa, fecero un triste esperimento dell'avidità e della crudeltà di Carlo. Innanzi a Trapani furono assaliti da un'orribile burrasca che affondò diciotto grandi vascelli e molti più piccoli con quattro mila persone[336]; e perchè molte navi, spinte dalla tempesta ruppero sulle rive della Sicilia, ordinò Carlo che fossero confiscati a suo profitto gli effetti di tutti i vascelli naufragati, appoggiandosi ad un'antica costituzione del re Guglielmo, che aggiudicava alla corona gli avanzi delle navi gettati dal mare sulle coste. I Genovesi cui appartenevano quasi tutti i vascelli della flotta, e che per formarne gli equipaggi avevano dati alla crociata più di dieci mila uomini, erano in forza di antichi trattati specialmente esentati da così barbara legge; ed in forza della legislazione de' cristiani lo dovevano pur essere i crociati all'attuale servigio della chiesa: ma quand'anche non si fosse potuto addurre verun altro privilegio, la confisca non doveva giammai estendersi ai compagni d'armi del re, a coloro ch'eransi con lui sottratti alla stessa burrasca come alle medesime battaglie. Pure Carlo non volle udir ragioni: tutto fu tolto agl'infelici naufragati, ed il re di Sicilia riebbe sui beni de' suoi amici un tesoro eguale a quello che il bey di Tunisi aveva pagato per liberarsi dall'assedio, e che il mare aveva inghiottito[337].