(1271) Dopo essere rimasto poche settimane in Sicilia, Carlo venne a Viterbo con suo nipote Filippo l'ardito, per impegnare i cardinali a dare finalmente dopo due anni un capo alla chiesa. Mentre i crociati trovavansi adunati in Viterbo, un gentiluomo francese vi commise un delitto, che gl'Italiani risguardarono quale sicuro argomento della ferocia de' suoi compatriotti, e come una nuova ragione di detestarli. Gui, conte di Monforte, luogotenente di Carlo in Toscana, scontrò in chiesa Enrico, figlio di Riccardo, conte di Cornovaglia e re de' Romani. Volendo vendicare sopra di lui suo padre ch'era stato ucciso combattendo contro il re d'Inghilterra[338], attaccò questo giovane principe ai piedi dell'altare ove assisteva devotamente alla messa, e lo passò da banda a banda collo stocco ch'egli teneva in mano; indi uscì di chiesa senza che Carlo osasse ordinarne l'arresto. Giunto alla porta trovò i suoi cavalieri che lo stavano aspettando — Che avete fatto? gli disse uno di loro — La mia vendetta, rispose Monforte — Come? non fu vostro padre strascinato?.... A queste parole Monforte rientra in chiesa, prende pei capelli il cadavere del giovane principe, e lo strascina fino sulla pubblica piazza. Dopo ciò si ritira nelle terre di suo suocero, nella Maremma, senza che Carlo tentasse mai di punire un delitto accompagnato da così odiose circostanze[339]. Edoardo d'Inghilterra, che sopraggiugneva allora da san Giovanni d'Acri, partì da Viterbo fieramente sdegnato contro il re di Sicilia. Filippo si pose in cammino per tornare in Francia; e dopo la partenza di questi sovrani, i suffragi de' cardinali riunironsi finalmente a favore di Tebaldo Visconti di Piacenza, elle allora trovavasi in Terra santa col semplice grado d'arcidiacono. Il nuovo pontefice prese il nome di Gregorio X, e venne soltanto nel susseguente anno a mettersi in possesso della santa sede. Quantunque Carlo mostrasse desiderio che i cardinali ponessero fine alla lunga vacanza della santa sede, non ignorava probabilmente che questa vacanza gli era più utile, che l'elezione di un papa indipendente. Di fatti l'arrivo di Gregorio X (1272) fu la prima circostanza che diminuì il suo potere in Italia. Gregorio, che tornava dalla Siria, ed aveva veduti da presso i pericoli ed i patimenti de' cristiani d'Oriente, ad altro non pensava che alla liberazione di Terra santa. Essendo lungo tempo vissuto fuori d'Italia, non dava alle contese de' Guelfi e de' Ghibellini quell'importanza in cui le tenevano i suoi predecessori; ed altronde il loro principale oggetto era scomparso coll'estinzione della casa di Svevia. La santa sede non aveva più nulla a temere dal canto degl'imperatori, ed il pontefice credeva venuto il tempo di porre in dimenticanza delle fazioni il cui solo oggetto era quello di azzuffarsi, e di riconciliare degli uomini che non avevano giusti motivi di odiarsi. Convocò in Lione un concilio generale per l'anno 1274[340], ed impiegò i due anni precedenti a riunire gli spiriti divisi, a fare della Cristianità un solo corpo, il quale potesse combattere gl'infedeli con maggiore vantaggio.
Quelle che potevano essere più utili all'impresa di Terra santa, erano le repubbliche marittime; ma queste appunto avevano maggior bisogno dell'opera del pontefice per sottrarsi agli attentati di Carlo, per pacificarsi tra di loro, e calmare le intestine discordie. Pisa trovavasi vessata dai Guelfi in nome della chiesa, Genova in aperta guerra con Carlo e con Venezia, e Venezia attaccata da Bologna. Il papa pose mano a calmare tante nimistà.
Per tale motivo Gregorio X si recò da prima in Toscana. Giunse in Firenze il giorno 18 di giugno del 1273 col re Carlo e Baldovino II, imperatore latino di Costantinopoli. Trovò in questa provincia i Ghibellini avviliti dalle complete vittorie dei Guelfi. I Sienesi erano stati rotti dai Fiorentini in giugno del 1269 innanzi a Colle di Val d'Elsa ov'era perito il loro generale Provenzano Salvani, il più potente loro concittadino; e pochi mesi dopo erano i Sienesi stati costretti ad allearsi coi Fiorentini, a prendere parte nella lega guelfa, a richiamare i Guelfi esiliati, scacciando i Ghibellini che gli avevano fin allora governati[341]. I Pisani non erano stati molto più felici de' Sienesi, e, battuti a Poggibonzi, si erano affrettati di fare la pace con Carlo[342]. Ma in queste due città, siccome a Firenze, lo spirito di partito erasi fatto più violento; i Ghibellini, trattati come ribelli di padroni che prima erano, non sapevano assoggettarsi al nuovo ordine di cose, e turbavano incessantemente la tranquillità delle repubbliche che gli avevano esiliati.
Il papa spedì un legato a Pisa per riconciliare quella città colla santa sede, benedirla e levare le censure ecclesiastiche[343]. In seguito Gregorio fece adunare tutto il popolo di Firenze lungo la riva dell'Arno, chiamò presso di sè i commissari de' Guelfi e de' Ghibellini, e conchiuse tra loro un trattato di pace in presenza dei due sovrani che l'accompagnavano. Ordinò che i Ghibellini tornassero alle loro case, e che ricuperassero tutti i loro beni e privilegi tanto a Firenze che a Siena; volle ostaggi da una parte e dall'altra pel mantenimento della pace che si pubblicava, e pronunciò sentenza di scomunica contro il primo che ne violerebbe le condizioni.
Carlo d'Angiò risguardava questa pace come assolutamente contraria ai suoi interessi, perchè faceva abbastanza forti i suoi amici onde non avere più bisogno de' suoi soccorsi, e sottraeva i nemici al rigore della sua vendetta. Per rompere questa pace, che gli era dannosa, non credette di valersi di coperte trame e d'impenetrabili artificj; fece sottomano sapere ai Ghibellini, che entravano in Firenze, d'aver dato ordine al suo maresciallo di ucciderli tutti nella vegnente notte, se non si affrettavano di ritirarsi. Il carattere di Carlo era abbastanza conosciuto perchè si prestasse intera fede a tali minacce; onde tutti i Ghibellini uscirono di città, prevenendo il papa dell'avviso ricevuto. Questi più di loro adirato e contro Carlo e contro i Guelfi fiorentini, si ritirò dopo quattro giorni in Mugello presso il cardinale Ubaldini, rimanendovi il restante della state, e pubblicò l'interdetto contro Firenze per avere mancato alla pace che aveva giurata[344].
Le negoziazioni del papa per pacificare i Genovesi ed indurli a soccorrere Terra santa non avevano miglior successo, ed era sempre Carlo d'Angiò che le impediva. Due delle quattro più potenti famiglie di Genova, i Spinola ed i Doria, collegatesi col popolo, avevano procurato che si facessero molti cambiamenti nel governo per renderlo più democratico; ed avevano in cambio ottenuto che i due capi di queste famiglie, Oberto Doria ed Oberto Spinola, fossero dichiarati capitani del popolo, ed incaricati per un tempo indeterminato di tutte le incumbenze prima annesse alla carica di podestà. Questa rivoluzione ebbe luogo l'anno 1270, nell'epoca stessa in cui Carlo d'Angiò, confiscando i beni de' suoi proprj marinai genovesi, si alienava gli animi di que' cittadini: e fu questo pei nuovi governanti un motivo di favorire i Ghibellini. Dall'altra banda i Grimaldi ed i Fieschi coi capi delle altre famiglie nobili non erano lungo tempo rimasti subordinati al nuovo governo; perchè avendo inutilmente tentato di ribellargli molti castelli, furono costretti di esiliarsi; e riparatisi alla corte di Carlo, andavano istigando questo principe a muovere guerra a Genova per farli rientrare nella loro patria.
Realmente Carlo segnò un trattato coi Guelfi emigrati, in forza del quale dovea per molti anni tenere la signoria di Genova; e subito dopo, senz'esservi stato provocato dalla repubblica, ordinò di prendere in tutti i porli de' suoi dominj i mercanti genovesi che vi si erano stabiliti sotto la guarenzia de' trattati, e di confiscare a suo profitto i loro vascelli e tutte le loro proprietà. Questo ladroneccio fu commesso in sul finire del 1272; ed in principio del susseguente anno, giuntone appena l'avviso a Genova, seguirono le dichiarazioni di guerra di tutti gli alleati del re, e di tutti i Guelfi del Piemonte.
I Genovesi dal canto loro dichiararono la guerra al re di Sicilia ed a tutti i suoi alleati; ma, benchè ne avessero giusta cagione, non usarono il diritto di rappresaglia, e si limitarono a dar ordine ai Provenzali e Siciliani di uscire nel termine di quaranta giorni dal territorio genovese, passato il qual termine, sarebbero trattati come nemici, e presi i loro beni. Il pontefice cercava di pacificare i Genovesi; e Carlo, approfittando dell'animosità che aveva eccitata nel partito guelfo di Toscana, gli attaccava colle armi de' suoi alleati. Faceva avanzare il suo vicario di Toscana nella riviera di Levante alla testa de' Lucchesi, Fiorentini, Pistojesi ed Aretini, mentre il siniscalco di Provenza invadeva la riviera di Ponente, e gli Alessandrini ed i marchesi del Bosco e del Carreto entravano nella Liguria a traverso le montagne del nord[345]. Pure i Guelfi furono battuti su tutti i punti, e le truppe di Carlo furono rispinte.
Un'altra non meno importante guerra impediva ai Veneziani di soccorrere Terra santa. Essi erano stati attaccati dai Bolognesi, i quali pretendevano di non pagare le nuove gabelle, che i Veneziani avevano di fresco imposte alle mercanzie che montavano o scendevano pel Po in mare. Questa guerra che durò tre anni, e che sott'altri rapporti non presentò verun importante avvenimento, fu assai notabile per essersi incominciata dai Bolognesi quand'erano giunti al più alto grado della loro potenza. L'armata che questa sola città mandò sul Po di Primaro l'anno 1270 per fabbricarvi una fortezza che signoreggiasse la foce del fiume, era più numerosa, che le armate colle quali Manfredi, Carlo d'Angiò e Corradino eransi disputati il regno di Napoli; e molti storici la portano a quaranta mila uomini. Vero è che per combattere i Veneziani in mezzo ai canali ed in riva alle lagune, non potevasi adoperare che l'infanteria; onde tutto il popolo prendeva parte in quest'impresa. Nelle altre guerre non gli uomini mancavano, ma i cavalli e le armature, onde mettevansi insieme pochissimi uomini d'armi. I Bolognesi ebbero compiuta vittoria de' Veneziani che avevano tentato d'impedire i loro lavori.[346] Questa fu la sola guerra che il papa potesse terminare nel presente anno; avendone ottenuto l'intento colla mediazione de' frati minori: i Bolognesi atterrarono il forte che avevano innalzato, ed i Veneziani accordarono ai loro vascelli il libero paesaggio sul Po.
Il papa non doveva essere molto soddisfatto di Carlo d'Angiò. Invece di favorire i suoi ambiziosi disegni, doveva temere l'ingrandimento di un principe di già troppo potente per la libertà della Chiesa, e però di questi tempi prese due determinazioni che limitavano l'attuale potere di Carlo, e facevano cadere i suoi vasti progetti. Risolse di dare un imperatore all'Occidente, e di riconoscere per imperatore d'Oriente Michele Paleologo, che in tale occasione riconciliò i Greci colla chiesa romana.