L'impero d'Occidente, dopo la deposizione di Federico II nel precedente concilio di Lione, non aveva più avuto nessun capo universalmente riconosciuto dai sudditi e dalla Chiesa. I principi tedeschi desiderando come le città d'Italia di assicurare la loro indipendenza, parevano avvertitamente prendersi cura di dividere i voti tra i concorrenti, perchè niuno avesse a signoreggiarli. Inoltre ebbero l'accortezza di scegliere all'estremità dell'Europa principi che non avevano nè influenza ne rapporti colla Germania, onde la dignità imperiale altro non fosse che un vano titolo, e perchè le loro liti non dessero alla Germania cagione di guerre civili. Riccardo, conte di Cornovaglia, ed Alfonso X, re di Castiglia e di Leone, fecero assai poco male a sè medesimi ed al regno germanico colle opposte loro pretensioni. Riccardo era morto del 1271 dopo aver portato quattordici anni il titolo di re de' Romani. Alfonso era ancor vivo, e gloriavasi altamente de' suoi diritti all'impero; ma, ad eccezione di pochi uomini d'armi che aveva mandati ai Ghibellini d'Italia, non aveva presa alcuna parte alle rivoluzioni del suo preteso impero, nè era una sola volta uscito dall'antico suo regno per cercare di stabilire la sua potenza sopra i suoi nuovi stati[347]. Forse alla Germania non veniva alcun danno da così lungo interregno; ma perchè il papa disegnava di unire le forze della cristianità contro gl'infedeli, desiderava di darle un capo. Perciò Gregorio ricusò di riconoscere Alfonso per re de' Romani; scrisse agli elettori, da tanto tempo divisi, di ritenere le antiche loro nomine come non fatte; e gli strinse a radunarsi ed a scegliere tra i principi tedeschi un uomo capace di rialzare co' suoi talenti il vilipeso impero. L'anno 1273 fu eletto Rodolfo, conte d'Absburgo, tronco dell'attuale casa d'Austria, essendo concorsi all'elezione non solo gli elettori, ma tutti i principi di Germania. Questa nomina fu approvata dal papa, ed in appresso dal concilio generale di Lione; innanzi al quale gli elettori ecclesiastici, ed il vescovo di Spira, cancelliere di Rodolfo, replicarono a nome del loro signore la promessa di rispettare le libertà ecclesiastiche, e di non invadere i dominj della Chiesa[348].

Il papa chiese pure a Rodolfo di non attaccare il re di Sicilia, nè di far valere qual siasi diritto sul suo regno. Ma Carlo, benchè si trovasse con ciò sotto la protezione della chiesa, era assai inquieto per questa nomina d'un re de' Romani. Vedeva apertamente che la sua autorità in Toscana ed in Lombardia, e lo stesso suo titolo di vicario imperiale datogli dai papi, non potevano essere lungo tempo riconosciuti da un imperatore tedesco; ed i motivi di malcontento che sapeva d'aver dati al pontefice potevano fargli temere che questi non chiamasse finalmente Rodolfo in suo soccorso per opporlo alle sue nuove usurpazioni.

Gli ambiziosi disegni di Carlo non rimanevano entro i confini d'Italia, ma stendevansi anche alla Grecia. Fino del 1267 aveva conchiuso un trattato col fuggiasco imperatore de' Latini, Baldovino II[349], il quale in vista de' promessi soccorsi cedeva a Carlo la sovranità del principato d'Acaja, e quasi tutte le terre che nell'impero orientale tenevansi ancora dai Latini, come pure gli prometteva la terza parte delle conquiste che farebbero in comune. In pari tempo Baldovino fece sposare a Filippo, suo unico figlio, Beatrice figlia di Carlo: ed essendo morto Baldovino del 1272, Filippo prese il titolo d'imperatore di Costantinopoli. Allora il re siciliano si credette strettamente obbligato a soccorrere suo genero, perchè potesse ricuperare i dominj de' suoi maggiori; ma Gregorio X aveva troppo a cuore gl'interessi di Terra santa per permettere che un'armata crociata si adoperasse in imprese straniere al suo scopo nella speranza di riconquistare Costantinopoli, in tempo che aveva opportunità di allearsi coll'imperatore greco, dal quale poteva essere potentemente soccorsa. Accolse adunque gli ambasciatori che Michele Paleologo aveva mandati al concilio di Lione[350] per trattare almeno in apparenza la riunione delle due chiese, per la quale il papa veniva ad estendere la sua protezione sull'impero orientale, come su quello d'Occidente.

Glorioso, non v'ha dubbio, fu il pontificato di Gregorio X, ed avrebbe lasciate più profonde tracce nella memoria degli uomini, se Gregorio fosse vissuto più lungo tempo, o avesse avuto successori degni di lui. L'Italia quasi interamente pacificata dalla sua imparzialità, dopo che il furore delle guerre civili aveva spenta perfino la speranza di riposo; l'interregno dell'impero terminato coll'elezione d'un principe che si coprì di gloria e fondò una delle più potenti dinastie dell'Europa; la chiesa greca riconciliata colla latina, e la lite tra i Franchi ed i Greci per l'impero d'Oriente terminata in una maniera giusta ed onorevole; un concilio ecumenico, cui assistettero cinquecento vescovi, sessanta abati mitrati ed altri mille religiosi o teologhi, il quale sotto la presidenza di questo pontefice si occupò di leggi utili al cristianesimo e degne di così augusta adunanza; tali sono gli avvenimenti che illustrarono il suo pontificato.

Una delle leggi di questo concilio ordinava di chiudere, come si praticò fino al presente, i cardinali in conclave, obbligandoli con diverse privazioni a riunire più presto i loro suffragi per l'elezione del capo della chiesa. Non si accordò loro che un solo domestico o conclavista, fu interdetta ogni comunicazione al di fuori, e ridotto il vitto ad una sola vivanda la mattina e la sera[351]. Il lungo interregno che precedette la elezione di Gregorio X, aveva pure spaventata tutta la chiesa, e mostrata la necessità di prevenire simili avvenimenti, che potevano finalmente privare per sempre il cristianesimo de' suoi capi.

(1275) Per terminare gloriosamente il pontificato, preparavasi Gregorio a condurre egli stesso una crociata in Terra santa, ed aveva impegnati tutti i sovrani d'Europa a trovarsi personalmente in quest'impresa. L'imperatore Rodolfo doveva esserne capo, e Filippo l'ardito, re di Francia, Edoardo, re d'Inghilterra, Giacomo, re d'Arragona, e Carlo, re di Sicilia, avevano promesso d'accompagnarlo[352]. A tutti i sovrani erano state accordate le decime ecclesiastiche per sei anni onde mettersi in istato di adunare le loro truppe, e l'anno 1275 destinato ai loro apparecchi. In tale anno il pontefice scorreva l'Europa onde stabilirvi la pace e riunire le forze del mondo cristiano pel grande scopo cui erasi proposto. Ma, mentre portavasi a Roma, cadde infermo in Arezzo e morì in poche ore ne' primi giorni del 1276. Appena era egli morto che i re, cui aveva ispirato il proprio entusiasmo, rinunciarono ai loro cavallereschi progetti; i Greci tornarono al loro scisma, ed i Cattolici, interamente divisi, volsero gli uni contro gli altri quelle armi che avevano destinate alla liberazione di Terra santa[353].

(1276) Durante il viaggio del pontefice in Francia eransi manifestate in Romagna, in Toscana ed in Lombardia le passioni compresse dalla sua presenza, le quali egli sembrava avere incatenate col vigore e colla santità del suo carattere. A Bologna, del 1273, un tragico avvenimento aveva ridestato l'odio di due già rivali famiglie, le quali trassero seco nella privata loro contesa tutti i cittadini, e fecero rapidamente cadere la loro patria da quell'alto grado di potenza e di gloria cui erasi innalzata in quell'epoca.

Da lungo tempo i Geremei trovavansi alla testa del partito guelfo in Bologna, ed i Lambertazzi del ghibellino; e sebbene in questa città si fosse prima che altrove manifestata la tendenza del popolo alla democrazia, i nobili avevano saputo conservarsi sopra le fazioni quel credito ch'era loro rifiutato nell'amministrazione della repubblica. I Geremei ed i Lambertazzi, opposti in ogni occasione, avevano concepito gli uni per gli altri una violenta avversione; ma il governo aveva fin allora saputo contenerli, e reprimere i loro odj entro le stesse mura ove sedevano ne' medesimi consigli.

Due giovanetti Bonifacio Geremei, ed Imelda, figlia d'Orlando Lambertazzi, dimenticato il vicendevole odio delle loro famiglie si amavano teneramente. Un giorno Imelda consentì di ricevere l'amante suo nella propria casa; ma quando credevano di non essere osservati, una spia rivelò ai fratelli Lambertazzi la debolezza della sorella: essi entrarono furibondi nelle sue camere; l'incauta fanciulla appena ebbe tempo di salvarsi colla fuga; senza che l'amante potesse fare altrettanto: ed uno de' fratelli ferì nel cuore l'infelice Bonifacio con uno di que' pugnali avvelenati di cui i Saraceni ne avevano introdotto l'uso, e di cui in questa epoca il vecchio della montagna soleva armare i suoi terribili assassini. I Lambertazzi nascosero sotto alcuni rottami in un cortile abbandonato il cadavere dello sventurato giovane; ma appena ritiratisi, Imelda seguendo le tracce del sangue sparso, scoprì il corpo dell'amante. La sola cura che desse qualche speranza di guarire le ferite avvelenate era quella di succhiare la piaga ancora sanguinosa. In tal modo tre anni prima Edoardo d'Inghilterra era stato salvato dall'amore della tenera Eleonora. Un avanzo di vita pareva ancora animare il corpo di Bonifacio: Imelda diede cominciamento al suo triste ministero, e dalla ferita del suo amante succhiò un sangue avvelenato, che portò nel suo seno i semi d'una subita morte. Quando sopraggiunsero le sue donne giaceva di già senza vita a lato al cadavere del troppo amato giovane[354].