Dopo tale avvenimento l'odio de' Lambertazzi e dei Geremei più non potè essere contenuto dalle leggi: s'allearono coi popoli prima nemici della loro patria; i Geremei coi Modonesi, i Lambertazzi cogli abitanti di Faenza e di Forlì; e volendo pure far adottare dalla loro patria le loro nimicizie, o le loro alleanze, i Geremei condussero sulla pubblica piazza il carroccio, in segno d'una vicina spedizione contro le città di Romagna, ed i Lambertazzi gli attaccarono. Per lo spazio di quaranta giorni le due fazioni s'azzuffarono continuamente sulla piazza principale o intorno ai palazzi fortificati dei capi delle fazioni nemiche. Finalmente, dopo avere versato molto sangue, i Geremei s'impadronirono di tutte le fortezze dei Lambertazzi, i quali furono costretti di sortire di città coi loro amici e con tutto il partito ghibellino. Giammai in alcuna guerra civile fu spinto più lontano l'abuso della vittoria: dodici mila cittadini furono colpiti da una sentenza d'esilio, confiscati i loro beni; e le loro case, dopo essere state abbandonate al saccheggio, furono atterrate[355].
Frattanto i Lambertazzi si afforzarono, del 1275, nelle città di Romagna ove eransi rifugiati, e specialmente a Forlì ed a Faenza. I Ghibellini, perseguitati presso che in tutta l'Italia, si unirono intorno ai Lambertazzi; il conte di Montefeltro si pose alla loro testa, ed acquistò quella riputazione di grande capitano di cui godè in seguito presso tutte le città d'Italia. Due volte nel 1275 ruppe i Geremei ed i Guelfi presso il ponte di san Procolo, e fece due volte tremar Bologna, che fu in procinto di venire in mano de' Ghibellini. Onde, per assicurarsi dalle loro intraprese, chiese soccorso al re Carlo, il quale l'anno 1276 le mandò per governatore Riccardo di Beauvoir, signore di Durford, con alcune compagnie d'uomini d'armi.
La Toscana parve tutt'intera riunita alla parte guelfa; la repubblica di Siena erasi affatto abbandonata al governo di questa fazione; e quella di Pisa, datasi a Carlo, aveva ottenuta l'assoluzione della chiesa: ma durante il viaggio del papa in Francia, si riaccese la guerra tra questa città ed i Guelfi; ed in pari tempo scoppiò nella repubblica di Pisa quella intestina discordia che dodici anni più tardi condusse a crudel morte il troppo famoso conte Ugolino co' suoi figliuoli.
Nel tredicesimo capitolo abbiamo indicata l'origine delle fazioni che sotto nome de' Conti e de' Visconti lacerarono la città di Pisa. Abbiamo detto che i Visconti, signori d'una parte della Sardegna, e soprattutto di Gallura, avevano fatto omaggio del loro principato al papa per rendersi indipendenti della repubblica, ed avevano poi chiesta la protezione della chiesa contro la loro patria e contro il re Enzo, figliuolo di Federico II. Abbiamo altresì detto che i conti della Gherardesca e di Donoratico, caldi partigiani dell'imperatore, avevano riclamato più fortemente degli altri contro l'affettata indipendenza de' loro rivali; indipendenza che qualificavano di ribellione contro la repubblica. Dopo quest'epoca, i Visconti conservaronsi attaccati alla Chiesa; e perchè il contrario partito dominava in Pisa, per l'ordinario risedevano nella loro giudicatura o principato di Gallura. All'opposto i Gherardeschi avevano in ogni occasione dato prove del loro attaccamento al partito ghibellino, servendo sotto Manfredi; e due di loro seguendo Corradino nella sventurata sua spedizione, gli erano stati fedeli compagni nella prospera come nell'avversa sorte, finchè presi in Astura con lui e col duca d'Austria, perirono insieme sullo stesso palco. Però un altro dei conti Gherardeschi, Ugolino, diventato capo della sua famiglia per la morte de' due precedenti, sembrava meno disposto ad assecondare l'attaccamento disinteressato de' suoi padri al proprio partito, o i doveri d'una vendetta di famiglia, che gl'interessi della sua ambizione. Aveva perciò data sua sorella per consorte a Giovanni Visconti giudice o sovrano di Gallura, formando in tal modo un legame di cognazione tra i capi delle opposte parti. Non già che con ciò apertamente rinunciasse al partito ghibellino; ma solo sforzavasi colle sue pratiche d'assodare presso le due opposte fazioni il suo potere, e farsi strada alla tirannide.
Dal canto suo Giovanni di Gallura era tornato a Pisa quando questa città si riconciliò colla Chiesa, ma vi aveva portati i costumi e le abitudini di un capo d'una semibarbara tribù della Sardegna. Era sempre circondato di soldati e di clienti, e perchè non era stato a costoro permesso di vivere entro le mura della città, egli gli aveva sparsi ne' castelli di confine, e specialmente a Calci, ove un'antica disputa tra i borghesi faceva accogliere da un partito queste bande indisciplinate.
I migliori cittadini di Pisa, e più di tutti gli antichi capi del partito ghibellino, i Gualandi, Sismondi e Lanfranchi, erano egualmente inquieti e della rivalità del conte Ugolino col giudice di Gallura, come della loro alleanza. Per altro non volendo rompere la pace di Toscana, o dar motivi di scontento al re Carlo ed ai Fiorentini, credettero che la repubblica dovesse mostrarsi assolutamente imparziale ne' suoi giudicj, ed allontanare ad un tempo que' turbolenti cittadini che sprezzavano le leggi, qualunque fosse il partito cui erano addetti. Il 24 giugno 1274 il giudice di Gallura fu esiliato co' suoi principali compagni d'armi, ed il conte Ugolino fu tenuto prigione nel palazzo del popolo[356]. Il primo andò a dirittura a Firenze, e fingendo che i Pisani non lo perseguitassero che in odio del partito guelfo, ottenne d'essere accettato nell'alleanza de' Guelfi toscani. Allora colle milizie fiorentine e lucchesi venne ad assediare il castello di Montopoli, di cui s'impadronì nel mese d'ottobre. Ma, mentre continuava ad offendere la sua patria, morì a san Miniato in maggio del susseguente anno, lasciando un figliuolo chiamato pure Giovanni, che per distinguerlo dal padre fu poi detto Nino di Gallura. Questo giovane, nipote per parte della madre del conte Ugolino, fu in avvenire tra i Pisani il capo del partito guelfo.
Questa parentela rese il conte ancora più sospetto ai Ghibellini che governavano Pisa, onde fu esiliato in luglio del 1275. Passò subito a Lucca, e si unì ai Guelfi, come aveva fatto il giudice di Gallura[357]. Frattanto Pisa, snervata dall'abbandono dei capi delle due fazioni, trovavasi troppo debole per tener fronte all'intera Toscana contro di lei congiurata, a' suoi proprj emigrati ed alle truppe del re Carlo. I Pisani furono la prima volta battuti ad Asciano, ove perdettero molta gente; poi l'anno susseguente a Fosso Arnonico; onde si videro costretti a ricevere di nuovo in città tutti gli esiliati, loro accordando la principal parte del governo. Ma Ugolino che non solo erasi alleato coi nemici della sua patria, ma ancora con quelli della sua fazione e della sua famiglia, non potè mai più purgarsi da questa taccia agli occhi de' suoi concittadini. Lo stesso anno (1276) in cui fu richiamato, Ruggero degli Ubaldini, uscito da una famiglia di Muggello, ch'era sempre stata ghibellina, venne promosso all'arcivescovado di Pisa[358]. Egli era quello che del 1288 doveva fare crudelmente pagare al conte Ugolino la pena de' suoi tradimenti.
Intanto, dopo la morte di Gregorio X, tre papi governarono la Chiesa nello spazio di dodici mesi: Innocenzo V, Adriano V e Giovanni XXI. La breve ed incerta loro amministrazione non lasciò tracce degne dell'istoria; ma durante il loro regno nel Nord dell'Italia una rivoluzione abbattè la famiglia della Torre in Milano, sostituendovi quella de' Visconti che ben tosto soggiogò tutta la Lombardia.
Il capo della famiglia della Torre era stato già da più anni creato anziano perpetuo del popolo milanese; ed in tale qualità esercitava sopra Milano e sulle vicine città una quasi assoluta autorità. Fino dal 1265 Napoleone della Torre era stato rivestito di tale dignità, ed egli aveva divise tra i suoi fratelli ed i più prossimi parenti le principali cariche dello stato. A Raimondo della Torre, altro de' suoi fratelli, Gregorio X aveva accordato il patriarcato d'Aquilea, che allora risguardavasi come il più ricco beneficio d'Italia: e tale era la potenza di questa casa, che, oltre le truppe del comune di Milano, poteva colle proprie sue forze mettere in piedi millecinquecento cavalieri[359]. I della Torre tenevano in esilio Ottone Visconti, eletto arcivescovo di Milano, che erasi posto alla testa de' nobili e de' Ghibellini esiliati; le perpetue loro guerre con questi fuorusciti avevano esauriti i loro tesori, che avevano poi cercato di rifare con gravissime imposizioni, le di cui esazioni avevano indisposto quel popolo, dai della Torre in altri tempi protetto contro i nobili. Pure finchè durò il pontificato di Gregorio X, siccome questo pontefice non voleva che alcuna rivoluzione ritardasse la crociata da lui meditata, non aveva mai dato verun appoggio all'arcivescovo Ottone per metterlo in possesso d'una sede, cui era stato canonicamente eletto; e questo arcivescovo, sostenendo solo la guerra alla testa de' gentiluomini piuttosto come un condottiere che come un prelato, era stato chiamato per una continuata serie di romanzesche avventure a dar prove ad un tempo di pazienza e di coraggio.
Nell'anno 1276 che tre papi erano stati successivamente rapiti alla santa sede quando appena vi erano ascesi, Ottone si rese forte ed audace. Alleatosi col marchese di Monferrato, formò un corpo di emigrati milanesi, cui aggiunse alcuni cavalieri spagnuoli, che Alfonso X aveva mandati in Lombardia, quando credeva di far valere i suoi diritti all'Impero. In sul finire di quest'anno, sebbene Ottone avesse avuto qualche rovescio, trovavasi in possesso di Como e di alcuni castelli vicini al lago. In gennajo del 1277 s'impadronì di Lecco e di Civate, e s'avanzò, attraversando la Martesana, verso Milano. Napoleone della Torre gli andò incontro co' principali signori della sua famiglia e con circa settecento cavalli; ma perchè trattavasi d'un nemico più volte vinto, non si tenne abbastanza in guardia, e passò la notte del 20 al 21 gennajo a Desio senza assicurarsi da una sorpresa.